PENSARE

CHIESE NELLE PERIFERIE DI TORINO

Periferie, emblema del ‘900 postbellico tra il fiorire di attività e il proliferare di palazzoni… La storia è nota. Ma la chiesa, cuore delle città storiche, dove finisce? In che modo la sua architettura rappresenta la cultura dell’epoca? Ne parla il Prof. Domenico Bagliani, docente di Composizione architettonica al Politecnico di Torino.

La storia delle periferie appare più o meno simile ovunque, ma vi è qualche particolarità torinese?
Qui a Torino i nuovi insediamenti postbellici sono sorti sulla base del Piano regolatore di Giovanni Astengo, illustre docente, di cui fui discepolo. Urbanista di primo piano, Astengo si muoveva secondo una visione ispirata ai grandi piani di sviluppo del Centro e Nord Europa, incentrati sulla città giardino. A Torino vi sono diversi nuovi insediamenti in cui si riconosce questa tipologia: nello sviluppo sinuoso delle strade, nella presenza di zone verdi, nella dotazione di asili, scuole, mercati e, naturalmente, chiese. Purtroppo però nella traduzione del Piano regolatore in piani particolareggiati, entrarono in ballo architetti le cui qualifiche e sensibilità erano a volte vaghe e incerte. E così le piazze e i sagrati furono trascurati: si trattava di “vuoti”, difficili da concepire per chi è abituato a pensare in termini di “pieni”. Le chiese sono state collocate negli spazi di risulta. Che
poteva fare la Diocesi di questi scampoli privi di senso? Bisogna dare atto che Mons. Michele Enriore, direttore dell’Opera Torino Chiese dal 1954 alla sua morte, nel 1995, ha cercato di utilizzare il più possibile quegli spazi per dotare i nuovi insediamenti della loro chiesa.

Con quali risultati?
Di carattere quantitativo: stretta da preoccupazioni economiche, l’Opera Torino Chiese non si occupò di qualità. Nella prima fase si può segnalare solo una chiesa valida, firmata da Gabetti e Isola: un capannone, fatto in quattro e quattr’otto. Ma un capannone di grande stile.
Beninteso, ci fu anche attenzione per la qualità architettonica. Per esempio nel 1967 la Diocesi indisse un concorso per un nuovo progetto.
Lo vinse il mio studio (Bagliani Corsico Roncarolo): ma il nostro progetto non fu realizzato.
Nello stesso anno il Vescovo, S.Em. Card. Michele Pellegrino volle costituire nella Commissione Liturgica un settore specializzato in arte e architettura, diretto da Roberto Gabetti, in cui tra gli altri fummo chiamati anche Erinna Roncarolo ed io: ci impegnammo nel tentativo di ridare dignità all’architettura ecclesiastica.
Con scarsi risultati, purtroppo: le committenze erano attivate da altri.

È un problema di cultura?
Anche, con alcune peculiarità locali: a Torino non è mai arrivato il Rinascimento. A Milano
questo fu portato da personaggi come Filarete, Leonardo, Bramante, chiamati dagli Sforza e dai Visconti. A Torino, i Savoia non coltivarono le arti, ma il militarismo, con la severità in esso implicita. Tuttavia il senso di ordine basato sulla gerarchia sociale diede i suoi frutti: tra il ‘600 e il ‘700 nacquero luoghi come Piazza San Carlo o Piazza Vittorio Veneto, grazie al Castellamonte, che pensava agli spazi pubblici, ai portici e facciate: dietro queste ognuno poteva fare quel che più lo aggradava. Era una politica assolutistica, ma ha dato forse le più belle piazze del continente e i turisti che oggi arrivano dall’estero vanno a vedere quegli spazi, non quelli generati dalla pasticciata urbanistica attuale, che richiede bensì aree verdi, edifici pubblici, ecc., ma fondandosi su schemi quantitativi e ripetitivi, senza attenzione per la qualità.

Quindi tutto il contemporaneo è da buttare?
Ci mancherebbe: ogni epoca lascia le proprie testimonianze. Il problema è riuscire a ottenere il meglio. Un esempio, Augusto Cagnardi, di Gregotti Associati, alcuni anni fa realizzò un buon progetto urbanistico, un percorso che dalla reggia di Venaria arrivava fino a Stupinigi sviluppandosi su diversi vettori: strade, piste ciclabili, viali, ecc., inframmezzato da diverse aree di nuova concezione e specializzazione: zone a torri, spazi a giardino. Molto apprezzato, subito abbandonato. Un’occasione mancata per le periferie torinesi. Il problema “qualità” non riguarda solo l’edilizia ecclesiastica…

Nelle città satellite di Torino molti giunsero dal Meridione.
Questo influì sull’architettura?
La sensibilità dei fedeli influisce sulle sistemazioni interne, non sull’architettura: statue devozionali dei santi dei paesi di origine degli immigranti, addobbi ai quali le persone sono abituate.
Oggetti che per un intellettuale mitteleuropeo sono paccottiglia ma che per altri hanno un significato profondo e radicato. È ovvio che i parroci, anche se avessero voluto, non avrebbero potuto opporvisi. E nel dopoguerra il tasso di analfabetismo superava il 60 per cento, ed era particolarmente alto al sud.

È quindi ancora un problema di cultura…
Certamente. Infatti oggi direi che le cose stanno cambiando. Non abbiamo avuto solo episodi come il Santo Volto progettato dall’architetto Mario Botta e voluto da S.Em. Card. Severino Poletto come segno di una nuova epoca, ma si nota una maggiore attenzione dei giovani sacerdoti verso i temi artistici, per quanto ancora la formazione in queste discipline sia assente nei seminari. A Torino un’azione importante è svolta dall’Associazione Guarino Guarini, che si occupa di arte e architettura delle chiese, storiche e attuali. In tale Associazione opera Andrea Longhi, docente di Storia dell’Architettura, che tra l’altro con Carlo Tosco ha pubblicato recentemente l’importante volume Architettura, chiese e società in Italia (1948-1978), che studia il rapporto tra la chiesa edificio e l’ambiente culturale che lo concepisce.
Perché la chiesa, come del resto qualsiasi architettura, è sempre frutto non solo del progettista, ma anche, forse soprattutto, del committente.

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