FARE

Come la fede interroga il progetto


TESTIMONIANZE A PROPOSITO DEL“MOTU PROPRIO”

L’eminente liturgista, Prof. Manlio Sodi, fa il punto sulle implicazioni del documento pontificio riguardo alla organizzazione della chiesa. A chi vorrà celebrare secondo il vecchio Rito spetterà di preparare ambienti consoni, ma il problema vero è che probabilmente la nostalgia sorge anche dal desiderio di una bellezza che spesso pare mancante nelle chiese nuove.

Raramente un documento pontificio ha avuto tanta eco quanto il "Motu proprio" Summorum Pontificum di Benedetto XVI. Da tempo atteso da alcuni, da altri temuto, dal luglio 2007 è nelle mani di tutti. La campagna mediatica ha trasformato la problematica sottesa in una crociata per la lingua latina e per la celebrazione della Messa secondo il rito tridentino senza cogliere, in genere, il cuore del problema.
Anche CHIESA OGGI architettura e comunicazione può sentirsi direttamente coinvolta dal "Motu proprio", dato lo stretto rapporto che intercorre tra arte, architettura e culto. Il documento non contiene però alcun accenno alle esigenze o alle problematiche relative alle strutture architettoniche o comunque allo spazio destinato allo svolgimento della celebrazione.
Lo stesso documento, con la relativa Lettera di accompagnamento ai Vescovi, dà per scontato che la concessione circa l’uso del Messale del 1962 sia una situazione "extra-ordinaria".
Rev. Prof. Dr. Manlio Sodi

Non può toccare quindi eventuali rifacimenti strutturali delle chiese, né per quanto concerne l’adeguamento né tanto meno per la costruzione di nuove. La forma "ordinaria" delle celebrazioni è quella sancita dal Vaticano II e dalla conseguente riforma approvata dall’autorevolezza di Paolo
VI e Giovanni Paolo II. D’altra parte, chi legge con attenzione la Lettera apostolica Rubricarum instructum con cui Giovanni XXIII approvava il Messale del 1962, trova un’espressione che afferma con chiarezza come quell’edizione fosse solo un punto di passaggio in attesa che i Padri conciliari discutessero degli altiora principia, generalem liturgicam instaurationem respicientia (come di fatto poi è avvenuto). Anche questo è un aspetto che va considerato nella logica di una saggia ermeneutica della continuità. Quali possono essere le domande più impellenti su cui CHIESA OGGI architettura e comunicazione può eventualmente aprire un iniziale confronto? Proviamo, per ora, a formularne
qualcuna e a ipotizzare qualche prospettiva.

L’essenza del documento
È senza dubbio nobile il tentativo (già fatto del resto da Giovanni Paolo II nel 1984 e nel 1988) intrapreso da Benedetto XVI per riportare pace e unità in campo liturgico in alcuni marginali (se pur rumorosi) ambiti della Chiesa cattolica. La storia recente ci ha posto dinanzi ad una lacerazione del tessuto ecclesiale quale si è perpetrata attraverso la non accettazione della riforma liturgica. In tutto questo, però, la liturgia è la "vittima" di un qualcosa di più profondo, riconducibile all’accettazione o meno di una linea di azione pastorale e prima ancora di scelte ecclesiali maturate nel Concilio Vaticano II. Qualcuno ha accennato a discontinuità o a rotture tra i due Messali, quello di
Trento e quello del Vaticano II. Nulla di più impreciso quando si conoscono i contenuti dei testi, la mens del documento di Giovanni XXIII, e le modalità con cui è stata fatta la riforma liturgica! È facile verificare, infatti, che quasi tutto ciò che si trova nel Messale di Trento è presente in quello del Vaticano II; solo che questo è molto più ricco e meglio organizzato di quello. In particolare il Messale del Vaticano II evidenzia un’ecclesiologia che si è sviluppata nel tempo; ecco il punto determinante! Il documento può costituire un invito ad una ricomposizione teologica a partire dal culto.

Che cosa cambia nella liturgia della Chiesa
Nella liturgia che si celebra ordinariamente secondo il Rito romano non cambia nulla. Dall’intervento di Benedetto XVI emerge se mai uno stimolo o un incoraggiamento ulteriore a rendere la celebrazione ancora più bella con la cura
più attenta di tutti i suoi linguaggi.
Per quei gruppi di fedeli che invece sono rimasti legati al vecchio Rito i documenti lasciano intendere numerosi cambiamenti rispetto all’attuale liturgia; e non solo per la Messa ma anche per gli altri sacramenti. Per ciò che concerne la Messa la problematica relativa alla disposizione degli elementi può essere così riassunta (nella classificazione uso la terminologia attuale, non presente nel vecchio Rito):
– Riti di inizio e di conclusione. La struttura architettonica attuale con l’altare versus populum imporrà un adeguamento della ritualità per la "gestione" degli elementi propri dell’Ordo Missae del 1962. Non vi sono riferimenti alla sede perché tutto si svolge ante gradus altaris.
Questo però dovrebbe essere totum lapideum o almeno con la pietra sacra, coperto da tre tovaglie; inoltre con il Crocefisso al centro, i candelieri e le "carte gloria" (tabellae secretarum).
– Riti della "liturgia della Parola". Nel Messale del 1962 questo "momento" è solo di passaggio verso la liturgia eucaristica. Non esiste alcun riferimento all’ambone; nella Messa ordinaria tutto si svolge all’altare; in quella solenne il vangelo è letto ad locum evangelii (non si accenna ad una struttura propria perché è il subdiaconus che sorregge il libro). Secondo l’opportunità nelle domeniche e feste di precetto habeatur brevis homilia ad populum.
– Riti della "liturgia eucaristica". La celebrazione continua a svolgersi sull’altare – unico punto di riferimento per tutta la celebrazione – secondo la ritualità minuziosamente descritta nel Messale. Per la distribuzione della comunione, si qui sunt communicandi, il riferimento è la balaustra, anche se non viene mai nominata (non si dimentichi,tra l’altro, che
la comunione può essere distribuita anche immediate ante vel post Missam…).
Dall’insieme si deduce facilmente che per la celebrazione della Messa secondo l’antico Rito è sufficiente l’altare. Non sorgono preoccupazioni per la sede del celebrante o dei ministranti, e soprattutto non c’è bisogno né di amboni, né di pulpiti, né di leggii. Tutto ciò che attualmente ruota attorno alla Liturgia della Parola viene meno, sia in ordine allo spazio liturgico, sia in ordine alla ministerialità, sia soprattutto in ordine alla scomparsa della ricchezza della Parola di Dio che il Concilio ha chiesto di porre al primo posto.
Sono preoccupazioni che possono sembrare esagerate; si tratta di timori molto presenti tra gli esperti di liturgia; timori che nel cambio di ritualità presagiscono il ripiegamento su una visione di liturgia che il Vaticano II aveva stabilito di superare.

Seduta del Concilio di Trento in Santa Maria Maggiore” (autore ignoto).
(foto tratta dal sito ‹www.girovagandointrentino.it›)
Pagina del Corriere d’Informazione del 10 ottobre 1962 che annuncia: “Domani si apre il Concilio Ecumenico”.

Le conseguenze per lo spazio sacro
La riforma liturgica del Vaticano II ha comportato l’adeguamento del presbiterio con i suoi poli celebrativi: l’ambone, l’altare, la sede; inoltre il luogo per la schola, l’aula per la riconciliazione, il battistero, la cappella feriale o per l’adorazione… Il ritorno all’antico modo di celebrare creerà qualche problema per il presbitero, sia a livello di idoneità a svolgere tale compito, sia a livello di ritualità.
Per gli altari versus populum certamente il celebrante si metterà con le spalle girate al popolo, nella speranza che lo spazio sia sufficiente per l’attuazione corretta della celebrazione. Oppure saranno posti altari temporanei… ma questo non mi pare un problema che possa interpellare gli architetti. Essi si devono preoccupare di assicurare strutture architettoniche che rispondano alla riforma liturgica voluta da un Concilio e non ad attese di gruppi che non hanno saputo accogliere con sensus ecclesiae quanto stabilito.

In che senso l’architettura può offrire una pagina di ermeneutica conciliare
Quanto è stato codificato nella riforma postconciliare richiede di essere fatto proprio dal popolo di Dio.
Dopo il Concilio di Trento ci fu l’opera di Carlo Borromeo, di Gabriele Paleotti e di tanti altri che con le loro opere aiutarono nella elaborazione di suppellettili e di strutture ecclesiali con tutto ciò che esse comportavano, in modo da educare il popolo di Dio anche attraverso l’arte. Oggi c’è un bisogno estremo di perseguire l’obiettivo dell’educazione alla bellezza. Ogni generazione sente questa urgenza; e quando non la sente il problema si fa ancora più urgente, e
per questo interpella con maggior forza la missione dell’architetto e dell’artista.
Perché oggi vari (molti?) si lamentano di fronte a strutture ecclesiali non educative? Perché queste non fanno trasparire spiritualità? Perché sono affidate ad architetti privi di cultura cristiana e soprattutto liturgica? Di fronte a certe chiese spoglie e disadorne o di fronte a scelte architettoniche che richiedono speciali lezioni interpretative come fa il fedele a ritrovarsi subito a casa propria e a sentirsi circondato da un linguaggio che lo aiuti a fare sintesi
nel suo dialogo con la Trinità Ss.ma? Sono interrogativi la cui risposta in qualche modo si intreccia con certi "disagi" che il fedele sperimenta, e che talvolta traspone o sul fascino del latino o sulla nostalgia del gregoriano o sull’intimismo del silenzio…
mentre non si rende conto che si tratta di un aspetto determinato anche dalla disposizione architettonica (forse ideale sulla carta ma non trasparente ed educativa nella realtà) degli elementi.
Per concludere, un dato di fatto: nuove sfide si aprono anche per CHIESA OGGI architettura e comunicazione che sta rispondendo a tante sfide fin dall’inizio delle sue pubblicazioni; il servizio che essa offre è una risposta intelligente a domande e a situazioni sempre emergenti. Anche la pubblicazione del "Motu proprio" diventa un’occasione per offrire costanti riferimenti di esemplarità. Se la liturgia non è (o non torna ad essere) spazio di bellezza, il fedele non riesce
a fare esperienza della Bellezza assoluta Dio Trinità infinita. Dove si celebra con il dovuto decoro non ci sono tentazioni di passare al rito "extra-ordinario". Da qui l’invito per tutti, fedeli e laici, ad una partecipazione attenta e rispettosa alla liturgia. Ma questo sarà possibile a condizione che il responsabile della celebrazione agisca con la dovuta competenza e deontologia professionale! Ci sono ancora troppi "presidenti di assemblea" che non hanno mai letto né l’Introduzione al Messale né, peggio ancora, l’Introduzione al Lezionario. Come è possibile svolgere un servizio di
educazione e formazione all’azione liturgica – e attraverso di essa – se non se ne conoscono i linguaggi e tutto ciò che è necessario per attivarli e farli "parlare" al cuore dei fedeli? La stessa responsabilità interessa tutti coloro che sono coinvolti nella costruzione o nell’adeguamento dello spazio sacro.

Prof. Dr. don Manlio Sodi

 

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