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Risparmio energetico ma anche espressione estetica, valenza simbolica,
rapporto positivo con il contesto urbano, capacità di non disperdere
il patrimonio della tradizione: l’architettura per le chiese di
oggi è chiamata a mettersi a confronto con la complessità
della bioarchitettura, ripensata al servizio di un luogo inteso quale
“anticamera del cielo”.
Davvero “il pianeta è la casa che ci è
donata, perché la abitiamo responsabilmente, custodendone la vivibilità
anche per le prossime generazioni”: così recita il messaggio
dei Vescovi italiani per il 1 settembre 2008, ricorrenza della Giornata
per la salvaguardia e la difesa del creato, istituita dal 2006.
Ragionando sulle finalità perseguite dall’incontro, Mons.
Paolo Tarchi, Direttore Ufficio Nazionale CEI per i Problemi Sociali e
il Lavoro, ha aperto il 14 aprile 2008 i lavori del Convegno nazionale
Costruire bene per vivere meglio. Edifici di culto nell’orizzonte
della sostenibilità, svoltosi a Roma, dal 14 al 16 aprile.
Il Convegno è stato organizzato anche dall’Ufficio Nazionale
CEI per i Beni Culturali Ecclesiastici diretto da don Stefano Russo e
dal Servizio Nazionale per l’Edilizia di Culto, il cui Responsabile
è don Giuseppe Russo.
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Mons. Paolo Tarchi e il Prof. Mons.
Karl Golser. |
S.E. Mons. Gianfranco Ravasi. |
Citando ancora dal messaggio dei Vescovi, Monsignor Tarchi
ha rilevato come l’impegno educativo, che caratterizza da sempre
l’impegno delle comunità ecclesiali, oggi debba “esprimersi
anche nella capacità di formare a comportamenti sostenibili”.
Se l’uomo, posto nel “Giardino” (“Paradiso”)
di cui parla la Genesi, è chiamato a farsene responsabile, “oggi
lo sguardo sul Giardino significa porre l’attenzione sulla casa,
la scuola, l'impresa, l’ospedale, il tempo libero, la chiesa, in
una parola, sulla città”.
Ma quale città? “La Bibbia è attraversata da due modelli
antitetici di città: Gerusalemme (dove le diversità si compongono
armonicamente in unità nella pace) e Babele (segno della confusione,
della dispersione e della perenne conflittualità)”. Citando
il Prof. Luigi Fusco Girard, Monsignor Tarchi ha descritto così
i problemi odierni: “Nella città della competizione globale
l’interesse prioritario è per la realizzazione di nuovi poli
tecnologici, scientifici, industriali, terziari, cioè per le ‘parti’
che producono ricchezza economica e finanziaria, e non per il ‘cuore’’...
in questo processo la città riesce a produrre nuova ricchezza,
ma spesso insieme anche nuova povertà sociale e culturale.”
E, citando il Prof. Franco Romano, si evidenzia il nodo delle periferie,
che sono quasi del tutto “prive di un adeguato riconoscimento
simbolico della loro appartenenza all’urbs e per questo a pieno
titolo alla civitas.”
Per rispondere a questo stato di necessità occorre il concorso
di “percorsi formativi interdisciplinari, dove antropologia, sociologia
urbana, bioetica, biogiuridica, conoscenza delle soluzioni del passato
siano parte integrante della formazione dei nuovi professionisti.”
Questo il significato del Convegno: non solamente discutere su come realizzare
chiese eco-sostenibili, ma anche come la Chiesa possa essere esempio e
fattore di promozione di una ridefinizione della città come luogo
di vita “sostenibile”, cioè aperto alla vita, nell’oggi
e nell’orizzonte futuro.
Una città dove le varie forze che concorrono all’emergere
del caos trovano un limite: nella sua lettura del testo biblico, S.E.
Mons. Gianfranco Ravasi, Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura,
ricorda che è ”Dio stesso che impedisce alla sua creazione
- pur limitata e fragile - di dissolversi”. Perché “il
creato è latore di una rilevazione ‘cosmica’ e ‘naturale’
che non sostituisce ma neppure si oppone a quella ‘soprannaturale’.”
Delle giornate del convegno la prima è stata dedicata, secondo
le parole di Monsignor Tarchi, a “riscoprire il profondo legame
che intercorre tra promozione umana e rispetto per l’ambiente”
(il titolo di tale giornata è stato Perché essere attenti
all’ambiente, fondamenti biblici, teologici ed etici); la seconda
ha inteso “ricordare le regole del costruire sostenibile”
(Costruire: un’eredità che viene dal passato) e, la terza,
a “presentare esempi virtuosi di bioarchitettura”
(Progettare con la natura).
I fondamenti teologico etici sono stati esposti nel corposo intervento
del Prof. Mons. Karl Golser, Direttore dell’Istituto per la Giustizia,
la Pace, la Salvaguardia del Creato. Nell’individuare il significato
del termine “sostenibilità”, Golser ha spiegato che
“con l’avvento delle scienze della natura e anche della filosofia
concentrata sul soggetto umano (Descartes), si è instaurata una
visione della natura considerata sotto l’aspetto della misurabilità,
quindi esplorabile
e sfruttabile per le esigenze umane. La persona umana ha dimenticato il
proprio inserimento nel grande ordine della creazione, assumendo un approccio
strumentale al resto del creato, e così alla fine ha prodotto il
disastro ecologico: non viene più rispettato il ciclo naturale
in modo tale che il sistema interconnesso del nostro mondo riesca ancora
ad assorbire gli effetti della presenza umana... Misure di efficienza
tecnologica sono richieste, soprattutto nel campo energetico, ma anche
modi di sufficienza, cioè che si riesca a risparmiare, che si ritorni
a maggiore sobrietà... bisogna educare la nostra gente a ricuperare
il senso dello spazio, prestare attenzione anche a creare negli edifici
di culto spazi dove le persone istintivamente si raccolgono...
Queste chiese devono essere costruite con attenzione alle problematiche
ecologiche e agli standard più aggiornati per risparmiare energia,
inserite bene nel contesto urbano e nel paesaggio.”
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Un momento della seconda giornata. Sul
podio al centro don Stefano Russo, a destra Rosita Laurenzi. |
Don Giuseppe Russo presiede la tavola
rotonda
finale; alla sua sinistra il Presidente dell’ENEA,
Dr. Luigi Paganetto. |
Mark Radka dell’UNEP (Programma
Energetico delle
Nazioni Unite). |
Insomma per la “ecologia umana” a cui ha
fatto appello Benedetto XVI, si richiede un approccio globale, una comprensione
approfondita di tutti gli aspetti che riguardano il rapporto uomo-ambiente.
Inclusi quelli estetici: a questi ha fatto particolare riferimento l’intervento
di Mons. Timothy Verdon, Direttore dell’Ufficio “Comunicare
la fede attraverso l’arte” della Diocesi di Firenze. “La
chiesa - ha detto Verdon - deve oggi riscoprire l'eloquenza dei segni
capaci di evocare l’unità e la fratellanza.” Il che
avviene attraverso l’armonia tra le parti dell’edificio e
nel significato evidente di questo: “Il tempio del popolo che cammina
verso Dio è una strada di raccordo: una via sacra tra il ‘dentro’
e il ‘fuori’, tra la chiesa e il cosmo - un hortus conclusus
dietro la cui porta chiusa sta Colui che bussa eternamente, chiedendoci
di aprire...” Monsignor Verdon ha ricordato come “nelle chiese
cristiane la luce abbia una valenza simbolica insuperabile: luce interiore
e spirituale di cui quella fisica è un segno...”
La chiesa così concepita “da una parte deve svelare un’armonia
con l’intimità formativa della casa, dall’altra deve
aiutare a formare (a ri-formare) la città, ridando all’insieme
degli spazi collettivi un senso di ordine, di significato, di traguardo
trascendentale...” Don Stefano Russo, nell’aprire la seconda
giornata del Convegno, ha ripreso il problema del rapporto tra chiesa
e città: “Se tante chiese non sono più oggi un segno
capace di caratterizzare l’ambiente urbano, è perché
spesso esse sono state omologate all’edilizia di massa...”
Ma questo non deve spingere oggi la Chiesa ad allontanarsi dall’architettura
contemporanea: “Di questa esistono molti esempi alti e importanti.
Dobbiamo dunque avere il coraggio di dialogare con la contemporaneità,
senza però farci prendere dalla fretta... recuperando l’aspetto
comunitario del costruire.”
Russo ha notato che una chiesa è ben diversa da qualsiasi altra
struttura edificata, per la sua destinazione e per il modo in cui viene
abitata, che richiede spazi ampi e bene organizzati: il che richiede,
sia sotto il profilo architettonico che tecnologico, delle soluzioni studiate
ad hoc, non mutuate necessariamente da altri settori: mentre invece accade
che a volte per esempio i sistemi di riscaldamento siano “derivati
da quelli di uso industriale, che quindi non sono propriamente adatti
agli edifici di culto. Ciò porta a volte a conseguenze devastanti,
con grande dispendio
energetico.” Sul problema della complessità dell’edificio
chiesa ha insistito anche il Dr. Ugo Sasso, Presidente dell’Istituto
Nazionale di Bioarchitettura, che si è diffuso sulla misura che
dovrebbe caratterizzare un approccio bioarchitettonico: che richiede “non
solamente elementi ecocompatibili”, ma la capacità di armonizzarli
nel contesto del “genius loci” e della tradizione. Non basta
mettere pannelli solari su di un edificio perché questo risulti
veramente “sostenibile”. Mentre si possono considerare tali
tutti o quasi gli edifici realizzati prima dell’irrompere del “moderno”,
cioè fino a quando la progettazione era fondata su materiali e
su tecniche radicati nella tradizione.
Tuttavia, essendo il problema energetico al centro del la minaccia di
inquinamento dell’aria, questo necessita di una particolare attenzione.
E il Dr. Marco Sala, docente di Architettura a Firenze e responsabile
del Centro Interuniversitario Architettura Bioecologia e Innovazione Tecnologica
per l’Ambiente” (ABITA) ha presentato i risultati di una serie
di studi realizzati su due chiese di Bari: una di recente edificazione,
l’altra storica. Significativo notare che quest’ultima risulta
meglio organizzata, quanto a capacità di non disperdere energia.
Perché nel secondo dopoguerra si è costruito in modo eccessivamente
disordinato e improntato alla rapidità di esecuzione. La somma
di quanto discusso nei molteplici interventi (tra i partecipanti anche
l’economista tedesco Peter Hennicke, Mark Radka del Programma Energetico
delle Nazioni Unite (UNEP), il progettista belga Lucien Kroll, l’Arch.
Paolo Soleri, fautore di arcologia, approccio ecologico all’architettura,
il Presidente dell’ENEA, Dr. Luigi Paganetto) è stata tirata
da don Giuseppe Russo: “Abbiamo compreso quanto sia importante l’orientamento
e la forma di un edificio,
il tipo di materiale, la collocazione delle aperture, il rapporto con
l’ambiente e con la città.” Si tratta di trasferire
questo complesso sapere nella prassi progettuale, in modo tale che al
centro non sia la semplice funzionalità dell’edificio, ma
la persona umana. I collaboratori e i tecnici delle curie diocesane sono
chiamati a comprendere i diversi aspetti del progettare secondo i criteri
della bioedilizia così da assicurarsi che i nuovi complessi parrocchiali
e gli interventi di conservazione sugli edifici esistenti siano calibrati
così da da tenerne conto. “ I contributi degli esperti -
ha concluso
- ci ricordano come sia importante non arrestare la spinta utopica, innovativa
e decisa, perché questa assume anche un significato di stimolo
e di profezia, e impedisce l’omologazione.” Insomma, il progetto
della chiesa richiede la capacità di unire tecnologia e recupero
della tradizione costruttiva, nel segno di un’architettura che abbia
al centro il rispetto delle persone.
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