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un viaggio indietro nel tempo a recuperare la finitura originaria nascosta
sotto strati di polveri e guani, l’opera di conservazione ha portato
a scoprire nuovi sorprendenti aspetti. Il trattamento di superficie compiuto
dai primi facitori, fu tale da presentare un’immagine dei materiali
significativamente diversa da quella successivamente configuratasi.
Il restauro della facciata del Duomo di Siena, concluso
il 30 Novembre del 2006 presenta risultati radicalmente innovativi per
quanto riguarda la storia delle facciate monumentali in Italia. Partito
nella primavera del 2004 come intervento conservativo per contrastare
il degrado dei marmi e delle statue di facciata, il restauro si è
via via trasformato in un recupero di un’immagine inedita della
cattedrale che si presenta molto lontana dalle ipotesi precedenti al restauro
e soprattutto molto lontana dalle immagini a cui siamo abituati in Italia
ed in Europa riguardo agli esterni medievali. Rimosse con una tecnica
“morbida” di lavaggio con acqua nebulizzata, le croste nere
e gli strati di deposito inquinanti dalle superfici, sono state rispettate
le pellicole superficiali che da molti anni gli studiosi osservano sui
monumenti (a partire dalle osservazioni di Liebig sul Partenone nel 1870
e poi in quelle più dettagliate condotte sull’Arco di Costantino
nel 1960) ma che immancabilmente vengono rimosse per portare i marmi ad
un ipotetico stato originario. Grazie anche al conforto delle analisi
scientifiche condotte dal Dipartimento di Scienze Ambientali dell’Università
degli Studi di Siena, si è potuto invece vedere che la facciata
era alle origini rivestita in molti punti da lamine d’oro tanto
da sembrare un reliquiario preziosissimo di cui rimane traccia nelle fastose
rappresentazioni iconografiche del tempo. Erano dorati i simboli degli
evangelisti nelle chiavi di volta dei portali principali ma erano anche
dorati gli arconi degli strombi a foglie che sormontano i portali. Laddove
la lamina d’oro sembrava troppo dispendiosa per la vastità
dell’opera l’effetto dorato fu conseguito con tinteggiature
dorate applicate su una base di biacca stesa direttamente sulla pietra
mutuando la tecnica dalle tavole dipinte. Le grandi ghirlande poste intorno
agli stemmi dell’OPA si sono rivelate massicciamente dipinte. A
rafforzare la luminosità d’oro che irradiava dalla facciata
gli artisti senesi avevano collocato il grande monogramma di San Bernardino
in rame sbalzato avente diametro di tre metri. che sotto le incrostazioni
metalliche ha rivelato una doratura originaria molto ben conservata e
capace ancora adesso di costituire con il suo fulgore il perno visivo
dell’intera facciata.
La fastosità della facciata si completa nelle policromie accese
che arricchivano i marmi con disegni e colori smaglianti. Nelle ghiere
dell’arco centrale l’alternanza tra conci neri e bianchi era
impreziosita da una decorazione a rombi dipinta e forse dorata sui conci
bianchi di cui si è recuperato l’impianto di base e reintegrato
fino a renderlo maggiormente visibile dal basso. Le porzioni rosse di
marmo di Gerfalco erano rivestite da una coloritura che ne rafforzava
il tono e ne esaltava il contrasto con il marmo bianco ed il serpentino
verde.
Decori policromi erano dipinti su tutta la facciata tanto sulle parti
piane come sulle sculture dei pannelli che sormontano i portali.Qui sono
ancora ben visibili frammenti di azzurro negli occhi dei personaggi e
degli animali.
In definitiva l’immagine che risulta recuperata dal restauro è
una immagine che coincide soltanto in parte con il carattere degli elementi
costitutivi come appare nella gran parte dei monumenti trecenteschi restaurati
in Toscana ed in Italia. L’immagine originaria era completata da
trattamenti superficiali che ne modificavano radicalmente l’apparenza
dei materiali. La prudenza con la quale si è proceduti al restauro
e soprattutto alla pulitura ha permesso in questo caso di recuperare la
facies primitiva almeno in via indiziaria aprendo una profonda questione
riguardo all’apparenze dei monumenti coevi in Italia e all’estero.
Anche laddove le patine superficiali non sembravano riferirsi a trasformazioni
di originari trattamenti policromi, esse sono state mantenute perché
considerate parte integrante dell’immagine del monumento e della
sua autenticità. D’altro canto anche sulla facciata del Duomo
di Siena come in altre facciate esterne, in corrispondenza di queste patine
il marmo risulta essere meglio conservato, mantenendo in molti punti i
segni degli strumenti utilizzati per la lavorazione superficiale.
Il restauro più strettamente conservativo si è avvalso di
un materiale largamente sperimentato presso i laboratori dell’ICR
di Roma, il Silicato di Etile con il quale sono state impregnate le fratturazioni
e le parti soggette a perdita di coesione. Questo consolidante chimico
ha permesso di ridare consistenza al marmo zuccherificato almeno fino
al punto di poter accogliere le stuccature superficiali. Queste stuccature
rigorosamente eseguite con malta di grassello di calce e polveri di marmi
colorate sono state la vera provvisione conservativa del monumento poiché
hanno interessato una superficie peri al 70% della superficie totale chiudendo
le vie di accesso all’acqua piovana che costituiscono il motivo
principale del degrado del marmo. Altri provvedimenti conservativi hanno
riguardato la messa in sicurezza delle decine di sculture aggettanti,
il trattamento delle parti in ferro, e la protezione finale con film idrorepellente.
Uno speciale riguardo per la presentazione estetica si è avuto
rintervenendo su vecchi restauri improntati ad una filosofia troppo brutale.
Le colonne ai lati del portale centrale, che costituiscono una copia industriale
degli originali custoditi all’interno del Museo dell’Opera
apparivano troppo dissonanti con la morbidezza e l’autenticità
della facciata imponendosi sulla visione generale per la loro durezza
plastica e l’ abbagliante biancore.Sono state rilavorate superficialmente
con strumenti manuali, Gradine e scalpelli, per impreziosire la superficie
e consentire una loro maggiore integrazione nel contesto plastico trecentesco.
I mosaici
Il restauro dei mosaici delle cuspidi è stato eseguito con un doppio
consolidamento:del supporto sottostante e delle cartelle vetrose superficiali.
Soprattutto nella cuspide centrale interventi precedenti hanno iniettato
nel retro dei mosaici resine rigide che tendono ad espellere le tessere
di vetro sotto l’azione del calore e dell’acqua infiltratasi
dal retro. L’equilibrio molto delicato delle tessere esposte alle
escursioni termiche e alla pioggia battente ha suggerito un intervento
limitato al rafforzamento del legame con il supporto retrostante laddove
i distacchi erano evidenti per il rigonfiamento o per la ricognizione
acustica. Le lacune sono state reintegrate con tessere di poliestere mescolato
a polveri coloranti per ottenere il colore delle tessere originarie adiacenti.
Il restauro è stato affidato ad Antonio Forcellino e Manuela Micangeli
(per il Consorzio ARKE) che hanno diretto una squadra formata da Viviana
Rossi, Emanuela Buffa, Marina Vincenti, Francesco Altimari, Pietro Mangarella,
Riccardo Benincasa, Emilia Cestino, Massimo di Pirro, Livia Alberrti,
Andrea Brogi, Francesca Severi, Rocco Greco e Camillo Simmarino, Alessandro
Guerra, Giuliana Casadio.
Antonio Forcellino, Vietri sul mare 1955, è diplomato presso l’ICR
di Roma e laureato alla facoltà di Architettura della Università
La Sapienza di Roma. Attivo nel campo del restauro dal 1981 ha curato
il restauro dell’Arco di Traiano a Benevento, della facciata della
cattedrale di Orvieto, della collezione di scultura romana del Museo di
Paestum e della tomba di Giulio II in San Pietro in Vincoli a Roma. Nel
campo della storia dell’arte è presente con alcune pubblicazione
di carattere scientifico tra cui le principali sono, Il colore dell’architettura
romana tra cinquecento e neo cinquecento, nn.41-42 della rivista Ricerche
di Storia dell’Arte, insieme a Elisabetta Pallottino, Michelangelo
Buonarroti, Storia di Una passione eretica, Einaudi 2002, Michelangelo
una vita inquieta, Laterza 2005 e Raffaello una vita felice, Laterza 2006.
Manuela Micangeli, Roma 1957, è attiva dal 1984 nel settore del
restauro conservativo. Ha curato i restauri della facciata interna del
palazzo Farnese a Roma, del Duomo di Orvieto, della facciata di Trinità
dei Monti e dei mosaici di San Vitale a Ravenna.
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La facciata dopo il restauro, resa a
una luminosità
prima sconosciuta. (Foto courtesy di Domenico Poeta) |
Cuspide centrale, scossaline di piombo.
(Questa e le successive foto sono tratte
dal CD “Scopriamo ‘la facciata’”, del MIBAC
e dell’Opera del Duomo di Siena) |
IL PROGETTO DI RESTAURO ESECUTIVO DELLA FACCIATA DEL DUOMO
DI SIENA
Antonella Santori Merzagora, Valerio Piovanello
Il restauro della facciata è stato preceduto da una fase progettuale
finalizzata alla realizzazione del Progetto Esecutivo al quale si sono
dovuti attenere i restauratori nel corso dell’intervento.
Fondamentale per l’impostazione del progetto, al quale hanno contribuito
con stretto rigore scientifico i tecnici dei laboratori del Cenacolo ed
esperti nei diversi campi della conservazione, è stata l’indagine
visiva eseguita sul Monumento per mezzo di un braccio mobile.
L’ispezione ha consentito l’identificazione dei materiali
originali e di quelli di restauro e l’individuazione delle forme
di degrado macroscopicamente visibili che differivano una dall’altra
in funzione delle caratteristiche composizionali dei litotipi impiegati,
della geometria delle superfici e della loro esposizione all’azione
diretta degli agenti atmosferici.
Fra i marmi che hanno subito maggiori danni vanno citati il marmo bianco
venato della Montagnola, il serpentino di Crevole ed il calcare rosso
ammonitico di Gerfalco.
Alcuni manufatti in forte aggetto o particolarmente esposti all’azione
delle piogge hanno subito fenomeni di erosione con grave perdita del rilievo
originale.
Molte sculture gravemente degradate sono state sostituite con copie marmoree
o con repliche in vetroresina.
In linea generale, sui sottosquadri e sulle parti più riparate
delle architetture si è potuta osservare la presenza di croste
nere di differente forma, spessore ed estensione.
Molte zone erano diffusamente interessate dalla crescita di vegetazione
infestante e da incrostazioni di licheni e patine algali.
Vistosi depositi di guano di piccione, accumulatisi sulle superfici orizzontali
e nelle rientranze più profonde, erano percolati lungo le pareti
deturpandole con striature di colore biancastro.
In zone limitate del marmo bianco venato della Montagnola macchie di origine
biologica si evidenziavano per l’intensa colorazione rosa fucsia
o arancio.
Fra gli elementi metallici, quelli di ferro avevano assunto la tipica
colorazione arancione della ruggine mentre quelli di rame erano caratterizzati
da patine porose di colore verde azzurro chiaro e da incrostazioni nere,
compatte e di un certo spessore, visibili ad esempio sullo scudo col tetragramma
di San Bernardino collocato sulla lunetta del portale principale.
La percolazione degli ossidi di ferro e dei sali di rame lungo le superfici
sottostanti aveva inoltre causato la formazione di macchie e striature
dal colore molto acceso.
Molte scossaline di piombo erano sollevate e del tutto inadeguate alla
protezione della pietra sottostante.
Sul marmo bianco venato della Montagnola erano visibili residui di patine
artificiali trasparenti e leggermente pigmentate, applicate nel tempo
forse a scopo protettivo o per un’esigenza puramente estetica.
Sul rosso ammonitico di Gerfalco e sulla serpentinite di Crevole le patine,
di un intenso colore rosso o verde, erano coprenti ed avevano lo scopo
di ravvivare la colorazione dei marmi che si era sbiadita nel tempo.
L’effetto prodotto dalla grave degradazione d’insieme era
ancor più accentuato dalla presenza di materiali eterogenei come
il cemento o le malte a base di leganti sintetici, spennellate generosamente
su molti manufatti e da quella dei numerosi fili di ferro attorcigliati
malamente attorno ad alcuni elementi decorativi pericolanti, per impedirne
la caduta.
Durante l’indagine sono stati prelevati alcuni campioni che sottoposti
ad analisi di laboratorio hanno permesso di individuare la natura e le
caratteristiche dei materiali, definire le tipologie di degrado e la composizione
delle finiture pittoriche.
Le analisi sono state completate da una sperimentazione effettuata su
campioni di pietra simili a quelli originali per valutare l’efficacia
di alcuni prodotti consolidanti e protettivi.
Nel progetto che è stato corredato da un’accurata documentazioni
fotografica, da elaborati grafici e da relazioni e documenti tecnico-economici,
sono state puntualmente descritte tutte le operazioni di restauro che
sono state differenziate, le une dalle altre, in base alla tipologia ed
allo stato di conservazione dei singoli materiali.
IL RESTAURO DELLA FACCIATA DEL DUOMO DI SIENA
Antonella Santori Merzagora
Il restauro della facciata ha avuto inizio con la rimozione delle polveri
inquinanti, del terriccio e degli escrementi dei volatili. Si è
quindi potuto fare un esame approfondito delle superfici valutando quali
dovevano essere sottoposte ad operazioni preparatorie. Fra queste, in
particolare, alcune sculture in marmo bianco venato che erano talmente
disgregate da sbriciolarsi letteralmente fra le dita e che hanno perciò
richiesto un preconsolidamento senza il quale non sarebbe stato possibile
procedere alla loro pulitura.
Altre operazioni preliminari hanno interessato i manufatti pericolanti,
spesso malamente sostenuti da cordicelle o ridotti in pezzi, che sono
stati rimossi ed accuratamente catalogati.
L’intervento è proseguito con la pulitura delle opere che
ha messo i restauratori di fronte a problemi diversi, a seconda della
tipologia dei materiali e delle differenti morfologie di degrado.
Sulle pietre l’operazione è stata condotta assottigliando
meccanicamente le croste nere ed alternando brevi cicli di acqua nebulizzata
ad impacchi di soluzioni solventi tenute in sospensione con materiali
assorbenti. I residui rimasti nelle zone più difficilmente raggiungibili
sono stati rimossi con strumenti di precisione. Per quanto concerne i
numerosi strati di “patine artificiali” differentemente distribuiti
sulle superfici lapidee, non avendo sufficienti informazioni sui precedenti
interventi di restauro o sulla composizione e la sequenza stratigrafica
delle patine e per non rischiare di rimuovere elementi, anche se in tracce,
importanti per lo studio delle tecnologie originali, è stata richiesta
la collaborazione di ricercatori dell’Università di Siena,
dei laboratori del Vaticano e dell’ICVBC di Firenze che hanno dato
un prezioso contributo per giungere ad una più chiara comprensione
della storia dei manufatti e mettere a punto le più adeguate metodologie
operative.
Sulla base delle risposte analitiche si è deciso di rispettare
gli strati più antichi ad ossalato di calcio e di rimuovere invece,
con spruzzatori manuali ed impacchi, quelli a base di leganti sintetici
applicati in epoche più recenti.
In questa delicata fase del restauro è stato evitato l’uso
di utensili meccanici la cui azione avrebbe potuto risultare dannosa per
la conservazione delle opere.
Nel restauro dei mosaici, i danni maggiori si erano verificati su quello
principale che mostrava un vistoso “spanciamento” prodotto
dal distacco degli strati di preparazione dal supporto murario, con conseguente
perdita di numerose tessere.
In vista del consolidamento, che è stato realizzato con infiltrazioni
di malta idraulica, le parti sono state prima protette con garza di cotone
e puntellate, dopo l’intervento, con elementi metallici di sostegno.
Per quanto riguarda le tessere mancanti si è presa la decisione
di sostituirle con altre che sono state appositamente realizzate con una
resina sintetica colorata con pigmenti in polvere, per differenziarle
da quelle originali.
La pulitura dei metalli è consistita, a sua volta, nell’assottigliamento
degli strati di ruggine del ferro e dei prodotti di corrosione del rame
che sono stati ulteriormente puliti, trattati e protetti con prodotti
specifici.
Fra le sorprese, che sempre accadono durante un restauro, una di particolare
importanza è stato il rinvenimento sullo scudo col tetragramma
di San Bernardino, di resti abbastanza consistenti ed estesi di lamine
d’oro che sono state riportate alla luce ammorbidendo gli strati
di solfatazione con impacchi di sostanze complessanti e successivamente
rimossi con l’aiuto di piccole penne in fibra di vetro.
Un particolare trattamento è stato riservato alle scossaline di
piombo che rivestivano gli spioventi dei mosaici, le cuspidi dei portali
ed altri elementi architettonici in aggetto; in molti casi le lastre si
erano rotte nei punti di giunzione e sollevate dal supporto lapideo, lasciandolo
esposto ad infiltrazioni di umidità e ad attacchi di alghe con
conseguente disgregazione della pietra sottostante.
Queste situazioni sono state affrontate sostituendo, a seconda dei casi,
le vecchie scossaline con altre dello stesso metallo o applicando sulle
superfici delle copertine in malta idraulica di elevata resistenza meccanica
e di un certo spessore.
Una fase fondamentale del restauro è stato il consolidamento, differenziato
in funzione delle diverse forme di degrado.
Problemi di decoesione sono stati risolti con impregnazioni a pennello
di sostanze che penetrando in profondità nella pietra, consentivano
di rinforzarne la struttura porosa, mentre per opere degradate da fenomeni
di esfoliazione e disgregazione si è anche fatto ricorso ad infiltrazioni
di microemulsioni ad azione maggiormente adesiva.
Alcune sculture in forte aggetto ed in condizioni di stabilità
precaria sono state infine messe in sicurezza con un sistema di cordini
d’acciaio inox inseriti in tubicini di plastica ancorati alle pareti
retrostanti.
Gran parte del restauro è stato finalizzato alla rimozione delle
vecchie stuccature alterate ed a colmare e sigillare tutte le discontinuità
delle superfici per proteggerle da nuove infiltrazioni d’umidità
che potrebbero rinnovarne il degrado. Nella fase finale delle operazioni
di cantiere è stato affrontato il problema della presentazione
estetica del Monumento la cui visione d’insieme era fortemente disturbata
dalle differenze cromatiche avvenute nel corso dei secoli.
La maggior parte di queste erano attribuibili alle differenti tonalità
assunte dalle pietre in conseguenza del loro degrado e dei precedenti
interventi di restauro; altre erano dovute al contrasto, avvenuto in modo
particolare sul calcare rosso ammonitico di Gerfalco, fra le zone che
si erano sbiadite nel tempo e quelle che conservavano ancora residui delle
patine di colore rosso scuro col quale era stata ravvivata la pietra.
Tutti fattori che influivano negativamente sulla visione della facciata
e ne impedivano la corretta lettura.
Il problema è stato risolto riequilibrando cromaticamente le parti
più disomogenee con leggere velature a base di acqua di calce e
pigmenti in polvere, con un notevole miglioramento dal punto di vista
estetico.
Su tutte le superfici, ad eccezione di quelle in travertino particolarmente
resistenti al degrado ed in ottime condizioni conservative, è stato
infine applicato un protettivo finale, la cui azione specifica era di
creare una barriera idrorepellente contro l’aggressione degli agenti
atmosferici.
L’intervento conservativo si è concluso col restauro della
parete di sinistra della controfacciata che nel passato, come è
stato accertato dall’analisi di alcuni lacerti, era rivestita da
strati d’intonaco che avevano la funzione di proteggere la struttura
muraria in laterizi e simulare un rivestimento di travertino. Col passare
del tempo l’intonaco è caduto, favorendo il degrado dei laterizi
lasciati a vista.
Dopo la pulitura ed il consolidamento, le vecchie murature sono state
protette con nuovi strati d’intonaco sui quali è stato applicato
uno strato di finitura del colore della pietra che ha ridonato alle pareti
l’aspetto estetico originario.
Nel corso del restauro è stata eseguita un’accurata documentazione
fotografica e grafica relativa allo stato di fatto, alle tecniche d’esecuzione
ed agli interventi di restauro.
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Dall’alto: stuccature in materiale
sintetico dei restauri precedenti, stuccature di profondità;
controfacciata,
protezione con nuovo intonaco, finitura colore del travertino; sculture
in aggetto con distacchi,
loro messa in sicurezza. |
RISCOPRIAMO LA FACCIATA DEL DUOMO
Felicia Rotundo
Il restauro della facciata del duomo ha coinvolto la partecipazione di
numerosi specialisti che insieme, ognuno per la propria competenza, hanno
contribuito a portare a termine nel modo che oggi possiamo vedere, quello
che fin dall’inizio, quindi già in fase di progettazione
e durante le indagini preliminari, si era rivelato come un intervento
estremamente complesso in cui entravano in gioco innumerevoli componenti
e per il quale l’obiettivo era quello di conciliare l’impaginato
architettonico, scultoreo e decorativo originale (che non ha eguali nell’Italia
gotica), con gli interventi che su di esso si sono stratificati nel corso
dei secoli e che ormai ne fanno parte ed entrano quindi di buon diritto
a raccontarne la storia.
La facciata del duomo è dunque la risultante, come è stato
detto, di una serie di interventi dalla durata di cinque secoli; sappiamo
infatti e le fonti ce lo confermano, che modifiche, rivisitazioni, ed
integrazioni all’opera di Giovanni Pisano condotta a termine solo
alla fine del Trecento, furono apportate fin dal XV secolo. Alla fine
del Quattrocento (1493) furono realizzati alcuni rilievi e le decorazioni
a mosaico sui portali da David Ghirlandaio, seguiti nel secolo XVI dalla
vetrata del Pastorino (1549); nel XVII secolo dai busti del Beato Ambrogio
Sansedoni, del Beato Giovanni Colombini e del Beato Andrea Gallerani sui
portali e dall’ angelo (1635) in cima alla cuspide centrale opera
di Tommaso Redi (1602-1657) come pure i rilievi in bronzo raffiguranti
l’Assunta al centro e ai lati San Bernardino e Santa Caterina genuflessi
nelle cuspidi che furono sostituiti nel 1878 dai mosaici attuali.
Sempre nel Seicento venne collocato nella lunetta del portale centrale
il grande monogramma di san Bernardino oggi riportato al suo originario
splendore dorato, fino a giungere ai radicali cambiamenti attuati nella
seconda metà dell’Ottocento sotto la direzione di Giuseppe
Partini.
Il delicato lavoro di restauro è stato realizzato da Manuela Micangeli
e da Antonio Forcellino assistiti da una validissima equipe, con il coordinamento
di Antonella Merzagora e con la direzione della Soprintendenza per i Beni
Architettonici e per il Paesaggio. Esso è stato indirizzato alla
pulitura, alla riparazione delle fratture piccole e grandi diffuse su
tutta la superficie, alle integrazioni delle parti corrose dal tempo,
alla messa in sicurezza degli elementi scultorei aggettanti tra i quali
le gargolle. (Le gargolle sono le figure di agili cani dal muso proteso
e dalle zampe puntate e raccolte all’indietro che sporgono (in originale
o in copia) dalla facciata e dai fianchi del duomo). Di queste, in numero
di 60, lo scultore Giovanni d’Agostino nel 1336 aveva fornito il
modello. Si è provveduto infine alla protezione della superficie
lapidea. Tutte queste fasi sono state attentamente analizzate, valutate
nei loro molteplici aspetti, e spesso dibattute dagli operatori direttamente
interessati come pure dagli esperti e dai consulenti che hanno frequentato
il cantiere nei 18 mesi della sua durata e che hanno trovato in Antonio
Forcellino e in Manuela Micangeli un’attenzione e una disponibilità
al confronto anche in corso d’opera sempre nell’ottica di
ricercare le soluzioni più idonee alla conservazione del monumento.
Il lavoro di restauro ha interessato tutte la parti a cominciare dall’angelo
di Tommaso Redi sulla cuspide centrale che è stato pulito e messo
in sicurezza, ai mosaici di Luigi Mussini e di Alessandro Franchi dei
quali sono state reintegrate le tessere mancanti e riportati quindi al
loro splendore originario, alle superfici lapidee e agli elementi scultorei,
agli olimascoli (gli olimascoli sono i due alti pinnacoli che si innalzano
ai lati del timpano centrale), alla grande vetrata raffigurante l’Ultina
Cena che è stata protetta da nuovi e resistenti vetri fino alle
ghiere e alle colonne dei portali; tutto è stato rivisto e messo
in sicurezza con un meticolosità e una minuziosità attente
anche ai particolari in contraddizione con l’idea che comunque questi
non sarebbero stati recepiti dalla grande distanza.
E’ stato compiuto quindi uno sforzo notevole per conseguire un risultato
che dà ragione di un monumento patrimonio dell’umanità
offeso da troppi e devianti interventi interpretativi come quelli ottocenteschi
realizzati nell’ottica del purismo che inseguiva pedissequamente
un ipotetico aspetto medievale, ma anche ad alcuni troppo affrettati realizzati
nel secolo passato.
Il restauro ha permesso la riscoperta così di quei valori che erano
andati perduti, in quanto camuffati, alterati, o per meglio dire, messi
sotto tono, nel corso dei restauri precedenti; mi riferisco soprattutto
ai valori cromatici che erano evidentemente parte integrante della composizione
della facciata come essa fu progettata da Giovanni Pisano, che doveva
apparire sotto forma di un grande polittico, offerto alla devozione popolare
verso la Vergine Assunta dove anche l’oro, rintracciato in alcune
parti nella decorazione del portale maggiore dove già nel 1358
si pagava un doratore per le integrazioni in oro nel gruppo della Madonna
col Bambino ivi esistente e nei simboli degli evangelisti nelle chiavi
di volta dei portali laterali, contribuiva ad esaltarne la preziosità
ed il valore simbolico.
Non voglio dilungarmi nel riferire le varie fasi o descrivere la metodologia
e le tecniche del complesso lavoro condotto di cui potrete leggere nelle
relazioni scritte dagli stessi autori del restauro che troverete nella
cartella stampa, poiché credo che la facciata che oggi viene restituita
alla città nel suo rinnovato splendore, esprima tutto questo in
maniera più che convincente.
Felicia Rotundo, storico dell’arte direttore coordinatore presso
la Soprintendenza per i Beni Architettonici e per il Paesaggio per le
province di Siena e Grosseto, ha diretto per la parte scientifica il restauro
della facciata del duomo
IL RESTAURO DELLA FACCIATA DEL DUOMO DI SIENA
Felicia Rotundo
Il restauro della facciata del Duomo è stato finanziato dal Ministero
per i Beni e le Attività Culturali che ha destinato i proventi
derivanti dall’ 8/1000 (€ 519.107,00) e dall’Opera della
Metropolitana (€ 612.805,01) per un impegno totale di
€ 1.131.912,01.
IMPRESA APPALTATRICE:
Assoc. Temporanea di Imprese tra:
- CONSORZIO ARKE’ – Via E.Turba, 4 – Roma e
- ANTONIO FORCELLINO – Piazza S.Maria Liberatrice – Roma.
CONSEGNA LAVORI: 18/05/2005
ULTIMAZIONE LAVORI: 15/11/2006
UFFICIO DIREZIONE DEI LAVORI
- Responsabile del Procedimento: Arch. Giovanni BULIAN
- Direttore dei Lavori: Arch. Cecilia Sani
- Direttore Operativo Restauratore: Dott.ssa Antonia Santori Merzagora
- Direttore Operativo: Geom. Danilo Faleri
- Ispettore di Cantiere: Geom. Claudio Pistolozzi
- Direttore Scientifico: Dott.ssa Felicia Rotundo
- Coord. per la Sicurezza in fase di progettazione: Geom. Danilo Faleri
- Coord. per la Sicurezza in fase di esecuzione: Ing. Simone Pesi
PROGETTO ESECUTIVO E INDAGINI DIAGNOSTICHE
Il Cenacolo s.r.l. - Centro studi e ricerche, laboratorio analisi
Direttore tecnico: Ing. M. Pouchain
Amministratore Unico: Sig. M. Pouchain
Direttore Scientifico: Ing. N. Berlucchi
Progettista restauratore : Prof.ssa A. Merzagora
Coordinatore interno: Arch. V. Piovanello
Resp. Di laboratorio: dott. R. Ginanni Corradini
Resp. Per i trattamenti conservativi: Per. Chimico F. Mattolin
Collaboratori: Arch. A. Lombardi – Arch. F. Ricciardi
Le indagini diagnostiche in corso d’opera sono state eseguite:
dal prof. Giuseppe Sabatini e dal prof. Marco Giamello (Dipartimento delle
Scienze Ambientali - Università degli Studi di Siena).
Dalla dott.ssa Susanna Bracci (C.N.R. di Firenze, ICVBC – Istituto
per la Conservazione e la Valorizzazione dei Beni Culturali)
CONSULENTI
Prof. Ulderico Santamaria (Capochimico dei Laboratori del Vaticano)
GRUPPO DI STUDIO
Arch. Giovanni Bulian, Soprintendente per i Beni Architettonici e per
il Paesaggio per le province di Siena e Grosseto
Dott. Alberto Cornice, storico dell’arte
Dott.ssa Felicia Rotundo, storico dell’arte (Soprintendenza per
i Beni Architettonici e per il Paesaggio per le province di Siena e Grosseto)
Prof.sa Antonella Santori Merzagora (I.C.R.)
Prof. Roberto Guerrini, Università degli Studi di Siena
Prof. Stefano Moscatelli, storico archivista (Università degli
Studi di Siena)
Prof. Marco Giamello (Università degli Studi di Siena)
Prof. Giuseppe Sabatini, (Università degli studi di Siena)
Arch. Valerio Piovanello (Il Cenacolo s.r.l.)
Prof. Ulderico Santamaria (Laboratori di restauro del Vaticano)
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Dall’alto: tassellatura in pietra,
prima e dopo il restauro; una di quattro formelle, prima e dopo
il restauro; busto coperto dal guano (prima) e ripulito (dopo il
restauro); la facciata durante il restauro;
il Duomo nel contesto urbano prima dell’intervento. |
COMUNICATO STAMPA Siena, 30 novembre 2006
INTERVENTO DI RESTAURO DELLA FACCIATA DEL DUOMO
DI SIENA
Attività del Gruppo di Ricerca sulla Conservazione del Patrimonio
Culturale Lapideo Dipartimento di Scienze Ambientali - Università
di Siena.
L’intervento di restauro è un’importante occasione
di conoscenza di un monumento ed offrendo, tra l’altro, la possibilità
di condurre osservazioni di dettaglio e di prelevare campioni di tutto
ciò che per vario motivo è venuto a trovarsi sulle sue superfici,
ci pone in grado di ottenere dati di grande interesse sia scientifico
che storico-artistico.
È infatti, per noi, ormai un fatto acquisito, per esempio, l’uso
antico di applicare trattamenti, a fini estetici, sulle superfici monumentali,
trattamenti ovviamente diversi al variare dei materiali e al variare dei
motivi ornamentali e/o architettonici che questi costituiscono. Occorre
specificare che, con il termine di trattamento non si intende solo colorazioni
o dorature (p.e. di bassorilievi e, più in generale, di elementi
decorativi), ma anche velature atte ad impartire una tonalità omogenea
ad ampie superfici costituite dallo stesso materiale (p.e. marmo) o ad
esaltare il colore naturale di una pietra (p.e. serpentinite), velature
che oggi sono rappresentate dalle cosiddette pellicole ad ossalati di
calcio.
Per altro, sia il degrado (vuoi naturale vuoi esasperato dall’inquinamento
antropico) sia precedenti interventi impropri, hanno ridotto questi antichi
trattamenti a residui, più o meno trasformati, che attualmente
si confondono con depositi di vario genere (i più famosi sono le
ben note croste nere) e rischiano pertanto, nel corso di un intervento
di pulitura, di essere cancellati con ciò che, nell’interesse
estetico e della conservazione della superficie lapidea, è effettivamente
da asportare. La conseguenza inevitabile è la perdita di ogni futura
possibilità di indagine e di conoscenza.
L’intervento di restauro della facciata del Duomo di Siena è
stato quindi da noi utilizzato per un esteso lavoro di prelievo di microcampioni
tendente a verificare appunto l’esistenza di residui di trattamenti
antichi delle superfici lapidee, lavoro che ha tenuto conto della diversità
dei materiali utilizzati (principalmente, marmi della Montagnola Senese,
serpentinite e calcare rosso ammonitico) e, nei limiti del possibile,
della elevata variabilità dei motivi ornamentali.
Va osservato infatti che, nel caso della facciata del Duomo di Siena,
la collocazione nel tempo e nello spazio dei trattamenti in oggetto si
presenta di particolare difficoltà, considerando i numerosissimi
interventi e rifacimenti più o meni parziali succedutisi nel corso
dei secoli e la grande complessità e ricchezza dei motivi architettonici
che caratterizzano questa facciata.
Lo studio, sotto questo profilo, è da considerarsi ancora ad uno
stadio iniziale e certamente dovrà avvalersi, per giungere a conclusioni
il più complete ed esaustive possibile, di uno stretto confronto
con i dati delle ricerche storiche di archivio che parallelamente sono
state attivate.
Nell’allegato CD, presentiamo quindi solo alcune immagini atte ad
esemplificare quella che è la prima fase del nostro lavoro e cioè
lo studio al microscopio polarizzatore di sezioni sottili ed ultrasottili
dei microprelievi effettuati. Le immagini si riferiscono a dorature ed
a coloriture rinvenute su vari elementi ornamentali in marmo, a coloriture
rinvenute su elementi costituiti da calcare rosso ammonitico ed a pellicole
ad ossalati di calcio e cioè, come accennato in precedenza, a velature
con funzione estetica applicate su parti in marmo sia lisce che lavorate.
Va sottolineato che lo scarno e talora incompleto commento, riferito nelle
didascalie, è motivato sia da ovvie ragioni di brevità sia
dal fatto che molti particolari delle immagini presentate attendono ancora
un definitivo chiarimento su basi scientifiche, che solo la prosecuzione
dello studio potrà fornire.
Il Gruppo di Ricerca sulla Conservazione del Patrimonio Culturale Lapideo
del Dipartimento di Scienze Ambientali - Università di Siena si
occupa, a partire dagli anni ’70, di tematiche attinenti la conservazione
dei monumenti. L’attività ha interessato principalmente lo
studio mineralogico, petrografico e geochimico dei materiali lapidei naturali
e artificiali utilizzati nell’edilizia storica con particolare riferimento
a quella senese.
I principali temi di ricerca, oltre alla caratterizzazione dei materiali,
riguardano: i meccanismi di degrado dei materiali medesimi, l’individuazione
dei trattamenti antichi applicati sulle superfici monumentali, l’interazione
dei materiali con i prodotti e le tecniche impiegate nelle operazioni
di restauro, l’individuazione dei pigmenti, delle tecniche pittoriche
e dello stato di conservazione di dipinti murali antichi.
Numerosi sono stati i casi di studio nel centro storico di Siena, e in
particolare numerose facciate sia in laterizio (p.e. Palazzo Pubblico,
Santa Maria della Scala), sia in pietra (p.e. Palazzo Spannocchi, Palazzo
Salimbeni, Palazzo Chigi), sia in intonaco (p.e. Palazzo Chigi Zondadari,
Palazzo Nastasi). Tra le opere scultoree sono state studiate la Fonte
Gaia di Jacopo della Quercia, il David e la Pietà Rondanini di
Michelangelo.
Il Gruppo è costituito da: Giuseppe Sabatini (Professore ordinario),
Giovanni Guasparri (Professore associato), Marco Giamello (Ricercatore),
Andrea Scala (Funzionario tecnico), Alessandro Terrosi (Funzionario tecnico),
Francesca Droghini (Dottore di ricerca), Sonia Mugnaini (Dottore di ricerca)
Maria Grazia Nardelli (Dottore di ricerca), Jacopo Carducci (Laureando).
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