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La singolare esperienza di un corso curricolare di architettura sulla
chiesa
Alla Facoltà di Ingegneria dell’Aquila il Corso di Composizione
Architettonica e Urbana si svolge attorno al progetto della chiesa. Il
docente che lo dirige, Prof. Gianni Ascarelli, è di fede ebraica:
il suo punto di vista è importante sia per quanto riguarda il rapporto
tra chiesa e città, sia per quanto riguarda il rapporto tra gli
spazi liturgici delle tre religioni monoteiste.
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Alla Facoltà
di Ingegneria dell’Aquila, da alcuni anni per l’esame
di Composizione Architettonica e Urbana gli studenti si esercitano
sul tema della chiesa.“Si sentono molto coinvolti: è
un argomento in genere ben conosciuto e che consente di spaziare,
di non restringersi ad aspetti funzionali, ma di attingere al significato
profondo dell’abitare lo spazio, di viverlo anche nelle sue
valenze sociali” spiega il docente, Gianni Ascarelli. E il
corso è un successo: ogni anno sono centinaia coloro che
vi prendono parte con entusiasmo.
Quindi la chiesa come tema architettonico
risulta importante e suggestivo, non soltanto se trattato in corsi
specialistici post-laurea o master, come è stato fatto in
diversi atenei italiani di concerto con le Diocesi, ma anche come
argomento curricolare. In questo, l’iniziativa del Prof. Ascarelli
è singolare: come pure singolare è il fatto che chi
l’ha lanciata è un ebreo praticante, che tra l’altro
è stato coprogettista del restauro della sinagoga romana
nell’occasione del suo centenario, nel 2004.
Il Prof. Ascarelli ci spiega come affronta il corso e quali considerazioni
suggerisce il suo essere ebreo che insegna come progettare chiese. |
Prof.Arch. Gianni Ascarelli |
Come ha avuto l’idea di svolgere il Corso
di Composizione sull’architettura delle chiese?
Un po’ di tempo fa ebbi occasione di seguire un dottorato su questo
argomento: compresi allora quanto è avvenuto col Concilio e il
significato e il portato del Movimento liturgico che sin dagli anni Venti
del ‘900 ha dato un nuovo impulso all’edificio chiesa, elaborando
spazi e forme di rito che miravano a coinvolgere attivamente le persone.
Mi ha colpito favorevolmente che la parrocchia fosse intesa come un luogo
di servizio e di impegno verso la società. Poiché il Corso
di Composizione Architettonica e Urbana al III anno deve incentrarsi su
un tema di carattere sociale, ecco che quello del centro parrocchiale
diventa un riferimento progettuale importante.
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Il disegno di progetto e un’immagine
di piazza
Giovanni XXIII a Manduria (Taranto) progettata come
segno di incontro tra le tre religioni monoteiste dallo
Studio Transit di Roma (Architetti Gianni Ascarelli,
Maurizio Macciocchi, Evaristo Nicolao, Danilo Parisio). |
Sotto il profilo strettamente architettonico che
cosa vuol dire questo?
Il progetto della chiesa è particolarmente importante perché
in esso è immediatamente visibile il problema del rapporto tra
edificio e città, e tra esterno e interno: il tema del passaggio,
della soglia o delle soglie che si attraversano per entrare in uno spazio
“altro”, nella successione di sagrato, nartece, protiro, porta.
Nella chiesa, il passaggio è ricco di significato: è uno
spazio di preghiera e di raccoglimento, quindi diverso dagli altri luoghi
urbani. Così anche il suo
rapporto con l’intorno diventa particolarmente ricco di risonanze:
e questo rapporto non dev’essere di contrapposizione...
Può discutere qualche esempio per chiarire?
Mi sembra che la nota chiesa “Dives in Misericordia”, progettata
da Richard Meier a Roma, si ponga in rapporto antagonista con l’intorno
e non riesca a diventare fulcro per l’ambiente circostante. Per
giunta esula dal modo compositivo, neorazionalista e misurato, tipico
di quell’autore e la luce che spiove dalle immense vetrate superiori
forse è un po’ esuberante:“ troppo divina”, come
ha scritto il Prof. Franco Purini. Mentre invece mi sembra che la chiesa
del Villaggio Olimpico, disegnata da Francesco Berarducci negli anni ‘60,
inserendosi con sapienza sia nel contesto attuale, sia nella tradizione
dell’architettura romana, e restando su dimensioni più consone,
interpreti meglio il genius loci, divenendo elemento rappresentativo e
qualificante dell’ambiente urbano. Un altro esempio positivo mi
sembra la chiesa progettata dall’architetto Piero Sartogo alla Magliana:
il camminamento che si inoltra tra aula celebrativa e ambienti
di servizio costituisce un importante spazio di mediazione, e la grande
vetrata rotonda riceve una luce controllata perché schermata. Il
controllo della luce è sostanziale per lo spazio di preghiera.
Come propone nel Corso il tema chiesa?
Sottolineo l’importanza del radicamento dell’edificio. Nei
primi anni si studia il progetto fuori terra su una linea orizzontale.
Ma il rapporto tra terra e cielo è più complesso, sia nel
senso fisico, sia nel significato trascendente.
Propendo per partire da un terreno inclinato, per sottolineare le differenze
di livello, che nel concetto di soglia acquistano significati particolari.
Penso per esempio a San Zeno a Verona, dove nell’entrare si scende:
l’effetto è straniante, ma acquista il senso di un passaggio
significativo verso una profondità, come quella dell’anima.
L’architettura ha anche aspetti simbolici e questi vanno ritrovati
anche nelle azioni del salire o dello scendere.
In quanto ebreo che si è dedicato allo studio e anche al
progetto della chiesa, può tentare un raffronto tra i
due spazi cultuali?
Nella tradizione ebraica l’edificio di culto non si dà. Per
celebrare occorre che si riuniscano almeno 10 persone di età superiore
ai 13 anni: questa è la condizione perché si formi la “comunità”.
Per le cerimonie più importanti ci vuole il baldacchino e i rotoli
della Legge. Ma non si richiede un particolare ambiente.
La centralità è nell’assemblea delle persone raccolte
nel rito. Questa è la “sinagoga”, che poi vuol dire,
appunto, “raccogliersi assieme”. Si pensi per esempio che
a Gerusalemme il luogo più sacro non è uno spazio chiuso,
ma il muro del tempio che non c’è più: il Muro del
pianto. Se il tempio fosse ritenuto importante come luogo di incontro,
Gerusalemme avrebbe oggi il suo tempio maggiore: ma non lo ha. Le sinagoghe
nascono nella tradizione europea,
un po’ anche per imitazione delle chiese, in particolare dall’800
in poi.
Nella conformazione dello spazio liturgico si trovano somiglianze?
Le differenze liturgiche sono tali che un raffronto mi sembra difficile.
Nel mondo ebraico il rabbino è una persona qualunque, che ha un
mestiere e una famiglia: oltre a questo dispone di particolare competenza
scritturale che gli consente di commentare i testi con particolare profondità.
Ma in realtà chiunque può leggere e commentare i testi.
Lo spazio liturgico ebraico è tendenzialmente bifocale, attorno
ai due poli dell’aron (l’armadio dei rotoli) e alla tevà
(dove sta l’officiante che legge e commenta i testi) - anche se
nella sinagoga portoghese di Amsterdam, di metà ‘500, aron
e
tevà sono uniti al centro, come lo sono pure nell’antica
sinagoga di Gerba in Tunisia... Nella chiesa invece i due poli principali
(altare, ove si officia e ambone, dove si legge e commenta) si trovano
solitamente entrambi in un unico luogo, che è il presbiterio.
Oggi per le chiese si parla molto di Communio Raum: bifocale attorno
a mensa e ambone...
Il dibattito liturgico nella Chiesa è ampio e complesso, come anche
lo spazio liturgico della chiesa resta complesso: ci sono anche la sede,
i confessionali, il tabernacolo... Le sinagoghe sono unicamente bifocali.
Ogni religione mantiene le proprie caratteristiche. Ma credo anche che
sia un grande segno di civiltà che, come peraltro già avviene
in alcuni posti negli Usa, diversi centri di culto possano incontrarsi,
per esempio, nella stessa piazza. A questo incontro pensavamo quando abbiamo
progettato la piazza dedicata a Giovanni XXIII nella cittadina di Manduria.
La piazza è attraversata
da tre lunghe barre di acciaio che si incrociano al centro, ognuna recante
il simbolo di una delle tre religioni del Libro.
Leonardo Servadio
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