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Chiesa Oggi 73
Architettura e Comunicazione

Il Monastero di Pra 'D Mill
Di Baio Editore

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Presentazione

Il monastero cistercense "Dominus Tecum", filiazione del monastero di Sant'Onorato di Lérins, antichissimo insediamento posto su un‘isola di fronte a Cannes, sorge a cavallo dei comuni di Bagnolo Piemonte e Barge, in località Pra 'd Mill, nella valle del torrente Infernotto.
Il monastero è stato costruito (1), secondo le consuetudini antiche, in un luogo lontano da paesi e da strade, in una piccola valle, sui prati declinanti che si aprono all'improvviso sul versante che guarda verso sud nei boschi di castagno. La valle si insinua nelle montagne dominate dal Monviso che si alzano al fondo della pianura fra Pinerolo e Saluzzo, nel territorio dei comuni di Barge e di Bagnolo. Una valle conosciuta per le sue cave di pietra, che sta fra la Valpellice e la Valle del Po e che porta il nome del torrente che la percorre, l'Infernotto, che ne incide il fondo, creando fra le rocce salti d'acqua e pozze.
Questi balzi montagnosi affacciati sulla pianura sono segnati da ammassi rocciosi affioranti, rocce metamorfiche, gneiss, che nelle are dei comuni di Bagnolo, Luserna San Giovanni e Rorà, intorno alle pendici dell'Ostanetta e della Rumella, prendono il nome di pietra di Luserna e nei comuni di Barge e Paesana, sui contrafforti del Monte Bracco, sono conosciute come quarzite o pietra di Barge.
Ora questi luoghi, sia le aree di sfruttamento, ma soprattutto quelle limitrofe, collocate più in basso nella valle, nei boschi di castagno o in aree ancora coltive, presentano i segni di questa presenza. Pietra affiorante dal terreno, grandi ammassi di blocchi sovrapposti appena sbozzati, lastre scivolate o trasportate dall'alto, in bilico o posate sul terreno. Documento di una realtà che profondamente incide o ha inciso nella vita di queste popolazioni, quasi un museo all'aria aperta delle antiche modalità estrattive, del trasporto e dell'utilizzo dei blocchi e delle lastre, del vissuto quotidiano segnato dalla commistione fra agricoltura, pastorizia e lavorazione della pietra.
Qui le case sono fatte di questa pietra: murature, esterne ed interne, volte e tetti. Soprattutto tetti, sostenuti da orditure lignee scarne e coperti da lose, lastre di pezzature diverse che a volte sono grandissime. Una o due lastre appoggiate al terreno costituivano una volta ricoveri estivi per le greggi. Quando non era conveniente usare la pietra o per motivi costruttivi si doveva scegliere il legno, la consuetudine era adoperare il legno di castagno, utilizzato qui da sempre, quasi come la pietra, e altrettanto durevole. Dai grandi alberi di castagno le maestranze, ma anche chi costruiva in proprio, realizzavano solai, balconi, infissi e anche mobili, panche e sgabelli.
Il monastero si radica e integra profondamente nel luogo scelto per la sua fondazione (2). È questo un aspetto essenziale della realtà cistercense, legata anche alle consuetudini antichissime delle istituzioni monastiche medioevali e ora fortemente presente nelle nuove fondazioni o filiazioni. La comunità monastica non si insedia, ma costruisce con la comunità locale, attraverso un cammino parallelo e comune, questa nuova realtà. E' una edificazione costituita da case, quelle già esistenti e le nuove, ma soprattutto da uomini e obiettivi. I monaci hanno voluto che con loro lavorassero maestranze del posto, seguendo le tecniche costruttive locali e utilizzando il più possibile materiali già presenti in sito, come la pietra, o reperibili localmente, come le lose e il legno. E mentre si costruiva e il monastero era in parte vissuto e i monaci riportavano alle antiche funzioni il territorio, i pastori hanno continuato e continuano ad utilizzare i prati circostanti, portando le mandrie sino contro le case.
Gli operatori locali, i muratori e i mastri “da pietra” e “da losa”, insieme ai carpentieri e ai falegnami, tutti di Bagnolo e di Barge, sono il referente con cui monaci, architetti, ingegneri si sono confrontati e si confrontano. Dal loro mestiere, tradizionale e solo qualche volta piegato alle esigenze del “moderno”, trae spunto l'architettura delle nuove fabbriche. Questo, insieme al confronto e alla vicinanza con l'antico e all'obbligo di costruire in adiacenza con le preesistenze (3).

Il sito e le preesistenze

La conca di Pra 'd Mill è costituita dalla distesa di prati che si apre sul limitare dei boschi di castagno, sul lato meridionale del pendio montagnoso che sale dal torrente Infernotto verso Rocca Respanta. L'alveo del torrente qui è selvaggio e si raccorda con balzi molto ripidi, fortemente erosi dalle acque, e con piccole forre strapiombanti alla conca sovrastante e ai terreni coltivi dell'antico aggregato rurale. La montagna poi sale, al di sopra delle case e dei prati, con erte improvvise che si alternano a salti rocciosi e massi affioranti, verso i pascoli alti e le cave. Su questi pendii, sopra Pra 'd Mill, in ogni piccola distesa di prato compare una casa, o degli aggregati di case, a testimonianza di una diffusa presenza agricola e pastorizia (4). M olte ora sono abbandonate o diroccate. Le case più antiche sono di piccole dimensioni, a manica semplice, ad un piano o due piani fuori terra, costruite con la fronte a monte rivolta a nord, appoggiata anzi incassata nella montagna, e la fronte opposta affacciata a sud, aperta verso il sole e la vallata sottostante. Dove la distesa dei prati permetteva l'inserimento di più nuclei famigliari le case sono disposte a schiera, lungo allineamenti costituiti da due, tre, o più cellule abitative, integrate dalle stalle e dai fienili, sempre con il lato rivolto a settentrione scavato nel terreno e protetto dalla montagna.
A Pra 'd Mill questa consuetudine è rispettata. L'aggregato rurale superiore, poi devastato da un incendio, si sviluppava a cavallo di una antica strada poderale che lo attraversava e lo scavalcava per raggiungere altre case costruite lungo il pendio.
L'area dei prati e delle case, orientata a sud, comprende i pascoli a mezza costa fra le quote 860 e 880 metri, su cui sorgono i fabbricati rurali, in parte abbandonati, che portano il toponimo Pra 'd Mill. In basso, verso il torrente, sul territorio del comune di Barge, i fabbricati settecenteschi che costituivano una piccola residenza nobiliare di montagna: un palazzotto munito di torri di difesa, una cappella poco distante e una baita. Più in alto, sul limite dei prati, verso gli ultimi castagneti, una serie di rustici, in gran parte devastati dall'incendio, costituivano un aggregato rurale di impianto antico: una lunga manica discontinua, prevalentemente a due piani, che si raddoppiava sul limitare del bosco, dove c'era una grande baita.

Le fasi della costruzione

L'area del Monviso è sempre stata un riferimento per i monaci piemontesi di Lérins, perché Staffarda, la grande Abbazia cistercense abbandonata alla fine del Settecento, era ed è ancora pregnante di storia del monachesimo (5). Staffarda è una filiazione di Tiglieto e costituisce uno dei rami attraverso cui nel medioevo il modello monastico si è sviluppato in Italia. Tutta l'area dell'Abbazia - dove le grange sono ancora operanti - e il territorio circostante, verso Revello, Cavour e Barge, lungo il corso del Po e dove le prime balze montagnose muovono il paesaggio, è contrassegnata dalla presenza, antica, del monastero cistercense. Ne sono testimonianza i confini dei campi e dei boschi, i tracciati persistenti di antichissime strade poderali, i canali, alcune cascine, grange del monastero medioevale.
Vicino a Staffarda, sulla bastionata, a sbalzo sulla pianura, del monte Bracco, sono visibili, non distanti dagli affioramenti dei banchi di quarzite, i fabbricati della Certosa di Monbracco, divenuta, per qualche tempo trappa cistercense. Mentre seguendo il corso del Po, all'interno della pianura, in prossimità di Carmagnola, sorgono i fabbricati, riplasmati nel Settecento, dell'abbazia cistercense di Casanova.
Da Staffarda si sale a Pra 'd Mill agevolmente attraversando la campagna di Cavour e Barge, e di qui, percorrendo la valle dell'Infernotto, si sbuca dal bosco in prossimità del palazzotto. Oppure si sale da Bagnolo, lungo l'erta montagnosa, da dove si può vedere dall'alto la pianura e, oltre la rocca di Cavour, si intravede il profilo del monte Bracco e il campanile della chiesa di Staffarda. Qui in inverno la nebbia sale verso la montagna e riempie la pianura. Solo la rocca di Cavour emerge come un'isola. E' il mare a Bagnolo, dice Aimaro Isola (6).

Il primo insediamento: il palazzotto, la cappella e la grangia

Il primo insediamento monastico risale al 1994-95, quando pochi religiosi si trasferirono nella residenza settecentesca, resa funzionale attraverso contenute opere di restauro realizzate negli anni precedenti, in attesa della costruzione del monastero: il palazzotto venne adibito a clausura, la minuscola cappella rettangolare divenne la chiesa e la baita venne attrezzata per l'accoglienza. Fra gli edifici non c'erano tettoie di collegamento e durante l'inverno i monaci raggiungevano la chiesa attraverso un sentiero ottenuto spalando la neve. Ma gli spazi della clausura per quegli anni si rivelarono sufficienti e la residenza nel palazzotto, al di là delle fatiche e dei rischi invernali, costituisce motivo gioioso di ricordo.
In effetti il palazzotto ha ritrovato con il restauro una vitalità che con il tempo e il non finito si era perduta. Costruito all'inizio del Settecento da un avo degli Isola (generale dell'esercito di Maria Teresa d'Austria) che aveva scelto di edificare una nuova residenza, forse una residenza estiva, sulla montagna. Insieme alla cappella e alla baita costituisce un piccolo nucleo di abitazioni, rimaste in quel luogo non finite per la morte del costruttore, poste sul declivio, a cavallo di prati resi pianeggianti mediante gradoni e riporti, lungo il pendio della montagna, sul margine inferiore della conca. La cappella è situata su un prato più alto, vicina ad un grande pino, dove affacciano anche la baita e il piccolo palazzo: a questi però si accede dai piani inferiori aperti su piccole corti, racchiuse e protette da mura di pietra. Da qui la strada scende ancora di un livello, per collegare le corti al cortile e al frutteto antistante il palazzotto. Il palazzotto, di conseguenza, appare verso valle alto e dominante, radicato nel ripido pendio della montagna, contenuto, intorno agli edifici, in muri di sostegno che digradano e si perdono verso la campagna.
Il palazzotto deriva in parte la sua forma dalla tipologia della casa forte e dallo schema della residenza di campagna: la fabbrica è contenuta in una pianta quasi quadrata ed è distribuita su quattro piani. Due di questi sono addossati alla montagna, come le case contadine e come in queste il lato verso nord è privo di finestre (solo su una stanza presenta una passata murata, forse già in origine, aperta poi dai monaci per raggiungere la cappella). L'impianto distributivo, di totale semplicità, è costituito da una stanza grande, rivolta verso sud e verso ovest, dal vano scala e da due stanze più piccole, tra di loro accostate, rivolte ad est ed a ovest. Questo schema presenta limitate variazioni sui vari piani anche perché l'impianto strutturale dell'edificio rimane costante a tutti i livelli. Dai muri perimetrali di pietra si staccano divisori di spessore consistente che ai vari piani sorreggono volte o solai: sono voltati gli ambienti del piano seminterrato e le stanze accostate aperte verso sud ed ovest. La grande stanza di rappresentanza con camino e la corrispondente al piano superiore sono coperte da un solaio ligneo, mentre il vano scala e gli ambienti dell'ultimo piano, comprese le stanze munite di torrette, sono coperte dal tetto a padiglione, sostenuto al centro da capriate. Ne consegue un'architettura che alla semplicità costruttiva dei vani interni abbina affacci finestrati altrettanto funzionali, su cui sovrastano gli sporti circolari delle torrette difensive, ancora munite di feritoie. Ingentiliscono la durezza delle fronti in pietra le fasce intonacate che decorano le finestre. Sono semplici apparati di derivazione classica che sottolineano con stesure d'intonaco le aperture. Qui assumono dimensioni diversificate, e le fasce costituiscono un reperto di valore documentale. Sulla parete ovest, stese a fasce concentriche, offrono scorci di sorprendente attualità.
Il restauro ha inteso conservare l'edificio nella sua architettura originaria, rifunzionalizzandolo alle esigenze del monastero e integrando con addizioni moderne il non finito. Come intervento prioritario si è consolidato il vano scala, reintegrando le rampe mancanti, e ripreso le orditure del tetto, inserendo un isolamento idoneo. Per non creare scassi nelle murature si sono inseriti i servizi igienici nel sito degli antichi, sulla balconata lignea esterna ormai del tutto fatiscente, che si è ricollocata, sempre in legno, ma con disegno attuale. Contestualmente si sono ricuperati i solai ripristinando gli assiti e inserendo divisori in tavolato, si sono reintegrati solo dove mancanti gli intonaci delle volte e pareti, inserendo gli impianti a vista o nei canali esistenti. Si sono riutilizzati tutti i camini integrandoli con impianti moderni. All'esterno sono state risarcite, dove mancanti o degradate, le malte dei partiti murari lapidei, e si sono rese stabili le fasce intonacate delle finestre, solo dove esistenti, senza addizioni, a testimonianza dell'apparato decorativo antico. I pochi monaci si sono subito adeguati all'esistente: il palazzotto divenne clausura. Il piano terreno fu adibito a refettorio, con cucina e dispensa, il piano seminterrato a cantina e laboratori, il primo piano a biblioteca e locali di lavoro, nel secondo piano furono sistemate le celle.
La cappella settecentesca, derivata da modelli di ascendenza barocca, ma realizzata con totale semplicità, è costituita da un piccolo vano rettangolare non absidato, decorato sugli spigoli da lesene, con timpano sulla fronte principale. All'esterno le pareti in pietra, rese bianche da uno scialbo, ancora segnate dai fori pontai, sono inquadrate dalle lesene che, in alto, confluiscono in una fascia, sormontata da una cornice appena modanata su cui si imposta il tetto. Una porta costituisce l'unico accesso alla cappella, illuminata da due finestre rettangolari che danno luce al vano e all'antica icona fatta dipingere anticamente dagli Isola, ora restaurata e rimasta salva, negli anni. Due volte a crociera sorrette da archi trasversi scandiscono lo spazio interno, orientato verso la parete di fondo decorata dalla cornice in stucco che riquadra l'icona. Da anni queste volte, attraversate da profonde fratture, minacciavano di crollare. L'umidità di risalita aveva invaso inferiormente le pareti, cancellando i segni delle modanature accennate e delle semplici cornici. Le lastre di pietra che facevano da pavimento erano sollevate o mancanti. Quando i monaci arrivarono a Pra 'd Mill, questo fu il primo, ineludibile, intervento di restauro. Le volte furono consolidate e rese stabili, venne ricomposto il manto di copertura e venne ricollocato il pavimento su vespaio aerato. Gli intonaci, dove mancanti e non stabili, furono reintegrati insieme agli scarni partiti decorativi, infine fu ricollocata l'icona della Vergine. La cappella, da allora, divenne il simbolo del monastero.
Ma la cappella si era rivelata subito insufficiente per le celebrazioni domenicali e festive. Pertanto i monaci cercarono un luogo dove sistemare una chiesa di fortuna.
La chiesa, la prima del nuovo monastero, fu ricavata nella stalla risparmiata dall'incendio, che stava al di sotto di un fienile nell'ultima baita verso i castagneti. Ora è il refettorio dei monaci. Aperta nel Natale del 1995, era di grande suggestione per la totale povertà. Il pavimento era stato ripulito e le grandi lastre di pietra irregolare appoggiate sul terreno erano state provvisoriamente assestate e su un grande masso di fondazione, emergente, era stato costruito un altare di legno. La stalla era coperta da un assito dissestato: sugli assi fu steso un foglio di nylon e l'impresa imprestò ai monaci un generatore d'aria calda. La stalla, come tutte le stalle di montagna, era bassissima e il soffitto sfiorava la testa dei fedeli, stretti sino contro le mangiatoie. Ma questa esperienza fu determinante per le scelte future.

L'architettura del nuovo monastero

Il nuovo monastero all'inizio è stato pensato come ampliamento del primo insediamento, da realizzare nel prato della cappella e del grande pino, su cui affacciano i fabbricati settecenteschi. Utilizzando le preesistenze come foresteria, il progetto prevedeva lo spazio della clausura organizzato intorno ad una grande corte o chiostro allungato che distribuiva gli accessi ai vari locali funzionali. Su un lato del chiostro era collocata la chiesa. Elemento unificante era nel progetto, e nelle varianti, la tettoia del chiostro, luogo di distribuzione dei percorsi e punto di partenza per la progettazione dei nuovi volumi.
Ma questo schema, e anche le varianti proposte in seguito, suscitava perplessità da parte dei monaci, quando veniva messo a confronto con le esigenze della vita monastica, maturata su modelli storici lungamente sperimentati. La posizione della chiesa all'interno della clausura non era convincente e la sua stessa architettura, lì dove era posizionata, sembrava incombente. Si era poi constatato, abitando a Pra 'd Mill, che l'esposizione delle baite più antiche era nettamente migliore di quella del palazzotto, situato più in basso e in una zona bella ma chiusa. Utilizzando la grande baita verso il bosco come chiesa domenicale si era visto che in inverno lì il sole tramontava molto più tardi rispetto al palazzotto.
Il progetto conclusivo del monastero matura da queste perplessità, dal confronto dei modelli antichi cistercensi con le esigenze attuali - funzionali e legislative -, con le meditate sperimentazioni fatte dai monaci sul posto e con la singolare morfologia del sito (7).
Si scelse pertanto di collocare le nuove fabbriche nella posizione più alta della conca, sul sito dell'agglomerato più antico, lungo le linee di livello, seguendo e adeguandosi ai tracciati dell'antico insediamento rurale: i vari ambienti della clausura, della foresteria e della chiesa, distribuiti su tre piani sfalsati, sono collegati tra di loro da percorsi porticati orizzontali, intersecati da scale di raccordo trasversali. Questa distribuzione consente un affaccio prevalente dei locali, in particolare le celle dei monaci e le stanze degli ospiti, verso sud.
Secondo le tipologie dell'ordine cistercense il monastero risulta pertanto diviso in due zone funzionali distinte, la clausura e la foresteria, aventi percorsi e affacci diversificati ma convergenti verso il polo centrale costituito dalla chiesa.
I locali della clausura, inseriti nell'area più interna e protetta del monastero, affacciano su due piccoli chiostri: il chiostro della preghiera, adiacente alla chiesa, costruito su due livelli e servito da una rampa, su cui guardano le maniche delle celle, e il chiostro di servizio che distribuisce la cucina, i laboratori e la centrale termica, a cui è annesso il refettorio e al piano superiore la biblioteca.
I locali della foresteria sono collocati verso oriente, verso la strada di arrivo, in una lunga manica che ospita al piano terreno l'accoglienza e al piano superiore le stanze degli ospiti. La chiesa, luogo di convergenza e comunione, sta al centro del monastero, collegata strettamente alla clausura e raggiungibile con un percorso indipendente dalla foresteria, aperta ai fedeli e ai visitatori.
I percorsi porticati orizzontali principali seguono il percorso antico delle strade della borgata incendiata solo con piccoli scarti per consentire ai portici e ai corridoi una continuità di tracciato. Sono costruiti, come i percorsi antichi, sulle isoipse della montagna e percorrono il crinale seguendone le lievi pendenze. Per questo i portici non sono sempre piani, ma, con piccole rampe di raccordo, si adeguano al terreno.
L'impianto centrale del monastero segue pertanto l'impianto dell'antica borgata: una lunga manica a due piani costruita lungo il crinale, che si raddoppia in corrispondenza dell'antica stalla: il piano terreno è seminterrato, incassato nella montagna. I due piani sono serviti da due porticati continui e da un corridoio che corre al di sotto del porticato superiore. Questa tecnologia costruttiva caratterizza la manica della foresteria e la manica superiore delle celle della clausura, ma la tipologia del portico è estesa a tutto il monastero, a partire dai due chiostri, della preghiera e di servizio, sino ai porticati di disegno diversificato che perimetrano la chiesa.
Il portico, in questo caso, diventa elemento unificante tra i volumi delle preesistenze e i fabbricati aggiunti, che qui sono prevalenti. I fabbricati del monastero, quelli esistenti e quelli nuovi, sono costruzioni solitamente a falda doppia, spesso ad andamento discontinuo, per seguire il livello del terreno. In pochi casi sono a falda semplice, con accenno di controfalda, per fermare il vento, oppure con falda a padiglione. I muri perimetrali antichi sono in pietra e dove necessario sono stati resi stabili con strutture in cemento accostate, all'interno, ai partiti murari degradati. Le nuove strutture sono in cemento armato e pietra, e i paramenti lapidei, lavorati a vista verso l'esterno, e dove necessario, anche verso l'interno, collaborano strutturalmente con le opere in cemento. Divisori e paramenti interni sono in mattoni o in legno, lavorati in modo da eliminare ponti termici e offrire isolamento acustico.
Il portico è costituito da pareti continue e da pilastri in pietra armati all'interno da un'anima di cemento. I pilastri portano l'orditura del tetto costituita da banchine su cui appoggiano le travi e quindi l'assito su cui sono posate le lose della copertura. I riferimenti tipologici vanno immediatamente al disegno del chiostro dei monasteri medioevali. Qui però siamo in montagna e la scelta è stata quella di costruire portici che siano riparati dalle intemperie: tettoie basse, dotate di uno sporto notevole della falda, capaci di proteggere i frati e gli ospiti nei lunghi periodi invernali.
Il dilatato incremento di queste tettoie, realizzato allungando le falde, infittendo i pilastri e alzando gradualmente le pareti laterali, ha costituito il filo di riferimento che sta alla base della progettazione della chiesa. In questo caso si è potuto sfruttare il salto di quota esistente nel pendio montagnoso e adeguarsi al dislivello del terreno: il grande vano si appoggia alla montagna, come le antiche baite e il tetto inclinato uniformemente, voluto dai monaci anche per motivi acustici, si raccorda ai tracciati delle coperture adiacenti, parallelo, nella pendenza, al profilo della montagna.

La clausura

L'accesso alla clausura avviene dalla foresteria, lungo i percorsi dei portici, tramite un ingresso principale posto in corrispondenza del portico del piano terreno e un ingresso di servizio posto sul portico del primo piano. La clausura è disposta su tre livelli. Il più basso è dato dal piano delle celle inferiori del chiostro della preghiera, quello intermedio è costituito dal piano superiore del chiostro e dalla manica delle celle, il terzo livello coincide con il chiostro di servizio e con i fabbricati annessi. Un quarto livello è poi rappresentato dal piano della biblioteca e dalle stanze di lavoro adiacenti.
Dall'ingresso principale si accede al grande atrio centrale, costruito sull'asse della chiesa, che distribuisce gli accessi alla chiesa, alla foresteria e al chiostro della preghiera e superiormente al chiostro di servizio. Costituisce un nodo di passaggio obbligato su cui convergono le scale, l'ascensore, i portici e i corridoi della clausura. Adiacente al muro dell'abside della chiesa prende luce dalle vetrate del portico superiore, che su questo si affaccia con una balconata.
L'ingresso carraio principale della clausura è costituito dalla cancellata lignea che chiude il chiostro di servizio: qui sono concentrati i locali che servono alla gestione giornaliera del monastero e i laboratori. Le attività agricole sono distribuite sul territorio e sono ospitate nei piani interrati del palazzotto, in tettoie ancora provvisorie e in baite più lontane.

Il chiostro della preghiera e le maniche delle celle

Il chiostro, in corso di costruzione, è nel progetto uno degli spazi centrali della clausura. Luogo di preghiera e di pace, è rivolto verso l'interno, verso la chiesa, le celle e il giardino, ma anche verso l'esterno, verso la montagna e il fondo della valle.
È un chiostro singolare, un chiostro di montagna, che si adegua alle pendenze del terreno: pertanto è stato realizzato a due livelli, per raccordare i percorsi al terreno e ai fabbricati. Per questo il suo pavimento si divide in due tracciati paralleli: uno, in piano, percorre il chiostro a livello superiore, un secondo, costituito da rampe, collega il piano superiore a quello inferiore.
Il chiostro è a pianta rettangolare, accostato a nord e a est ai fabbricati della chiesa e alla manica delle celle. A sud e a ovest il porticato, libero sui due lati nella parte superiore, guarda prima verso la valle dell'Infernotto e quindi a occidente, verso la montagna, dove la valle si chiude e i castagni si mescolano con i pini e poi, più in alto, iniziano i prati e le cave. Questo paesaggio, tutto all'intorno, è immerso in un silenzio quasi totale, percorso solo dal rumore continuo del torrente, che sale dal fondovalle e penetra il monastero, nel chiostro, innanzi tutto, e poi nelle celle. Le celle sono distribuite sui tre lati del chiostro e sono disposte in modo tale che le singole stanze possano avere le finestre rivolte verso la montagna, a sud, in prevalenza, e a ovest. La maggior parte delle celle sono collocate nella manica inferiore del chiostro, al piano della chiesa, poche stanno al piano intermedio, dove sono inseriti i blocchi dei servizi, mentre le rimanenti si trovano al piano del refettorio e della cucina. Le celle sono costruite in serie, con muri divisori capaci di assorbire i rumori. Per questo motivo e anche per specifica richiesta dei monaci, all'interno delle celle non sono stati collocati servizi igienici. La porta di ingresso di ogni singola cella è leggermente disassata per permettere l'inserimento su un lato del letto e del tavolo di lavoro e sul lato opposto dell'armadio, dell'inginocchiatoio e del lavandino. Al centro del muro che guarda verso l'esterno è collocata la finestra, protetta, all'interno, da ante. I blocchi dei servizi comuni, costituiti da servizi igienici, lavandini e docce, sono collocati in posizione centrale o al fondo delle maniche.

Il chiostro di servizio: il refettorio, la cucina, i laboratori e la biblioteca

E' un piccolo chiostro esposto al sole di mezzogiorno, interrotto a oriente da una cancellata che costituisce l'ingresso di servizio e carraio del monastero. Dal chiostro si ha una immediata accessibilità ai percorsi centrali del monastero attraverso il blocco delle scale e l'ascensore.
Sul chiostro prospettano i locali che hanno attinenza con la gestione del monastero e che hanno relazioni con l'esterno, cioè la cucina, la dispensa, i laboratori, i locali impiantistici.
Il chiostro è stato ricavato in una preesistente corte che i margari di Pra 'd Mill avevano ricavato davanti alla grande baita scavando nella montagna e attivando una sorgente. Lavoro preliminare è stato risistemare e imbrigliare il sistema idrico a monte, creando una scogliera protettiva perimetrale alla baita e ai nuovi insediamenti. Ciò ha consentito di rendere stabili le murature di fondazione, di bonificare i piani terreni e di costruire, in aderenza alle murature rimaste, nuovi locali di servizio. Nella grande baita, integrata sulla fronte orientale con una manica in addizione, è stata ricavata la cucina, il refettorio e i servizi. Sul retro dell'edificio, fra il muro della cucina e la scogliera, sono stati inseriti i locali della dispensa, differenziati per funzione. Il refettorio dei monaci, ricavato nella vecchia stalla, trasformata provvisoriamente, quando i monaci erano giunti a Pra 'd Mill, in chiesa consiste ora in un locale rettangolare arredato con lunghi tavoli disposti sul perimetro della stanza. Il refettorio, illuminato da finestre rivolte a sud e a ovest, è raggiungibile direttamente sia dall'esterno, dal portico, sia dall'interno, dalla cucina e dal vano scala ed è preceduto dal locale dove i monaci lavano le stoviglie.
La cucina del monastero è collocata pertanto in posizione contigua al refettorio, è direttamente accessibile dall'esterno e dal corridoio di servizio e comunica con la dispensa. La cucina, come è uso nei monasteri, assolve alla duplice funzione di preparare i pasti dei monaci e quelli degli ospiti e pertanto di provvedere al trasporto di questi ultimi nella foresteria, nel refettorio degli ospiti. Contestualmente i monaci addetti devono gestire la dispensa, rispondere degli approvvigionamenti del monastero, coordinare le attività di laboratorio. Tutti i lavori di ordinaria amministrazione della comunità si svolgono in questi locali al piano terreno e in alcune stanze del piano superiore. Per questo, alla fabbrica preesistente all'interno del chiostro, contro le murature di sostegno incassate nella montagna, sono stati aggiunti, sempre con orditure lignee sostenute da pilastri e chiuse con infissi o tamponamenti in muratura, i locali della lavanderia, i laboratori e le centrali termiche ed elettriche.
I locali della lavanderia e i laboratori sono realizzati con le stesse tecniche costruttive: sono locali semplici, rivestiti sino ad una certa altezza da piastrelle e forniti di soppalco inserito nella pendenza del tetto. Le lavanderie utilizzano il soppalco come stenditoio mentre i laboratori, per ora utilizzati come mielerie e per la confezione di marmellate o frutti di bosco, usano il soppalco come deposito. Le centrali termiche ed elettriche sono posizionate sul limitare del chiostro, verso il cancello di ingresso e sono parzialmente interrate. Questa posizione permette un accesso immediato agli addetti alla manutenzione e limita le possibili interferenze con la zona della clausura.
Al piano superiore della fabbrica insieme a stanze di studio e di lavoro singole è stata realizzata la biblioteca, che occupa i locali soprastanti il refettorio e che si sviluppa ancora nel soppalco ricavato nel sottotetto.
La biblioteca, con il soppalco annesso, è la stanza più alta del monastero. La sua posizione sul retro della manica delle celle, sul margine del bosco, non consente una visuale ampia sulla valle ma dalle finestre che si susseguono in serie si aprono scorci - mai uguali - sul limitare dei prati e sui boschi incombenti di castagno. Anche qui permane un silenzio quasi totale, che ha come sfondo solo il rumore del torrente e del bosco. La biblioteca è arredata con tavoli disposti vicino alle finestre e le librerie, spartane, sono collocate sotto il piano del soppalco, contro i muri d'ambito o proseguono, nella stessa posizione, sopra il soppalco stesso.

La foresteria

La foresteria costituisce il luogo dell'accoglienza degli ospiti: è una ospitalità aperta, rivolta a chi si ferma al monastero per poche ore oppure agli ospiti che condividono con i monaci tempi più lunghi di vita monastica.
L'edificio principale della foresteria è la manica lunga situata all'inizio del monastero e che è distribuita su due piani serviti da portici continui. Al piano terreno sono collocati gli spazi comuni e tutti quei locali destinati all'accoglienza, come i parlatori, la portineria e il refettorio, che devono essere accessibili dai monaci e dagli ospiti con percorsi distinti. Al primo piano si trovano in sequenza le stanze degli ospiti, rivolte verso sud e tutte accessibili dal porticato. I monaci hanno voluto stanze da uno - due letti, dotate di piccoli soppalchi, in modo da poter ospitare, a seconda delle esigenze, da una a tre persone per camera. Ogni camera, oltre ai letti, è dotata di un minuscolo servizio, di una scrivania e di un armadio.
Al piano inferiore, dove per diversi anni venne ospitata la chiesa, è collocato il refettorio degli ospiti servito da una piccola cucina per riscaldare i cibi, che provengono dalla cucina centrale del monastero, e da un lavatoio. Al refettorio si accede tramite una sala di accoglienza, utilizzabile anche per conferenze, arredata con panche e camino, mentre sempre dal portico si accede ai parlatori, per incontri con singoli o di gruppo, alla stanza della portineria e ai servizi. I parlatori hanno una funzione rilevante all'interno della foresteria perché sono il luogo dove la comunità monastica si relaziona con l'esterno, con i visitatori e gli ospiti, in spirito di accoglienza e condivisione. Questi locali del piano terreno sono distribuiti dal lungo portico antistante. Rivolto a sud, aperto verso un piccolo prato pianeggiante e il sottostante sagrato della chiesa, costituisce, con la chiesa, lo spazio di frequentazione più comune del monastero.

La chiesa

Il vano della chiesa, con l'altare quadrato posto sull'asse del presbiterio, è il luogo centrale del monastero. L'altare rappresenta il polo compositivo di tutto l'impianto e la lanterna che lo sovrasta con la grande croce infissa ne costituisce il punto di riferimento visivo dall'esterno. All'interno la chiesa monastica evidenzia gli spazi funzionali che la compongono: il presbiterio con l'altare, lo spazio dei monaci e quello dei fedeli. Il piano del presbiterio è sopraelevato di tre gradini rispetto a quello della chiesa e ospita in posizione centrale l'altare, su un lato la sede del celebrante, in posizione preminente, ma laterale, l'ambone e, sulla parete di fondo, la croce. Altare e ambone sono di pietra, lastre che appoggiano su semplici blocchi di lose sovrapposte. La grande croce spoglia è fatta di travi appena intagliate. Lo spazio del presbiterio è evidenziato dal lucernario vetrato che lo illumina dall'alto e che porta il castello delle campane, suonate dai monaci durante le funzioni.
Le sedi dei monaci, semplici sedie, sono disposte davanti al presbiterio, in posizione simmetrica rispetto all'asse longitudinale della chiesa. Qui la chiesa si amplia per dare spazio ai monaci e si dilata, verso oriente, per contenere la cappella dell'adorazione.
Lo spazio più grande della chiesa è però quello dell'assemblea dei fedeli, dove la navata, disposta su tre campate, si amplia ulteriormente ed è collegata ai vani che fungono da ingresso. Anche in questo caso, come in altre chiese monastiche, si è voluto privilegiare l'ingresso laterale, meno disturbante per le funzioni, prevedendo però anche un ingresso disposto sull'asse della navata, ma collocato ad un piano più basso rispetto a quello della chiesa, a cui si accede però sempre dai lati.
Tutto l'impianto architettonico della chiesa converge verso l'altare e il presbiterio, verso cui confluiscono le pareti in pietra, i pilastri e la copertura lignea, che si alza in modo graduale dalla parete di fondo. La grande orditura della copertura, sorretta da pilastri e da muri, mantenuta uniformemente inclinata, funge quasi da cassa armonica e consente la diffusione del canto, come vuole la regola cistercense, senza l'ausilio di strumenti musicali.
La superficie del tetto inclinato si estende oltre la chiesa e la cappella e si dilata a coinvolgere l'esterno e l'interno del monastero. Per questo le travi della grande orditura proseguono oltre i muri d'ambito, verso i portici, e piccoli vetri lasciano che il sole dall'esterno illumini le falde, più oscure, dell'interno. Mentre vetrate più grandi, anche queste volute dai monaci, lasciano che lungo le pareti laterali, in alto, la montagna faccia da sfondo. Nello stesso modo l'orditura lignea penetra negli ambienti della clausura e lascia intravedere i volumi delle coperture del capitolo e stralci dei porticati e dei chiostri. E ugualmente si estende e si protende verso l'esterno, dove sotto le tettoie la gente si raccoglie, sosta e si ritrova. Questa voluta compenetrazione fra interno ed esterno è sottolineata in forma didascalica dalle pareti e dai pilastri in pietra della chiesa, che proseguono nel disegno e nei materiali le tipologie costruttive dei porticati e delle tettoie dell'esterno.
Ed è richiamata dalla presenza del piano attico o sorta di matroneo che si apre, anche se in modo volutamente schermato, sulla chiesa e sulla cappella dell'adorazione. Questo spazio non è consentito ai fedeli, che stanno in assemblea nella chiesa, ma permette ai monaci, e anche agli ospiti, anziani, non abili, malati un accesso diretto dalla foresteria e dal chiostro. O consente, aprendo le porte, che le voci e i canti degli uffici possano raggiungere la clausura. Lo spazio centrale del matroneo è costituito dagli ambienti ricavati sotto le falde del tetto della chiesa, affacciati sulla cappella dell'adorazione. Dedicati alla preghiera personale e alla meditazione, rimangono sempre aperti, di giorno e di notte.
La posizione della chiesa, a cavallo fra clausura e foresteria, ha richiesto delle scelte radicali per consentire percorsi differenziati per i monaci, per gli ospiti e per i fedeli.
Per questo motivo al centro del monastero, sulla prosecuzione dell'abside della chiesa, è stato collocato il nodo principale delle scale, e l'ascensore, che permette il collegamento con i percorsi orizzontali e il raggiungimento della chiesa, secondo percorsi indipendenti sia ai monaci che agli ospiti. Una doppia rampa di scale, poste lateralmente alla sacrestia e all'atrio, una sul limitare della foresteria e l'altra all'interno della clausura, raccordano i tre piani del monastero e consentono totale indipendenza nei percorsi.

Il territorio del monastero

Il territorio del monastero è fatto di prati, di boschi e, all'interno dei boschi, di radure.
I prati della conca si aprono sul fianco della montagna, sul versante che guarda a mezzogiorno, a partire dall'alveo in parte strapiombante del torrente Infernotto sino a dove la montagna riprende a salire con grandi balzi rocciosi. Intorno a quest'area, oltre e sopra Pra 'd Mill, dove i prati raccordano con declivi i pendii, si estende il bosco e all'interno del bosco, fra i castagneti ancora segnati dall'incendio, si aprono piccole radure con baite solitarie, da tempo abbandonate, che i monaci hanno o stanno riadattando.
Questi interventi sono stati preceduti da opere capillari di sistemazione del suolo, che ancora continuano: si è operato sui canali irrigui che attraversano il territorio, ricostruendo gli argini mancanti, le chiuse e le paratoie, si è ripulito il sottobosco riaprendo i sentieri invasi dalla vegetazione e integrando con riporti i tratti sconvolti dalle acque. Parallelamente si sono risistemate le antiche sorgive, riprendendo le opere di presa e reinserendo negli alvei originali o in nuove canalizzazioni le acque piovane e di scolo provenienti dalla montagna. Quindi sono stati reintegrati i frutteti esistenti, reinserendo nuovi alberi, soprattutto meli, capaci di resistere al freddo. Agli arbusti del sottobosco che crescevano spontanei con i sambuchi, i monaci hanno aggiunto nuove piante, e lungo i canali irrigui gli orti abbandonati sono stati ripristinati e ingranditi.
In questo modo, conferendo razionalità ai terreni agricoli, le mandrie vicine nelle stagioni propizie continuano a pascolare nei prati, intorno e nei recinti del monastero. Nelle aree agricole più protette della clausura sono state, già dai primi anni, posizionate numerose arnie, che nel tempo sono ancora cresciute creando le basi per la costituzione della mieleria del monastero.
Solo dopo questi lavori e il ricupero dall'abbandono della montagna, si è potuto pensare al riutilizzo delle baite. Un riuso doveroso, che i monaci hanno voluto nel totale rispetto delle preesistenze: si sono reintegrate le murature crollate e i settori di tetto mancanti riprendendo le orditure degradate, si sono ricollocati gli infissi, ripulite le murature. Ma l'impianto antico è rimasto tale: le porte sono piccole, le camere basse e anguste, prive di servizi. I rumori e gli odori del passato permangono, attutiti dal trascorrere del tempo, filtrati dal freddo degli inverni. I monaci usano le baite come romitaggio, per fare deserto, per un'accoglienza spartana, che offre protezione e riparo e consente un silenzio totale.
Alle grange si giunge percorrendo le strade antiche che collegavano tra di loro le case sparse e attraversavano i prati e i boschi. Ma si giunge anche da altri sentieri, in parte ora abbandonati, che provengono dal basso, dal torrente e si inerpicano e a volte si perdono, sulla montagna. Dalle grange si staccano ancora percorsi agricoli più brevi, che portano alle radure, ai prati dove una volta, nella transumanza estiva, si raccoglieva l'erba per gli animali e dove esistono ancora ricoveri per le greggi. E' questa una fitta ragnatela di tracciati che serviva anche per rendere il bosco vitale (per imbrigliare il corso delle acque, per raccogliere la legna). Questi percorsi ora sono progressivamente riaperti, dai monaci, dai giovani, dagli ospiti del monastero e sono riutilizzati per uso agricolo, ma anche per camminare nei prati e nei boschi, nel silenzio del monastero e nel rumore attutito del sottobosco. Queste strade si ricollegano alle altre, che sopra Pra 'd Mill percorrono la montagna, e raggiungono agglomerati e baite sparse e poi proseguono verso le cave e le vette più alte.
Il lento ma progressivo radicamento del monastero nella valle, l'apertura della chiesa, la manutenzione delle strade, la presenza non interrotta di visitatori e di ospiti si riverbera lentamente anche nell'area circostante. Si è andato attutendo, nella valle, il senso di abbandono e si manifestano segni di ritorno. La manutenzione delle strade di accesso, soprattutto nel periodo invernale e la frequentazione del luogo ha indotto alcuni a ritornare nelle baite abbandonate, altri a scoprire questa montagna, usandola anche solo come luogo di vacanza. Si è aperto poco sopra il monastero, su un versante che guarda verso valle, un agriturismo. Nei boschi e nelle radure con i cercatori di funghi si incontrano nuovi boscaioli e contadini che ritornano, nel periodo estivo, dalla città in questi luoghi. In qualche casa, come nella clausura del monastero, compaiono ora panni stesi e scarpe posate sui davanzali a scaldare al sole.

(1) Il monastero è stato realizzato in più fasi costruttive a partire dal 1988. Il progetto del primo insediamento - palazzotto, cappella e baita - è del 1988-89, mentre il restauro di questi edifici risale al 1990-92. Il nuovo monastero è stato progettato in fasi successive a partire dal 1992. Il progetto generale definitivo, suddiviso in due lotti funzionali, uno relativo alla foresteria e l'altro alla clausura e alla chiesa, risale agli anni 1995-98, mentre la fase di realizzazione, iniziata nel 1996 con la costruzione della manica della foresteria, è proseguita senza interruzioni sino ad oggi. Nel 1999 si sono conclusi i lavori delle fabbriche prospicienti il chiostro di servizio: il refettorio, la cucina, i laboratori, la biblioteca e la manica superiore delle celle; nel 2003 è stata ultimata la chiesa. Nel 2004 si prevede siano conclusi i lavori relativi alla costruzione delle maniche esterne del chiostro della preghiera. Il progetto generale e architettonico è di Maurizio Momo, con la collaborazione di Franco Brugo, Alberto Momo, Martino Roatta, Luigi Gandino, Chiara Momo e la consulenza di Aimaro Isola. Il progetto strutturale è di Franco Picotto con Alberto Costantino, il progetto degli impianti é di Guido Nicelli e Giorgio Toniolatti, il progetto geologico è di Giuseppe Piovano. La direzione dei lavori architettonici è di Maurizio Momo con Franco Brugo, quella dei lavori strutturali è di Franco Picotto. Impresa costruttrice: Edilvillarese di Mauro Piccato, Bagnolo Piemonte, per le strutture della clausura Barberis Spa, Alba; per le opere in ferro Marco Berrone, per gli impianti Adriano Aimar e Piermario Rhus.Le sculture della chiesa (altare ambone, croce) sono di Hilario Isola e Matteo Norzi.

(2) Per la storia dell'insediamento del Monastero Dominus Tecum a Pra 'd Mill e la nascita della comunità monastica si veda fr. Cesare Falletti, Pra 'd Mill. Il ritorno dei monaci cistercensi , in Cuneo Provincia Granda, n° 3, 2000.

(3) I confronti con la preesistenza sono sempre molto difficili ed a volte perdenti.

(4) Per l'architettura montana nelle valli del Cuneese nel Monregalese si vedano gli studi del Politecnico di Torino, sede di Mondovì. In particolare di L. Mamino, Edilizia arcaica, povera, essenziale , in (a cura di L. Mamino) Atlante dell'edilizia montana nelle alte valli del cuneese. 1.Le valli Monregalesi (Valli Casotto, Corsaglia, Maudagna, Ellero) , Vicoforte, Cuneo 2001.

(5) Su Staffarda e il suo territorio si veda in particolare R. Comba, Da Tiglieto a Staffarda: gli esordi cistercensi nella regione ligure-subalpina ; C. Tosco, La prima architettura cistercense e la chiesa di Staffarda ; L. Palmucci Quaglino, Le grange dell'abbazia di Staffarda a Lagnasco e Scarnafigi: otto secoli di storia; M. Momo, Staffarda: i restauri della chiesa di Santa Maria realizzati da Cesare Bertea nei primi decenni del Novecento , in L'Abbazia di Staffarda e l'irradiazione cistercense nel Piemonte meridionale , a cura di R. Comba e G. G. Merlo, Cuneo 1999.

(6) La famiglia di Aimaro Oreglia d'Isola ha donato i terreni su cui è stato costruito il monastero. L'incanto arcano di questi luoghi si coglie, anche se in un contesto più ampio e di complessa articolazione, nello scritto di Aimaro Isola Pietre e paesaggi. Paesaggio come luogo d'incontro , in Aión, Rivista internazionale di architettura, n. 2,Tecnica, Firenze 2003, pp. 74-81.

(7) A. De Rossi, Tecnica e linguaggio: per un'ermeneutica del progetto , in Aión, Rivista internazionale di architettura, n. 2,Tecnica, Firenze 2003, p. 61.