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Arte - La "Via Crucis" di Toni Pizzica | |||||||||||||||||||||||||||||
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Un itinerario iconografico per l'architettura cultuale Dipinta per la cappella della Fondazione RUI di Milano, l’opera raccoglie il dramma della Passione conferendo allo spazio architettonico un’aura sacrale intessuta di sapori bizantini ed effervescenze postmoderne. L’architettura cultuale si connatura
lizza con l’iconografia sacra per
raccontare quanto è capitato tra Dio
e l’uomo.Tema di forte suggestione è
la passione di Gesù. La sua via crucis
avvolge abitualmente le pareti delle
chiese, quale monito ai fedeli che ivi
convengono per celebrare l’eucaristia.
In tal modo la memoria degli ultimi
giorni di Gesù viene coniugata al
memoriale del suo corpo e del suo
sangue nelle specie del pane e del
vino.
Quanto apprende dalle ieratiche soluzioni orientali, viene tradotto alla “maniera” occidentale, onde avvicinare il linguaggio e proclamare il messaggio. Anche i simboli cromatici si discostano, talvolta, dalla tradizione. Il Maestro sublima con efficacia la tragedia della passione risaltando l’apoteosi della salvezza.Trasmette originalmente tale drammaticità fissandola nello “sguardo” dei suoi personaggi. Questi interloquiscono con i fruitori, così da riunire quanto celebrato nel racconto iconico e quanto pregato nel pio esercizio. Per Pizzica, gli “occhi” sono realmente specchio dell’anima. Grandi e sbarrati, interrogativi e inquieti, mesti e addolorati, oppure chiusi e spenti, gli “occhi” iconici sono la luce interpretativa del viaggio doloroso, dove protervia umana e divina misericordia entrano in collisione. Estenuando e ingigantendo gli sguardi, la via crucis si fa specchio enigmatico riflesso sui fedeli, onde compenetrare l’intero spazio architettonico in una scenografia dove il ricordo diventa attualità per il perpetrarsi e di ignoranza e di peccato. I grandi “occhi” di Gesù muovono alla meditazione in vista della compassione e del pentimento. Sempre “puntati” su interlocutori storici e reali costituiscono il filo conduttore del componimento che racconta l’ascesa di Gesù sulla croce. Se il devoto incrocia lo sguardo di Gesù, ne coglie sconcerto e misericordia.
Lo sguardo di Gesù, di quel Gesù che
aveva insegnato e beneficato, è interdetto
di fronte alle guardie che lo catturano,
a Pilato che lo interroga, alla
madre che lo compatisce, al cireneo
che l’aiuta, alla Veronica che gli asciuga
Un monito per non fare altrettanto, un segno della misericordia divina. Pizzica invade lo spazio della cappella con gli “occhi” di Gesù. È il Cristo che condanna il peccato ed è il Cristo che perdona il peccatore. I fedeli si sentono dunque indagati da quegli “occhi” che attraggono, così come deve attrarre la croce e come deve abbagliare la resurrezione. Del resto, oracolano le Scritture: “Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto” (Gv 19,37). Stilisticamente il Maestro forma la sua opera dialettizzando contesto e metacontesto, temporalità e atemporalità. L’assolutezza è data dai fondi a foglia d’oro che nell’arte bizantina richiamano la realtà celeste e nella via crucis indicano il mezzo salutare. Spezzati scenografici su Gerusalemme confermano che a patire è stato realmente il “Figlio dell’uomo”.
Quell’“Uomo dei dolori” la cui morte infamante iconizza l’eclissi del divino, beffardamente, ma profeticamente contraddetta dalla t10/4=unica rossa. Poche campiture bianche presagiscono in modo provocatorio la presenza irriducibile del “Figlio di Dio”: la tunica durante l’interrogatorio dinanzi a Pilato, bende e perizoma nella crocifissione, il sudario nel sepolcro. Pizzica lascia intravvedere mediante studiati stilemi pittorici come la via crucis sia percorsa in fretta. I nemici di Gesù si volevano sbarazzare di tale inquietante sguardo.
Del resto, per i
Giudei era alla vigilia della parasceve,
così che andava rimossa ogni traccia di
morte.
Con rapidi tratti di colore il Maestro
contrasta il fondo aurato della tavola e
lo sguardo fisso di Gesù.
Ne deriva un vortice assillato che solo
si placa nella fede orante. È quella che
devono avere i fedeli che si raccolgono
nella Cappella della Fondazione
RUI. Pizzica non è nuovo nel campo
dell’arte sacra e questa via crucis lo
dimostra. Attraversa con la sua arte le
stagioni degli ultimi decenni del ‘900,
rifiutando i significati nichilisti, senza
rifiutarne i significanti. Tecnicamente è
incline alla vetrata e alla tavola.
Nelle vetrate coniuga figurazione ed
astrazione carpendo nella luce del
loro attraversamento l’irrompere
dello Spirito e la presenza di Dio.
Dipinge tavole con studiata eleganza
senza cedere al decorativismo informale
e senza indulgere nel figurativismo
illustrativo. |
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