| Testimonianze:
dall'archivio della Di Baio Editore
“Ai cari confratelli di ministero, nella speranza che la brevità
di quest’operetta li inciti a spaziare più largamente nei
campi sereni dell’arte cristiana”. Così il Can. Oreste
Pantalini dedicava – nel 1908, esattamente cent’anni or sono
– il suo “Manuale d’arte per il clero”, dal titolo
“Gli stili nell’architettura sacra”. Nel frontespizio,
l’imprimatur, rigorosamente in latino, del Sac. Carolus Locatelli
e del Can. Joannes Rossi. Un’opera breve, maneggevole, di piccolo
formato… un libricino, che oggi scomparirebbe nella messe di titoli
e volumi che si accatastano nelle librerie. All’epoca, era una specie
di breviario, sia per insegnare i rudimenti dell’arte e dell’architettura,
sia per illustrare come intervenire laddove
si dovesse operare su una chiesa esistente, o costruirne una nuova. In
poco meno di duecento pagine formato
“A5” il Pantalini riassumeva tutto un sapere: non per esaurire
l’argomento, ma per gettare le basi di conoscenza che consentissero
ai sacerdoti di orientarsi nel mondo dell’architettura.
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“Dalla biblioteca di mio padre
Edmondo,
fra i libri di mio nonno, Ing. Cesare Jonghi
Lavarini”.
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Nella pacata esposizione del Canonico Pantalini, una volta
esaurite le spiegazioni sugli stili architettonici antichi, sulle tecniche
costruttive, sulle ragioni per le quali si debba decidere di ingrandire
una chiesa, spicca quanto espone riguardo alla costruzione di chiese nuove.
“Una volta esclusi… i ripieghi di ingrandimento accennati,
non resta che un
partito da prendersi: costruire ex novo; e qui bisogna cominciare dall’esser
persuasi di sue cose: che si deve edificare una Casa di Dio, e che questa
deve poter durare nei secoli. Bando quindi alle grettezze….”.
E poi il punto cruciale: la scelta del progettista. “Per carità
non si affidi l’incarico a un capomastro, per quanto abile e coscienzioso:
i Maciacchini e gli Antonelli, che senza il diploma di architettura seppero
elevare dei bellissimi edifizi, sono
assai rari… Nemmeno un architetto qualunque sarà il più
adatto alla bisogna, anche se abbia dato prova della sua genialità
costruttiva in bei palazzi o in graziosi villini: è necessario
uno specialista in edifizi sacri, un artista che, credente e praticante,
sappia che deve costruire un tempio e non una casa, senta l’influenza
della religione sull’arte, conosca la storia dell’architettura
sacra e sia capace di ispirarsi alle opere sublimi dei nostri maggiori
per la propria concezione, e soprattutto che rispetti ed eseguisca le
prescrizioni della liturgia”.
C’è di che riflettere: ancor oggi questi sono argomenti dibattuti.
Il libro del Pantalini certo non risolve questioni ancora aperte ma è,
forse ancor oggi, qualcosa utile da leggersi: dà profondità
storica all’argomento, sollecita confronti, stimola il pensiero.
Evidenzia quanto sia grande la responsabilità
del committente, quanto attivo debba essere il suo ruolo.
Per questo, avendo recuperato il volume negli archivi Di Baio Editore,
abbiamo deciso di metterlo a disposizione dei nostri lettori: è
liberamente consultabile nel sito <www.dibaio.com>.
Giuseppe Maria Jonghi Lavarini, architetto
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