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Primo Premio Nazionale di Idee di Architettura "I Sagrati d'Italia" Testimonianze - Recuperare la capacità di incontrarsi |
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| Recentemente mi è occorso di vedere un interessante progetto di un grande nome dell’architettura italiana, un progetto di riqualificazione di un’area urbana: in un piccolo centro collinare lacustre c’è una modesta piazza che, in virtù del previsto abbattimento di una costruzione, è destinata a diventare uno spazio più ampio, un piazzale insomma, il
quale, tuttavia, data la vicinanza di un luogo di culto significativo, dovrà avere anche la caratteristica di un sagrato. Il tutto in presenza di un rigido vincolo ambientale. Un tema, come si può immaginare, complesso, stimolante, non facile da affrontare. E infatti, nonostante la qualità indiscussa dell’autore del progetto, vi sono esitazioni, perplessità,
necessità di accordare sensibilità ed esigenze, se non contrastanti, certo diverse. (Le medesime difficoltà sono emerse, e anzi più fortemente, nel progetti analizzati per il Premio).Questa vicenda mi pare riproponga alcuni problemi
di approccio al tema dei sagrati, alcune incertezze che
direi non risolte, e, soprattutto, una domanda: che cosa è un
sagrato, oggi?
Perché ormai sappiamo che cosa è, teoricamente, un
sagrato; ne abbiamo pure studiato la storia, l’evoluzione, le
tipologie.
Ma questo "luogo d’incontro" tra sacro e profano, che
abbiamo definito "antico" perché ci viene da secoli di cultura
e civiltà permeata di cristianesimo, è ancora tale, oggi, è
ancora "un luogo di incontro?".
In tempi in cui sembrano prevalere gli incontri virtuali su
quelli reali, in cui la fiction sembra più pregnante della realtà,
in cui l’apparire è certo più sostanziale dell’essere, questo è
ancora spazio di incontro vero?
Non vorrei che, nel momento in cui abbiamo maturato (alla
buonora!) una nuova sensibilità e una attenzione più viva al
sagrato, dovessimo registrare la inutilità di riqualificarlo.
Forse occorre riprendere con vigore la consuetudine all’incontro
vitale, personale e comunitario, e, soprattutto evitare
la pretesa, peraltro assurda e certo inefficace, di chiedere
che siano gli architetti a risolverci i problemi di sostanza,
in termini antropologici, sociologici e pastorali.
Don Carlo Maria Scaciga |
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