| Tratto da: Chiesa Oggi 69 Architettura e Comunicazione |
Testimonianze: Venezia: Convegno sui Beni culturali della chiesa | |||
| Di Baio Editore | ||||
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Quel messaggio che rende eloquenti le opere Un incontro di studio sui Beni Culturali e la Chiesa. La qualità e la quantità delle opere accumulatesi nei secoli nelle chiese fa di queste uno dei più importanti depositi d'arte al mondo. Gestire tali beni non vuol dire trasformare i luoghi di culto in musei, ma ridare valore di testimonianza ai dipinti, alle sculture, agli oggetti liturgici. Riportiamo l'intervento sull'argomento di S.E.R. Mons. Mansueto Bianchi,Vescovo di Volterra.
Una seconda osservazione che vorrei fare è che l’eccezionale ricchezza di Beni Culturali Ecclesiastici presenti in Toscana ci lascia impotenti e spossati... non ce la facciamo a salvare tutto! (...) Credo che a questo proposito occorra continuare una riflessione saggia e realistica che, dopo averci impegnato a ricercare risorse, ad attivare sinergie, a suscitare interesse ed assunzione di responsabilità presso istituzioni, enti privati, volontariato e quant’altro, ci aiuti ad affrontare con intelligenza il problema di cosa cedere, in quale forma cedere, a chi cedere e con quali criteri, allo scopo di mantenere, salvare e trasmettere il più possibile di quanto ci è stato affidato. Una terza osservazione che vorrei fare riguarda la formazione (...). Al di là di poche persone, veramente e compiutamente formate, devo rilevare come sia il grande flusso turistico con le sue guide e le sue risorse informative, sia il mondo degli studiosi in generale, con il classico approccio critico, storico, filologico, estetico, rimane ordinariamente estraneo al messaggio che l’opera vuole trasmettere. (...) Ci attende, ed in parte già stiamo camminando in questa direzione, un eccezionale impegno nell’investimento formativo per riconsegnare voce ai Beni Culturali e riallacciare il dialogo, il racconto della fede tra generazioni. Dobbiamo investire in formazione: dei Preti e dei Seminaristi prima di tutto... Ma vedo altresì l’urgenza di investire in formazione dei laici che saranno gli operatori culturali del settore (...). Una quarta osservazione che vorrei fare riguarda la sensazione di un eccezionale impoverimento nel rapporto arte-fede. "Pochi comprendono
il messaggio dei beni
culturali ecclesiastici.
Sia il flusso turistico, Lo dirò in termini prosaici e
costatativi: guardandomi attorno, in Diocesi e fuori,
tra le Chiese di recente costruzione, mi capita raramente
di trovarne una bella. La costatazione si fa
ancora più pesante se passiamo a parlare degli arredi
liturgici. È un aspetto che dovrebbe destare attenzione
e preoccupazione perché dice l’indebolirsi di
un rapporto che è stato
vitale attraverso i secoli:
quello tra fede ed arte. (...)
Bisogna avere più coraggio
e riuscire a "scommettere"
sugli artisti contemporanei:
su quelli bravi. La
mediocrità e la sciatteria
non si addicono né ai contenuti
né all’espressione
della fede e sono un moltiplicatore
di scristianizzazione.
Credo che in merito
occorra però mettere un paletto: bisogna che il
Bene Culturale che produciamo abbia una leggibilità
per il Cristiano medio delle nostre Comunità e per
l’uomo medio di oggi, altrimenti fallisce uno degli
essenziali obiettivi nel rapporto tra Beni Culturali e
Comunità Cristiana.
Una quinta ed ultima riflessione che, come Vescovo,
vengo facendo riguarda il rapporto con le
Soprintendenze per i Beni Ambientali, Artistici e
Culturali... vorrei accennare a tre specifici problemi
in cui mi imbatto con una certa frequenza.
Il primo è quello della recettività delle Soprintendenze
alle esigenze del rinnovamento liturgico, in particolare
l’adeguamento dei presbitèri. Il problema è quanto mai
delicato, importante e diffuso. Non si può perciò procedere
per semplificazioni, improvvisazioni o avventatezze.
Devo rilevare che in proposito sono stati fatti
notevoli danni per scelte improvvide da parte di
Presbiteri e Parrocchie, soprattutto dalla fine degli anni
Sessanta a tutti gli anni Settanta. Attualmente però mi
pare che la posizione di non poche Soprintendenze
sia di totale immobilismo, di conservazione dello stato
esistente, costringendo ogni altra legittima esigenza a
soluzioni cosiddette "provvisorie" e posticce che durano
generazioni.
Un secondo particolare problema è costituito da
quello che chiamerei un "esproprio silente" delle
opere d’arte di proprietà ecclesiastica. Spesso si
configura come un ritiro dell’opera per il necessario
restauro. I tempi dell’intervento si allungano indefinitivamente
fino a superare anche i dieci anni, tanto
che se ne perde memoria o almeno la speranza del
rientro. Il cambiamento dei Parroci e talora la perdita
della documentazione di consegna
fanno il resto e l’opera finisce in
un museo o più tristemente in un
deposito.
Un terzo problema riguarda i criteri
con cui condurre il restauro. È
necessario che essi vengano concertati
previamente per evitare il
rischio che l’unico criterio seguito
sia quello rigorosamente filologico
o del recupero della parte originale
superstite. Il risultato è che esce
di Parrocchia una tavola o una statua
magari venerata e legata alla pietà popolare e
torna un mozzicone di legno con qualche tenue
traccia pittorica o figurativa, ma ormai pressoché
illeggibile e soprattutto irriconoscibile dalla devozione
e dall’affetto dei fedeli. Ancora una volta il
criterio del dialogo, della concordanza, della comprensione
delle ragioni dell’altro dovrebbero aprire
la via alla ragionevole e possibile soluzione dei
problemi. Ed ancora una volta si evidenzia quanto
sarebbe importante che nelle nostre Curie fosse
presente un Ufficio per i Beni Culturali (o almeno
un incaricato per le Diocesi più piccole) composto
da persone competenti e motivate...
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