I° PREMIO NAZIONALE DI IDEE DI ARCHITETTURA “I SAGRATI D'ITALIA”
Consiglio Nazionale degli Architetti,
Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori
presso il Ministero della Giustizia
Chiesa Oggi - Architettura e Comunicazione
Luogo sacro antistante la chiesa, nei tempi antichi il sagrato gode degli stessi privilegi e prerogative della chiesa. Ma nel corso dei secoli scivola
sempre più verso l'uso profano, fino ad arrivare alle soppressioni napoleoniche. La cultura dominante dalla metà '800 in poi mette decisamente
in ombra il suo carattere religioso. Ma dopo il Vaticano II questo riprende importanza. L'opinione di Mons.Ambrogio Malacarne.
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La dedicazione della basilica di Tiro avvenne tra il 315 e il 316. La descrizione che ne fa Eusebio, è la più antica
che noi incontriamo, in riferimento a una basilica cristiana. Nella seconda parte del suo discorso, Eusebio interpreta
simbolicamente i diversi elementi architettonici che caratterizzano l’edificio sacro, fatto costruire dal vescovo Paolino, dove tra il tempio e il vestibolo ha lasciato un vastissimo intervallo e questo spazio è stato foggiato a forma di quadrato. In mezzo ha realizzato uno spazio aperto e sgombro perché si possa vedere il cielo garantendo così aria limpida e rischiarata dai raggi della luce. Qui egli ha posto simboli di purificazioni sacre, costruendo fontane che
con il loro getto d’acqua permettono di purificarsi a quanti penetrano dentro i recinti del tempio (cfr. Eusebio di Cesarea, Ist. Eccl. X, 4, 37 e ss.). |
Mons. Ambrogio Malacarne |
Questo spazio antistante alla chiesa è stato chiamato
"paradiso". Inizialmente è ritenuto elemento
essenziale alla basilica stessa ed è così rilevante che,
nel secolo VI, il Concilio di Orléans proibisce di edificare
una chiesa senza avere prima informato il vescovo
della città. Egli ha il compito di disegnare sul
terreno il perimetro dell’edificio e dell’atrio: come si
vede, esso è ritenuto parte integrante della costruzione sacra. Questo spazio finisce poi con il godere
delle prerogative e dei privilegi della chiesa stessa,
cioè il diritto di asilo, e non vi si può commettere
violenza. Alle volte risolve problemi pratici come offrire
ospitalità ai pellegrini nell’attesa che si apra la
chiesa e non da ultimo è luogo di raccolta dei catecumeni
e dei penitenti.
Il diritto romano inoltre non permetteva che i morti
venissero sepolti all’interno della cinta muraria
della città: quando però si rese possibile avere un
luogo più vicino ad essa dove seppellire i propri defunti,
venne scelto l’atrio della chiesa, il già citato "paradiso".
Si nota la tendenza dell’uomo religioso, di
scegliere per la sepoltura un luogo ubicato vicino alla
tomba di qualche martire o santo. Ne sono una
chiara testimonianza le iscrizioni funerarie e il desiderio
dei cristiani, nel primo millennio di essere sepolti
"ad Sanctos".A partire dal secolo XII e XIII le finalità
di questo spazio e le indicazioni del magistero
si attenuano; l’atrio "paradiso" perde la sua specificità
e si trasforma in sagrato, spazio adiacente e comunicante
con quello urbano, evidenziato magari con alcuni gradini o delimitato con una recinzione in legno. Questa trasformazione dello spazio esterno
modifica anche l’uso dello stesso.
I documenti della Conferenza Episcopale Italiana
Dalla Nota pastorale della C.E.I. "L'adeguamento delle chiese secondo la
riforma liturgica", del 31 maggio 1996 (n. 35): «La cura del sagrato e della piazza
ad esso eventualmente collegata, è segno della disponibilità all'accoglienza che
caratterizza la comunità cristiana in tutti i suoi gesti e quindi, a maggior ragione, in
occasione delle celebrazioni liturgiche. Chi si presenta alla porta delle chiese deve
sentirsi ospite gradito e atteso. Perciò, già a partire dal sagrato e dalla piazza, è necessario
rendere le chiese accessibili a tutti, accoglienti, nitide e ordinate, dotate di
tutto quanto rende gradevole la permanenza (...). I sagrati antistanti o circostanti le
chiese devono essere conservati, ben tenuti e non destinati ad altri usi. Se necessario,
vengano recuperati al pieno uso ecclesiale e, comunque, debitamente tutelati e
restaurati. I sagrati, infatti, sono spazi ideali per la preparazione e lo svolgimento di
alcune celebrazioni (processioni, accoglienza, riti del lucernario nella Veglia Pasquale).
Risultano adatti anche per l'ambientazione e la conclusione delle riunioni pastorali
più frequenti, oltre che per l'incontro e per il dialogo quotidiano».
Dalla Nota pastorale della C. E. I. "La progettazione di nuove chiese", del 18
febbraio 1993 (nn. 20-21): «È questa un'area molto importante da prevedere in
quanto capace di esprimere valori significativi: quello della "soglia", dell'accoglienza e
del rinvio; per questo, si può anche prevedere che sia dotato di un porticato o di elementi
similari.Talvolta può essere anche luogo di celebrazione, il che richiede che il
sagrato sia riservato ad uso esclusivamente pedonale. Deve tuttavia mantenere la
sua funzione di tramite e di filtro (non di barriera) nel rapporto con il contesto urbano
». L’atrio e la porta vengono correlati al sagrato e motivati di significato liturgico
e simbolico, che deve essere ricuperato. Si legge infatti: «All'aula liturgica si
accede attraverso un atrio e una porta d'ingresso. Mentre l'atrio è spazio significativo
dell'accoglienza materna della chiesa, la porta è l'elemento significativo del Cristo,
"porta" del gregge (cfr. Gv 10,7)».
(CHIESA OGGI architettura e comunicazione n. 22 ha pubblicato le due Note pastorali citate) |
Le finalità non sono
più meramente ecclesiastiche ma si intrecciano
con quelle civili e politiche, lasciando sopravvivere
anche quelle cimiteriali. Dopo il Concilio di Trento,
l’intervento del cardinale Borromeo prescrive che si
preveda, davanti alla chiesa, un atrio chiuso da portici
o almeno un portico o un vestibolo. (Instructiones
Fabricae et supellectilis ecclesiasticae, libro II, cap.
IV). Ma l’atrio risultando un luogo aperto, può prestarsi
anche a riunioni politiche e civili, ed è quindi
necessario ricuperare un altro spazio per la sepoltura
dei morti. Queste precisazioni non risultano
sufficienti, tanto che nel 1612 devono essere integrate
con altre, che raccomandano di non appoggiare
armi ai muri della chiesa e di non approfittare
di questo spazio per cose profane, processi, sentenze
civili o contratti.
Questa combinazione di piazza-sagrato finirà con
favorire una progressiva laicizzazione dello spazio,
che sarà ulteriormente secolarizzata con l’intervento
e le ruberie di Napoleone. Dal 1804 la Francia
aveva stabilito che le sepolture dovevano aver luogo
in appositi cimiteri fuori della città e delle chiese,
che le lapidi dovevano essere per tutti eguali e che
le iscrizioni dovevano essere sottoposte alla supervisione
dei magistrati del luogo. Questo decreto
con la legge di Saint-Cloud, 6 settembre 1806 è
esteso anche all’Italia e porta come effetto quello di
rendere ancora più laico lo spazio antistante alla
chiesa, quando addirittura non finisce con l’essere confiscato dallo stato, insieme a conventi e chiese di ordini religiosi.
La legge del 1866 praticamente detta la morte di 2382 conventi, e i sagrati delle
chiese diventano purtroppo area pubblica in modo definitivo, anche dopo la
caduta del francese invasore.
Questo nuovo assetto dello spazio comincia a vedere e a vivere una certa commistione
di usi laici e religiosi che si mescolano con estrema facilità, dallo spettacolo
teatrale popolare all’organizzazione delle processioni religiose. L’uomo
religioso e il laico se ne appropriano con disinvoltura e con interessi diversi riducendo
e impoverendo quella demarcazione tra sacro e profano che era stata
la caratteristica delle costruzioni primitive.
Dopo il Concilio Vaticano II si sente maggiormente l’esigenza di ripristinare il significato
primitivo del sagrato in relazione
alla funzionalità della chiesa.
Nella nota pastorale La progettazione di
nuove chiese, Roma 18 febbraio 1993, la
C.E.I. pone grande attenzione al significato
di questo elemento antistante la
chiesa e suggerisce, più che l’opportunità,
la necessità che venga preso in dovuta
considerazione al momento della
progettazione di un edificio sacro.
Non meno attenta sembra ancora la
Commissione nella nota L’Adeguamento
delle chiese secondo la riforma liturgica,
che sviluppa tutto il pensiero sulla caratteristica,
le funzionalità e la conservazione dello spazio antistante alla chiesa.
"Questo spazio
esprime una
dimensione
antropologica, liturgica e culturale intesa sia come preparazione,
sia come momento,
per immettersi, insieme, nella vita quotidiana"
Questo spazio studiato, se si tratta di una chiesa nuova, o recuperato, se si riferisce
ad una struttura storica, esprime una dimensione antropologica, liturgica e
culturale intesa sia come preparazione attraverso l’incontro e il saluto di coloro
che convengono per il medesimo motivo e guidati dalla stessa fede, sia come
momento altrettanto prezioso per immettersi, insieme, nella vita quotidiana.
Il sagrato è, dunque, uno spazio prezioso che prepara all'ingresso nell'aula. È
anticipo di essa, nella dinamica ecclesiale che prevede in un primo momento la
chiamata della comunità effettuata dal campanile, e in un secondo tempo il suo
ordinato raccogliersi per confluire all'interno. Questo luogo, più degli altri è deputato,
alla koinonia della comunità cristiana, che risponde all’invito del Padre a "gustare e vedere quanto è bello che i fratelli vivano insieme".
Non basta, allora, prevedere e progettare un sagrato: questo deve insistere su
una costruzione che si rivela anche all’esterno con le proprie caratteristiche architettoniche,
che connotano l’edificio chiesa.
Ma quello che forse sfugge alla progettazione stessa della chiesa è il significato
profondamente religioso che può acquisire lo spazio antistante l’edificio stesso.
Tenendo presente le due note della C.E.I., vediamo come i testi si integrano a
vicenda e dall’insieme si evincono alcune osservazioni basilari.
Esso rivela una sua vocazione d’introduzione, una specie di iniziazione del farsi
e del crescere della comunità, che come evento storico concreto, si connota e
caratterizza per un’attenzione umana fraterna e sociale.
Inoltre il suo ruolo interpreta la conclusione dell’azione celebrativa che deve
continuare nella vita, testimoniando la Chiesa nel mondo.
La realtà del sagrato deve infine completarsi con l’inserimento di tutto l’edificio
nel complesso degli spazi circostanti e con la forma, le dimensioni e la qualità
degli insediamenti relazionati al tipo di vita dell’ambiente cittadino o rurale.
Mons. Ambrogio Malacarne
Direttore Ufficio Beni Culturali, Arcidiocesi di Trento
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