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Diretto da: Carlo Chenis
Periodico allegato a Chiesa Oggi architettura e comunicazione
Laboratorio - Architetto Alberto Barone
Modernismo scandinavo e novecento romano
"L’area prescelta […] risulta tutta interna ad un tessuto fortemente urbanizzato
lungo l’arteria di via della Magliana in un tratto che pur costeggiando il Tevere, non
vi stabilisce alcuna relazione, posta com’è al di sotto del suo livello. Se una lettura
planimetrica lascia intravedere una sua presenza significativa, in realtà la barriera costituita
dalla strada a forte intensità di traffico, e soprattutto il rilevato degli argini di
fatto la annullano […].
L’intorno è caratterizzato dal lungo asse viario su cui si innestano strade più o meno
secondarie che danno origine ad una trama urbana dall’impianto piuttosto regolare
– una maglia ortogonale – al cui interno si dispongono edifici residenziali a
più piani. L’interesse per questo luogo nasce proprio dal suo essere parte di città,
per cui vi è un motivo in più di stimolo progettuale che, a sua volta, diventa parte
del programma volto alla elaborazione di un progetto che risenta fortemente del
suo essere a Roma ed in un particolare contesto urbano. […]
Se per le altre aree – quasi in aperta campagna – il tema potrebbe essere individuato
nella chiesa come emergenza architettonica intorno alla quale coagulare uno
sviluppo di città ancora in formazione, qui la situazione è completamente diversa;
si tratta di un ambito consolidato, in cui affiorano i problemi dei quartieri degli anni ’60 e ’70 caratterizzati da una prevalenza delle strutture residenziali rispetto ai
servizi ed alle infrastrutture" (dalla Relazione di progetto dell’Autore).
Ecco già dispiegati alla nostra attenzione, i temi alla scala urbana di quello che considero
un progetto completo, maturo ed accattivante, opera di un collega che oltre
ad esercitare la professione, presta opera di volontariato ai corsi di progettazione
presso la Facoltà di Architettura di Napoli.
Un lavoro che mette in comunicazione due esperienze tanto diverse quali quelle
del modernismo scandinavo e del novecento romano. Penso in particolar modo al Libera
del palazzo delle Esposizioni allestito alla maniera "fascista", o al padiglione per
l’Expo di Chicago degli anni trenta. In esso si festeggiavano i fasti delle trasvolate
atlantiche, con un edificio dal fronte turrito e asciutto, completato dall’ala di uno
degli aeroplani di Balbo, e segnato da una fitta serie di bucature quadrate – non definibili
come finestre – che anni dopo avrebbero avuto il consenso e l’adesione entusiastica
di Aldo Rossi al Carlo Felice di Genova.
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Schizzo di progetto |
Prospettiva esterna |
Penso ancora alla sezione della chiesa di Riola di Alvar Aalto ed all’uso spregiudicato
del bandone metallico nella versione nordica, piuttosto che in quella lecorbusiana,
che pure tanto successo gode nella interpretazione tardiva di Koolhas. E i due
"stilemi", ciascuno confinato allo spazio del suo edificio, tanto quello tutto romano
delle opere parrocchiali, quanto quello "alieno" dell’edificio chiesa, dialogano alla
perfezione in un contesto così poco caratteristico, in un’area troppo spesso vituperata,
per anni centro della grande e piccola distribuzione commerciale, regno del
capannone industriale e del non finito edilizio ma, soprattutto, urbano.
Una zona in cui il tessuto si slabbra per fare posto agli svincoli autostradali, senza
forti reminiscenze storiche che non siano quelle derivanti dalla prossimità con EUR
di Piacentini e di Quaroni e perché no, del Libera delle Esposizioni, così diverso da
quello del quale stiamo narrando.
Una romanità ancor più accentuata negli schizzi di progetto dove emerge prepotente
il colore del mattone a faccia a vista (ancora Libera nelle case Federici), così
vernacolare quanto indovinato, nel malinteso che le architetture romane antiche
fossero esuberanti di mattoni, dimenticando che furono di marmo prima dello spoglio
sistematico al quale furono sottoposte.
Un’architettura dunque che denuncia molte e diverse ascendenze, non ultima l’esperienza
liturgica tedesca, che segna così significativamente l’impianto liturgico e
l’aspetto stesso dell’aula, con quei lampadari che scendono bassi dal soffitto, tanto
diversi dalle nostre chiese romane, nelle quali l’arredo è semmai quello fisso dei finti
e veri marmi soprattutto a parete.
"Senza trascurare il rapporto che lo spazio dell’architettura stabilisce con quello
delle altre attività artistiche – pittura, scultura, musica – ma anche con il contesto
urbano, ed ancora le implicazioni di ordine tecnologico ed esecutivo che sono connaturate
al fare architettonico, i capisaldi [del progetto] oltre alla spazialità interna ed
alla riconoscibilità esterna per quanto mi riguardano sono il rapporto
dell’edificio chiesa con il suo lotto nell’ambito di un più
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ampio contesto urbano; la riconoscibilità come riflessione critica e singolare del rapporto tra architettura e storia, con particolare riferimento alla storia della chiesa; il rapporto duale che si stabilisce tra l’edificio chiesa ed il suo essere immagine della Chiesa celeste; l’aula liturgica come sintesi spaziale dei luoghi celebrativi, ma anche come rappresentazione di una più vasta ‘interiorità; il rapporto dello spazio architettonico con gli altri spazi della pittura,
della scultura, della musica: l’espressione luminosa come materiale dello spazio architettonico. Si aggiunga a questo un’articolazione dell’aula basata sui due poli liturgici dell’altare e dell’ambone" (ibid.). |
Planimetria generale |
Corretto l’impianto planimetrico che ricorre ad un trucco – la rotazione
della chiesa rispetto alle opere parrocchiali – il quale consente la realizzazione
di due ambiti non edificati: uno pubblico, il sagrato, leggermente
rialzato dalla quota del marciapiede che media l’accesso alla chiesa
e che ci si presenta di "spalle"; l’altro quasi privato, recintato, che ospita
il volume del battistero, destinato – sembrerebbe – allo spazio della
riflessione personale. L’aula quadrata alla "tedesca" non è altrettanto accattivante,
forse perché già vista in molti esempi germanici.
L’area dell’altare, anche se circondata dalle sedute, è ancora troppo presbiteriale
per convincere e l’altare troppo arretrato rispetto all’assemblea
per imporsi, anche se l’ambone, in posizione molto avanzata, ne
compensa l’assenza.
Arch. Stefano Mavilio
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