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Era un torrido pomeriggio di fine luglio. La brulla terra andalusa,
riarsa dal sole immisericordioso mi si parava davanti
senza promettere mai un momento di sollievo nell’atroce
canicola dell’infuocato meriggio spagnolo. La piccola macchina
senza aria condizionata era un forno.Tre ore di quell’incubo
surreale, prima di poter fermare la macchina a
ridosso del muro che ti diceva che eri finalmente arrivato
alla meta: Corodba. Il tempo di scendere dalla macchina, e
subito, dopo pochi metri l’entrata nel Paradiso! Una piccola
oasi di verde che ti sembrava un oceano profondo, abisso
di smeraldo, sensazione d’intensa freschezza, preludio all’immensa
sublime foresta di pietra della prodigiosa
moschea/cattedrale. Mi sono seduto, incerto tra l’entrare e
il ristare, ma la prima panchina o sedile che ho incontrato
mi ha vinto, e sono restato lì a lungo, gustando quel sogno.
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Prof.Antonio Santantoni
Docente di Liturgia, Pontificia
Università Urbaniana, Roma |
E mentre ero lì, assorto nel nulla della mia sensazione senza
pensieri, una voce, sommessa dapprima, poi sempre più
invitante si fece strada fino al mio orecchio: una voce senza
parole, fatta solo di suoni, inarticolati, inespressi, gorgogliati,
sospirati, lanciati con forza discreta ma a suo modo sicura,
perfino imperiosa. Era la voce d’una fontana nascosta. Un
po’ pigramente mi sono alzato e seguendo la voce mi sono
diretto verso quello che era probabilmente il centro dell’agrumeto.
Ed eccola lì la fontana, oggetto e appagamento del
desiderio, promessa di frescura e di pace, mai più dimenticata
nella mia vita. E son quasi vent’anni.
Altra terra, altro contesto, altro stile e cultura. Un piccolo
Dorf, un paese della Foresta Nera nel Baden-Wurttemberg,
quale se ne incontrano tanti nei paesi di cultura alemanna,
e non solo. La campana ti chiama e tu vai verso la chiesetta,
spesso piccola ma quasi sempre svettante; ma prima
ancora di giungerne alla porta del sacro edificio, dopo una
breve scalinata o passando attraverso un’apertura sul muro
di cinta e magari un cancello, ti ritrovi a passare tra le tombe
del piccolo cimitero che la circonda tutta o la fiancheggia da
uno o più lati. Passi fra i tuoi morti e li ritrovi, puoi deporre
un fiore, recitare una preghiera, fermarti a parlare con un
amico: un momento di intimità, di verità, magari di amicizia.
Due esempi di vestiboli di chiesa, diversi ma non tanto lontani
nell’intuizione. In nessuno dei due si può parlare in
senso proprio di sagrato, almeno non nell’accezione corrente,
ma l’intuizione non gli è lontanissima: l’uno o l’altro
sono infatti luoghi di introduzione e sosta, di meditazione e
preghiera, di solitudine e incontro. Dimenticando per un
momento il cimitero, resta l’idea del giardino coi suoi fiori e
i suoi silenzi. Un portico che conchiuda il giardino e uno
slargo nel centro con o senza fontana, con o senza una
croce: ma se croce ha da essere (meglio senza Cristo) che
sia alta abbastanza da costringerti ad alzare gli occhi e la
testa per obbligarti a vedere il cielo, per evocare assai più la
resurrezione che la morte e l’ascensione assai più che la
sepoltura.Tutto ciò non rientra nel concetto tradizionale del
sagrato? Forse. Ma lo scopo di questa riflessione non è forse
da cercare nel desiderio di indicare nuove idee, nuove soluzioni,
nuove proposte? Le mie segnalazioni non chiedono
d’essere prese tali e quali, si limitano a ricordare che sarà
forse bene non attenersi solo alle interpretazioni correnti,
ma di osare con responsabile ardimento.
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