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Chiesa Oggi 82
Architettura e Comunicazione
TESTIMONIANZE - L’ARTE PER IL CULTO E L’EDUCAZIONE DEGLI OPERATORI
Dal magistero alla progettazione
Di Baio Editore

Il R.mo P. Abate Dom Michael John Zielinski, OSB, ha accettato di rispondere ad alcune domande sul primo Master per architetti, ingegneri e artisti organizzato dalla Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa, della quale egli è il vicepresidente. Il discorso di allarga alla relazione tra Chiesa e mondo delle arti nel mondo contemporaneo.

A partire dal settembre 2007, è stato attivato presso l'Università Europea di Roma e l'Ateneo Pontificio Regina Apostolorum un "Master" per il perfezionamento di architetti, ingegneri e artisti: in che cosa si distingue dagli altri corsi di specializzazione e "master" già esistenti?

Negli ultimi anni si è osservato un sempre maggiore interesse nello studio dell'architettura e arte sacra, attraverso
l'istituzione di numerosi corsi di specializzazione post-universitaria, rivolti, in particolare, a quanti sono chiamati, attraverso la propria professionalità, a collaborare con i Vescovi nella progettazione e realizzazione di nuovi edifici di culto.
Il Master “Architettura, arti sacre e liturgia”, che si svolge per la prima volta in questo anno accademico presso l'Università Europea di Roma e l'Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, si inserisce in questo percorso con spirito di complementarietà.
Da numerosi ambienti ecclesiali e artistici di tutto il mondo sono pervenute alla Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa richieste per l'istituzione di un corso dove ognuno dei "protagonisti" dell'arte e architettura sacra - dal sacerdote all'artista, dall'architetto all'ingegnere al musicista - potessero ricevere una formazione adeguata nel campo delle arti liturgiche, per poter servire veramente e utilmente la Chiesa. Nel suo ministero ormai ventennale,
la Pontificia Commissione ha potuto constatare e promuovere, secondo le più varie esperienze, l'esigenza di una formazione integrale di persone che fossero in grado di coltivare la dimensione sacramentale dell'arte al servizio della liturgia e condurla a quella dimensione simbolica che esprima attraverso il visibile l'invisibile.
Dalle istituzioni accademiche promotrici di questo Master, anche per suggerimento della Pontificia Commissione, è nato un percorso formativo costituito da 4 ambiti disciplinari (teologia, arte, architettura e beni culturali), che intende preparare architetti e artisti a progettare lo spazio liturgico secondo una motivata sintonia con il Magistero della Chiesa e il sentimento dei fedeli, assecondando un corretto orientamento rituale, a favore della degna celebrazione del culto cattolico.

Dom Michael J. Zielinski

Prospettiva verso l’abside, chiesa di St. Theresien a Linz, progettata a metà degli anni ‘50 da Rudolf Schwarz, uno dei più prolifici e attenti architetti di chiese, collaboratore di Romano Guardini. (foto da: “Rudolf Schwarz”, Electa, 2000)

Oltre ai citati corsi, negli ultimi quindici anni hanno avuto luogo diverse iniziative le cui implicazioni hanno anche un risvolto di carattere culturale: ritiene che si possa parlare oggi di una cultura più attenta alle necessità della Chiesa?

Nell'epoca moderna è avvenuta una grave frattura fra le arti e la Chiesa. L'arte moderna, infatti, proclamava il suo "non serviam": essa non serviva più, ma reclamava integralmente per se stessa la venerazione dovuta a quanto essa rappresentava. Il consapevole abbandono della verità cristiana e l'assunzione di una visione nichilista del mondo e dell'uomo, sostanzialmente irriducibile a quella cristiana, o il soggettivismo illimitato sono alcuni punti di cui parla, fra
gli altri, Hans Sedlmayr: nelle sue opere è messa particolarmente in risalto la "perdita del centro" come perdita di una centralità nel rapporto tra Dio e l'uomo e dell'acquisizione di una centralità da parte di quest'ultimo che ha, come corollario, l'impossibilità strutturale dell'arte e architettura contemporanee di esprimere un contenuto sacro.
È noto il celebre discorso di Papa Paolo VI agli artisti nella Cappella Sistina il 7 maggio 1964: "Ci permettete una parola franca? Voi ci avete un po' abbandonati, siete andati lontani, a bere ad altre fontane, alla ricerca sia pure legittima di
esprimere altre cose; ma non più le nostre. … Voi sapete che portiamo una certa ferita nel cuore , quando vi vediamo intenti a certe espressioni artistiche che offendono noi, tutori dell'umanità intera, della definizione completa dell'uomo, della sua sanità, della sua stabilità. … Qualche volta dimenticate il canone fondamentale della vostra consacrazione
all'espressione; non si sa cosa dite, non lo sapete tante volte anche voi: ne segue un linguaggio di Babele … e allora restiamo sorpresi ed intimiditi e distaccati". Oggi, invece, sembra che qualcuno inizi a rispondere ai numerosi appelli pronunciati da Paolo VI e da Giovanni Paolo II.
Gli architetti e gli artisti, infatti, hanno fatto propria la grande preoccupazione e il disagio avvertito nel mondo ecclesiale di non riuscire a produrre luoghi di culto dove sia possibile percepire quel "bello" che è un attributo
di Dio.
Nonostante gli sforzi di alcune personalità protese alla valorizzazione di alcune contestabili produzioni artistiche
ed architettoniche, non manca un'arte sacra che oltrepassi i limiti dell'individualità umana, per rivolgersi e trarre ispirazione dalle "cose di lassù". Questo interesse è un grande segno di speranza, che deve essere custodito e valorizzato nell'alveo della Chiesa.

L'arte, lo ha ricordato anche Giovanni Paolo II, costituisce un linguaggio di carattere universale, attraverso il
quale la Chiesa può dialogare anche con i "lontani": ma in che modo il magistero della Chiesa può dialogare con gli artisti (e gli architetti), così che questi riescano a esprimere contenuti autentici, coerenti con la tradizione
cristiana ma "incarnati" nell'oggi?


La Chiesa non vuole "parlare a" ma "parlare con" tutti coloro che desiderano tornare alla contemplazione della bellezza e della vera arte sacra. Il primo passo è quindi la trasmissione dei contenuti principali della fede. Non si può dimenticare che la fede si è sempre fatta cultura infondendo in un mondo ormai stanco, l'inedita fiducia nella bontà delle creature, quelle visibili e quelle invisibili: è accaduto nei primi secoli, deve accadere ancora oggi.
È poi necessario favorire il recupero della memoria e del grande patrimonio dell'arte cristiana, educando l'accettazione critica di una modernità ormai consunta e segnata da problemi ormai insolubili. Occorre dunque un dialogo fecondo fra tradizione e novità, che legga i frutti storici dell'impegno artistico di tanti credenti secondo quell'ermeneutica della continuità spesso richiamata dal Santo Padre Benedetto XVI. Solo così, conoscendo i contenuti della fede e la
tradizione della Chiesa, si può imparare nuovamente a "rivestire il sacro" e sanare quella frattura fra le arti e la Chiesa denunciata già da Paolo VI. In questo momento storico, la Chiesa non può quindi non proclamare con forza che la bellezza non è un elemento estrinseco alla liturgia e neppure è puramente decorativo, ma che è parte integrante
del culto.
Lo stesso Benedetto XVI ci insegna che "Il rapporto tra mistero creduto e celebrato si manifesta in modo peculiare nel valore teologico e liturgico della bellezza. La liturgia, infatti, come del resto la Rivelazione cristiana, ha un intrinseco legame con la bellezza: è veritatis splendor. Nella liturgia rifulge il Mistero pasquale mediante il quale Cristo stesso ci attrae a sé e ci chiama alla comunione. In Gesù, come soleva dire san Bonaventura, contempliamo la bellezza e il fulgore delle origini. Tale attributo cui facciamo riferimento non è mero estetismo, ma modalità con cui la verità dell'amore di Dio in Cristo ci raggiunge, ci affascina e ci rapisce, facendoci uscire da noi stessi e attraendoci così verso la nostra vera vocazione: l'amore" (Esortazione Apostolica Postsinodale Sacramentum Caritatis, 22 febbraio 2007, n. 35).