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Gli strumenti per l'attuazione
Sulla scorta delle indicazioni contenute nella Nota, occorre
intervenire su decine e decine di migliaia di chiese. È
veramente possibile farlo: le difficoltà, di ordine economico,
architettonico e artistico, possono essere superate.
P. Giacomo Grasso, o.p.
Le mummie, e forse solo
apparentemente, tendono
ad evitare ogni adeguamento.
Chi mummia non è, sempre
si adegua. È bel tempo? Esco
senza soprabito. Piove? Prendo
l’ombrello.
E così via.
Con parole non scherzose ma
dal senso assai simile, Paolo VI ha
presentato alla Chiesa latina il
nuovo rituale della messa. Non è
una novità, avverte il Papa, proporre
novità nel rituale del
momento più denso e significativo
della liturgia cattolica. Prima di
lui tanti Papi avevano proposto
novità. In particolare Pio XII,
specie in riferimento al Triduo
Solenne (Giovedì Santo, Venerdì
Santo, Veglia Pasquale). Si trattava
di un adeguamento dei tempi
celebrativi riportati ai “tempi reali”.
Non si sarebbe più cantato: “In questa solennissima notte...”
nel mattino del Sabato Santo.
Adeguamento di grande portata e
anche duro da sopportare. Tante
ricche tradizioni popolari ne sono
state travolte. Quella, ad esempio,
di correre, al suono delle campane
pasquali a mezzogiorno circa del
Sabato, là ove si sarebbe trovata
acqua corrente, per lavarsi il volto.
Memoria del proprio battesimo
e convinzione che tutte le acque
fossero sante, in quel momento.
Prima si erano date le riforme
di San Pio X. Prima ancora quelle,
postridentine, di San Pio V. Per
ricordare solo gli ultimi secoli,
quattro, di storia.
Non entro nel merito della
riforma liturgica voluta dal Vaticano
II e attuata da Paolo VI. Esistono
numerose e importanti pubblicazioni.
Solo annoto che il rifiuto
di alcuni estremisti rivela
ristrettezza di mente e di cuore.
Infedeli alla Chiesa e alla storia ne
hanno ricusato le note (una, santa,
cattolica e apostolica) e le
dinamiche (l’occidentalizzazione,
la cultura dell’energia tecnologica),
pretendendo il mantenimento
di abitualità deteriorate, confondendo
la Tradizione con piccole
tradizioni.
Il Vaticano II è stato un dono
del Signore. Tutte le Chiese che lo
hanno accolto, e sono state davvero
tutte nella Cattolicità “romana”,
vedono liturgie, dalle chiese
cattedrali alle cappelle delle religiose,
il cui livello è ben più elevato,
come media, di quel che si
verificava prima del Concilio.
Non mancano certo gli elementi
per scrivere un libro nero. Padre
Nocent ne evidenziava alcuni nelle
stesse Basiliche romane. Ci
sono ancora eucaristie celebrate
con le spalle all’assemblea. Come
ci sono gruppi che inventano riti
loro, ricchi di archeologismi o di
stranezze. Molto, però, si è fatto.
Occorre procedere. Per procedere
ecco, in Italia, la Nota Pastorale
della Conferenza Episcopale Italiana
sull’adeguamento delle
chiese.
È un testo, quello della Nota,
dalle conseguenze enormi. In Italia
quanti sono i luoghi del culto
cattolico romano? Certamente
più di centomila. Tutti hanno
bisogno, quale più quale meno, di
adeguamento. È prevedibile un
enorme sforzo, economico, perché
anche l’intervento più modesto è
costoso. Meno prevedibile dove
trovare progettisti davvero in grado
di intervenire. La Nota è esigente
anche nei loro confronti. Poi
ci sono le questioni, in più del
novanta per cento dei casi, suscitate
dalla normativa italiana. I
luoghi di culto sono in stragrande
maggioranza tutelati. Mescolando
bene insieme tutto questo la barriera
può sembrare invalicabile.
Invece non lo è o, almeno, può
non esserlo. Perché? Come?
Perché.
Si è già detto che la Chiesa latina è abituata agli adeguamenti. “Salva rerum substantia”, afferma
il Concilio di Trento per un
argomento molto delicato come
quello dei sacramenti. Le difficoltà,
è indubbio, ci sono.
Non tutti - comunità e ministri
ordinali, preti soprattutto, talora
anche vescovi - se la sentono di
partire per imprese che chiedono
non solo denaro ma anche tempo.
Tante volte a ragione. Problemi
più urgenti li raggiungono continuamente
e gli aspetti apparentemente
solo estetici si preferiesce
lasciarli da parte. San Domenico
decise di vendere i suoi preziosi
libri quando era studente universitario.
C’era carestia. Voleva salvare “pelli vive”. Poco gli importavano “pelli morte” (i libri erano
di pergamena).
Altri hanno appena concluso
un adeguamento. Poco o nulla
guidati, peggio: malamente guidati,
si trovano davanti a una
soluzione lontana da quella prevista
dalla Nota della C.E.I.: figurarsi
ricominciare! L’adeguamento
può essere stato realizzato già
da un po’ di anni. È vero: non va.
Ma è stato costoso. Allora a un
nuovo adeguamento ci penseranno
i posteri...
Ci sono poi casi di gruppi che
hanno un loro modo di intendere,
con le migliori intenzioni, i problemi
degli spazi liturgici. Non
combinano con le indicazioni dei
vescovi. Si preferisce continuare
sulla propria strada, tanto amata
dal gruppo e che da buoni frutti:
impegno ecclesiale, vocazioni di
speciale consacrazione e altro...
In tanti casi c’è forse anche
disinteresse. Non ci sono motivazioni.
Bastano le grane dell’ordinaria
manutenzione. Si è fatto per
anni così! Non cascherà certo il
mondo...’’
Queste, e tante altre, le possibili
difficoltà. Sono tutte superabili
anche se, come si vedrà, ce ne
sono di ben più gravi. Si è già scritto che la nostra
Chiesa è abituata agli adeguamenti.
Quelli più vistosi sono
seguiti al Concilio di Trento. Li
hanno imposti, là dove ci sono stati,
i Visitatori Apostolici. Vescovi
di altre sedi, visitarono per lo più
nell’ultimo quarto del ‘500 chiese
loro assegnate da Roma e lasciarono
indicazioni precise. Quanto
al nostro argomento, si occupavano
dell’insieme della chiesa, della
sua salute generale, del presbiterio,
degli altari, della conservazione
dell’Eucaristia, del battistero,
dei confessionali. Non che le
imposizioni siano state subito
attuate. Nel giro, però, di qualche
anno, o decennio, il più fu fatto.
La liturgia riformata da san Pio V
potè così essere celebrata nella
maniera più degna. Le difficoltà
che ho enumerato esistevano
anche allora. A poco a poco furono
superate. Ecco perché ho scritto
che quelle che possono sembrare
barriere invalicabili in realtà
non lo sono.
Faccio subito cenno, ma la lettura
delle pagine che seguono
mostrerà che anche questi nodi
possono essere sciolti, ad alcuni
punti certo non facili. Un primo,
va subito detto, sta in una certa
incompetenza della committenza,
cioè della comunità cui spetta
decidere. Si sa che in ogni Chiesa
locale, in ogni diocesi, il responsabile
ultimo è il vescovo. Nelle parrocchie
un ruolo base ha il parroco.
In una chiesa di religiosi sarà
l’organismo specifico della comunità
che la gestisce. Non sempre
c’è specifica competenza. In ogni
caso una commissione, o qualcosa
di simile, lavora per la decisione
ultima. Ma anche le commissioni
difettano...
Un secondo lo si individua nella
difficoltà di incontrare il progettista
adatto. Occorre uno,
architetto o ingegnere, insieme
capace di stimolare la committenza, assai coltivato e molto attento,
se del caso, alle indicazioni delle
Soprintendenze. La Nota lo dice.
Qui lo anticipo. I professionisti
vanno pagati, sulla base di quel
che prevede l’Ordine, nel nostro
caso degli Architetti o degli Ingegneri.
La “direzione lavori” è
indispensabile. È assodata esperienza
che quel che si spende per
il progetto e la direzione lavori lo
si guadagna nei risultati. Mai
lasciar tutto all’Impresa.
Un terzo punto è l’indirizzo
più abituale in Italia, quanto al
restauro. La Carta del restauro
che in qualche modo “difende
tutto” forse è già superata. Si possono
incontrare funzionari, per lo
più di ottimo livello, particolarmente
severi. È mia esperienza
che la reciproca fiducia, il dialogo
intenso porta a risultati che alla
fine son positivi per tutti.
Con tutto ciò le difficoltà si
possono superare perché il popolo
di Dio è generoso. Offre volentieri
per la bellezza delle chiese.
Tanto più volentieri quando è
coinvolto, comprende le motivazioni
ed è posto di fronte a un
progetto lineare, attento e curato
in ogni aspetto. Inoltre la Conferenza
Episcopale Italiana (C.E.I.)
mette a disposizione fondi, dividendoli
tra le diocesi, per interventi
anche di questo tipo. Esistono
poi i fondi che possono
essere richiesti a diverso titolo
alle Soprintendenze, ma anche
alle Regioni. Questo per le difficoltà
economiche. Aggiungo:
girando per l’Italia quante volte
ci si imbatte anche in piccole
chiese, talora isolate, che sono
state rimesse a posto negli ultimi
anni da grappi quasi spontanei di
fedeli, o di amici di quella località!
Si è così salvato un patrimonio
che rischiava di crollare.
Le difficoltà si possono superare
perché si trovano progettisti,
magari giovani - e soprattutto
questi dovrebbero poter lavorare
per l’adeguamento - disponibili a
compiere ricerche, a informarsi, a
trovare collaboratori tra quelli
che, formati in altre discipline,
possono dar luogo ad interventi
interdisciplinari. Ho un’esperienza
diretta. Se il progettista, bravino,
vien lasciato solo non è in grado
di produrre nulla. Se gli si presenta
un diktat, i risultati sono
tenibili. Se si lavora con lui o se,
consci della propria incompetenza,
lo si fa lavorare con competenze
ben precise, allora i risultati
sono di livello. Il lavoro interdisciplinare è reciprocamente
maieutico. Ancora. Si superano le difficoltà
perché ormai è stata detta la
parola autorevole che si attendeva.
Credo sia arrivata al momento
giusto. La situazione generale è
matura. Grosso modo i principali
problemi sono stati risolti. Ci
saranno ritardi, qualcuno non
partirà subito (mentre si potrebbe,
subito, muoversi per un progetto
di larga massima, cominciare a
studiarci sopra, cominciare a contattare
chi dovrà dare autorizzazioni,
ecc.). La Nota C.E.I. ora esiste
e la sua stessa esistenza è di
buon auspicio.
Come?
Un primo strumento, tutto
mentale, è la consapevolezza che
l’adeguamento è importante ed è
espressione di fedeltà autentica al
Vaticano II, dunque alla santa
Chiesa. Questa consapevolezza
Pastori e laici possono reciprocamente
trasmettersela e arrivare
così alla decisione: “Cominciamo
a pensare all’adeguamento”.
Un secondo strumento è dato
da tutto ciò che la santa Chiesa ha
pubblicato, dal Concilio compreso
in avanti. La Nota segnala i principali
documenti: dalla Costituzione
sulla liturgia (1963), ai
Rituali dei diversi sacramenti.
Sono tutti documenti molto fini
teologicamente e liturgicamente.
Corrispondono a scelte compiute
dai papi, Paolo VI e Giovanni
Paolo II, che li hanno promulgati.
Non va certo dimenticato il nuovo
Codice di Diritto Canonico (CJC)
del 1983. Mai dimenticare, però,
tutti i documenti del Vaticano (1).
Un terzo strumento è l’uso dell’interdisciplinarità.
Non si può
lavorare soli. Accanto alla committenza
(ed è bene sia “robusta”
accanto ai Pastori ci siano i loro
svariati “consigli”) e al progettista, è bene siano invitati competenti
studiosi. Chi conosce il
monumento nel suo insieme, chi
conosce le singole opere d’arte, è
bene possa dire la sua, presenti
anche i competenti funzionari
delle Soprintendenze. Saranno
incontri informali che servono a
far maturare le idee, ad evidenziare
le difficoltà. Così tutto funzionerà
bene nel momento della
realizzazione del progetto, prima,
dell’adeguamento, poi.
Un quarto strumento - fondamentale
- è l’esistenza effettiva, in
diocesi, della così detta Commissione
d’Arte Sacra. La chiamo
così perché un documento
della C.E.I. del 1974 prevedeva
in effetti qualcosa di diverso. Auspicava,
infatti, che alle tradizionali Commissioni Diocesane
d’Arte Sacra che lavoravano in
parallelo con altre Commissioni,
per esempio quella di Musica Sacra,
si sostituisse un’unica Commissione
Liturgica Diocesana,
divisa in almeno tre sezioni: quella
d’Arte, quella di Musica e quella
di Liturgia Pastorale. L’unica
Commissione divisa in tre sezioni
era il luogo consultivo dell’Ufficio
liturgico diocesano. Questo, a
sua volta, sarebbe stato il “braccio”
del vescovo diocesano per
tutto quello che riguardasse la
liturgia, intesa nel senso più
ampio. Un senso, del resto, già
accolto dal Concilio che proprio
in Sacrosanctum Concilium, la
costituzione sulla liturgia, si
occupa anche di arte e musica.
In vent’anni ben poco si è fatto
su questa pista. In particolare,
poi, va detto che nonostante la
buona volontà, la stragrande
maggioranza delle 226 diocesi italiane
non è in grado di avere una
Commissione diocesana d’Arte
Sacra, o sezione Arte che sia. Questo
perché le diocesi medie e quelle
piccole - e sono appunto la stragrande
maggioranza - non hanno
sottomano persone sufficientemente
preparate. È mia precisa
convinzione che questo fondamentale
strumento potrà esservi
solo se si organizzeranno Commissioni
a livello regionale. Le
Commissioni non devono diventare
luogo per trovare lavoro. Lo
diventano se i loro membri, specie
gli architetti, gli ingegneri, gli storici
dell’arte che ne fanno parte,
sono piccoli professionisti. Le
Commissioni devono essere in
grado di dire la loro ai funzionari
delle Soprintendenze. Questi ultimi,
ben preparati e tutelati da precise
norme legislative, bene svolgono
il loro lavoro. Se sono messi
in grado di discutere i problemi
con docenti universitari, con professionisti
riconosciuti come punti
di riferimento, possono arrivare
a soluzioni che rientrano nella
filosofia della Nota. Se la Commissione
non è sufficientemente
robusta le Soprintendenze non
avranno interlocutori. Potrebbe
essere solo la loro filosofia, forse
talora parziale, a predominare.
Ne seguiranno tensioni, dispute,
lungaggini, e non risultati.
Fin qui gli strumenti. C’è da
aggiungere, conditio sine qua non,
uno stile. San Paolo, scrivendo
agli Efesini, afferma che dobbiamo
essere imitatori di Dio. San
Tommaso d’Aquino, in un proemio
al commento alle sentenze di
Pietro Lombardo, dice che nella Creazione il creato usciva dalle
mani di Dio aperte “dalla chiave
dell’amore”. Un amore, quello di
Dio, sempre perfetto, totale. Anche
l’uomo può amare. C’è, però,
un amore di sé che è perdizione e
un amore di Dio che è salvezza. Se
si amano dell’amore di Dio anche
tutte le ricchezze che il patrimonio
artistico e architettonico, antico
e contemporaneo, ci consegna,
allora si arriva facilmente, superando
ogni ostacolo, al migliore
dei risultati. Si sa che, o solo per
ignoranza o pensando di poter
così provvedere alle urgenze economiche
della chiesa, sono stati
alienati elementi del patrimonio
artistico culturale. Si è trattato
per lo più di oggetti di artigianato
minore (candelieri, cartegloria,
panche). Si ignorava l’esistenza di
una Legge, o non la si riteneva...
legittima. Conclusione: depauperamento.
Ma è depauperare anche
il provvedere a cambiamenti che
non solo, alla fine, non danno
ragione alle esigenze liturgiche,
ma neppure al necessario rispetto
degli spazi e delle tipologie dominanti.
La Nota ricorda che non si
tratta di compiere interventi “di
imitazione”. Il progettista è chiamato
a essere se stesso, non l’epigono
degli architetti che l’hanno
preceduto in quella chiesa. Non fa
parte, però, del “buon gusto”
compiere inserimenti impropri.
Ad esempio collocare dei putti
barocchi su severe colonne, facendoli
passare - solo perché portano
una torcia - come “angeli della
luce”. I capitelli (specie i capitelli
corinzi), in bel marmo bianco,
non possono diventare base di
una mensa. Son cose che si vedono
solo in certi giardini di lusso.
Ogni elemento architettonico
chiede d’essere rispettato per quel
che è. Il nostro tempo, a questo
proposito, non ammette il riuso
improprio (cosa che avveniva per
gli edifici poveri nel medioevo;
questo tempo è finito).
Molto stile, dunque. Altro
potrebbe esser detto. Basti questa
invocazione, a mio dire di basilare
importanza. È acquisibile questo
stile? La risposta è “sì”, sepre che si
abbia l’amore di cui si è scritto. Le
nostre chiese lo meritano, e lo meritano
gli uomini d’oggi che in un
modo o nell’altro le frequentano.
Giacomo Grasso, o.p.
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(1) A cominciare dalle altre tre Costituzioni: Lumen gentium, sulla Chiesa; Dei Verbum, sulla Rivelazione; Gaudium et spes, sulla Chiesa nel mondo contemporaneo.
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