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Non esercizio formale, questa chiesa nasce sulla base del tentativo di
esprimere compiutamente luoghi e percorsi della ritualità. L’altare
risalta al centro dell’organismo, come polo su cui il progettista,
Francesco Lepore, incardina il disegno architettonico che, nella scelta
dei materiali e delle cromie, si rivolge poi all’ambiente circostante.
L’idea è quella dell’approccio organico:
l’architettura che sorge come generata dal sito e continua seguendo
una logica propria, esponendo materiali e forme che, per quanto concepite
oggi, non paiono distanti né estranee a quanto la storia e la geologia
hanno stratificato nel tempo per conformare il territorio.
La pianta si imposta su una forma bombata: un quadrilatero che diventa
un ellissoide che perde la simmetria. Le pareti sono rigonfie come quelle
di un grembo fertile che sta generando una nuova vita, come se subissero
una spinta isotropica interna. Il volume è una presenza cospicua
in altezza, sopra un rilievo e le pareti sassose hanno un che di campestre.
Sul fronte, ai lati del portale, si aprono due concavità che interrompono
la convessità dell’insieme mettendo in rilievo l’entrata,
che resta protesa in avanti: sono due spazi - uno pieno, uno vuoto, uno
positivo, l’altro negativo - accanto alla scala che precede il portale.
La torretta da un lato, verso valle, uno spiazzo libero dall’altro,
dove si apre
l’accesso alle opere parrocchiali.
La torretta ha un profilo conico, non estraneo alle costruzioni antiche
di alcune zone del Meridione.
Così come sul fronte, un altro elemento simile poggia al muro perimetrale
presso la zona absidale della chiesa: assieme, i presìdi ricordano
gli antichi contrafforti e il fatto che siano ubicati verso valle giustifica
ulteriormente tale richiamo. Intonacati di un ocra chiaro, come anche
lo specchio di parete che sovrasta il portale, essi si staccano dalla
continuità del muro.
Nel complesso il progetto si muove secondo il criterio della prossimità
e rifugge petizioni esclamative o clamorose, pur mantenendo visibilità
e identità. La sua impostazione formale sembra presupporre una
consuetudine con la logica sottostante alcune proposte del maestro tedesco
Rudolf Schwarz, soprattutto nella concezione dell’aula.
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La chiesa si eleva sul declivio del
colle e domina
la valle. Il volume del battistero emerge all’esterno
quasi come fosse un contrafforte. |
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In questa si uniscono le reminiscenze delle chiese a pianta
centrale e delle basiliche di impostazione processionale, con l’aggiunta
di alcuni spazi estroflessi, come per sottolineare di questi la rilevanza
e anche la liminalità. Così il battistero è posto
nella torretta che precede l’ingresso, e in tal modo è reso
prodromico alla chiesa, mentre all’interno è a contatto visivo
con l’aula celebrativa, pur restando da essa separato.
L’asse centrale della chiesa non attraversa a metà l’assemblea:
questa sulla destra si estende su uno spazio più ampio, che raccoglie
un numero maggiore di persone in prossimità dell’ambone.
La presenza di questo risulta rilevante: la sua forma, che sembra ispirata
da figure naturali, sottolinea ancora il tema dell’organicità
trasposta in architettura.
Ma, soprattutto, l’ambone ha caratteristiche appropriate alla sua
dignità di luogo liturgico: spesso il termine è usato per
indicare un semplice leggio, in questa chiesa invece è autenticamente
“luogo elevato” che individua nello spazio il posto della
parola e ne evidenzia l’importanza nel contesto della celebrazione.
Nell’osservare l’interno, si comprende come il progetto nasca
da qui, per estendersi poi a definire l’esterno: è il percorso
concettuale appropriato ma raramente seguito dai progettisti, per solito
attenti all’annuncio esterno più che al rito interno.
L’altare, posto su una pedana circolare, rimane a un livello più
elevato anche rispetto al resto del presbiterio. In tal modo tutto nella
chiesa risulta riferito a questo centro effettivo dello spazio. Da ogni
parte l’aula lì riconduce: per il semplice fatto che è
stata progettata a partire da questo, così che l’architettura
non solo risulta rivolgervisi, ma da
questo germinare. E non c’è stato bisogno di sovradimensionarlo:
è una presenza composta, evocativa nelle elaborazioni di superficie,
tanto più significativa perché la lastra della mensa risalta
in rilievo dimensionale.
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Pianta, prospetto frontale e laterale
verso monte.
Sopra: portale e fronte verso valle. |
Una fenditura absidale apre il manto murario in un cono
di luce: lascia intravvedere una parete più esterna distaccata
dal cui perimetro entra la luce che inonda una superficie pitturata di
giallo. Contro la stessa fenditura si evidenzia il crocifisso, senza tuttavia
soverchiare con la sua presenza il principale polo liturgico.
Un lucernario zenitale aggiunge ulteriore luminosità alla mensa,
che resta definitivamente protagonista. Il tabernacolo, nell’ansa
della parete di sinistra, è evidenziato con una simile soluzione
grafica. Alcuni elementi questionabili, quali le lampade a muro, non incidono
sul linguaggio del raccoglimento e della compostezza che caratterizza
l’insieme.
(L.Servadio)
Chiesa di San Giuseppe a San
Marco in Lamis (Foggia)
Arcidiocesi: Foggia - Bovino
Progetto, d. lavori e direzione artistica: Arch. Francesco
Paolo Lepore (Foggia)
Opere in legno lamellare: Holzbau Sud, Calitri (Avellino)
Panche: Caloi Industria, Susegana (Treviso)
Dall’alto: l’ambone; la sede
della presidenza; l’aula vista dal presbiterio, si nota il battistero
a lato dell’entrata; l’altare sopraelevato sulla pedana circolare.
I banchi sono del mod. Cattedrale prodotti da Caloi Industria; con la
loro curvatura evidenziano il raccogliersi dell’assemblea attorno
al centro liturgico.
Di Caloi Industria sono anche gli scanni mod. Roma e il tronetto mod.
Siena per gli officianti.
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Area presbiterale: l’ambone in
primo piano.
Dietro l’altare, la fenditura apre verso la parete
illuminata da vetrate laterali. |
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