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Alcune riflessioni preliminari
Un soggetto ecclesiale più attento e consapevole, un diligente
rispetto delle capacità professionali, il ritorno a un
uso sapiente del tempo: sono questi i presupposti necessari
per la completa attuazione della Nota.
Mons. Giancarlo Santi,
Direttore dell’ Ufficio per i Beni
Culturali della Chiesa,
Conferenza Episcopale Italiana
Il mio intervento si limita ad
alcune riflessioni preliminari
alla lettura della Nota
pastorale L’adeguamento delle
chiese secondo la riforma liturgica
della Commissione episcopale
per la liturgia della Conferenza
Episcopale Italiana, pubblicata
venerdì 31 maggio 1996.
I punti sui quali fermerò l’attenzione
sono cinque:
1. le ragioni
che hanno spinto i Vescovi italiani
a elaborare questo nuovo documento;
2. l’articolazione del documento;
3. la scelta di fondo su cui
la Nota è stata costruita; 4. i suoi
punti nevralgici, 5. le premesse
per la sua attuazione.
1. Perché è stata scritta la Nota
pastorale
a) I documenti emanati dalla
Conferenza Episcopale Italiana
nei quarant’anni compresi tra il
1954 e il dicembre 1995 occupano
ormai cinque volumi e prendono in
considerazione l’intera gamma dei
temi nei quali si articola la pastorale
della Chiesa in Italia: catechesi,
liturgia, carità in tutte le loro forme.
Tra essi non mancano i documenti
che si riferiscono alla liturgia
e, in particolare negli anni ‘90, vi
sono due documenti dedicati specificamente
all’arte sacra e ai beni
culturali: gli Orientamenti della
Conferenza Episcopale Italiana
I beni culturali della Chiesa in
Italia del 9 dicembre 1992 e la
Nota pastorale della Commissione
episcopale per la liturgia
La progettazione di nuove chiese
del 18 febbraio 1993.
Questa osservazione preliminare
consente di rilevare che
solo negli anni recenti nei documenti
della Conferenza Episcopale
Italiana sta emergendo la
tendenza a dare rilievo autonomo
ai temi dell’arte sacra e dei
beni culturali; in precedenza a
tali argomenti si accennava
all’interno di documenti che si
riferivano complessivamente
alla liturgia. Questa tendenza
sembra corrispondere a una graduale
presa di coscienza della
specificità del problema delle
arti nel contesto della più ampia
e variegata problematica liturgica
e pastorale.
Contemporaneamente non si
può ignorare il fatto che, con il
passare del tempo, il grande
numero di documenti emanati in
attuazione delle disposizioni del
Concilio da parte della Santa
Sede (la collana più diffusa di tali
documenti è giunta al tredicesimo
volume), oltre che della Conferenza
Episcopale Italiana, ha
provocato una sorta di sazietà da
parte dei destinatari; ciò ha
indotto i diversi organismi ecclesiastici
a valutare con molta prudenza
la opportunità di pubblicare
nuovi documenti e a limitarsi a
pubblicare solo quelli ritenuti
veramente urgenti e strettamente
necessari.
Il nuovo documento della CEI riguardante l’adeguamento delle
chiese secondo la riforma liturgica,
perciò, deve considerarsi
frutto da una parte della graduale
messa a fuoco del tema
specifico e, dall’altra, di una
attenta valutazione di opportunità
da parte dei vescovi italiani
che ne hanno colto la necessità e
Furgenza per tutta la Chiesa che è in Italia.
b) Per avvicinarci alle ragioni
che hanno motivato la decisione
dei vescovi italiani di elaborare
il documento sull’adeguamento
occorre innanzitutto ricordare
che la elaborazione di questo
documento esprime il modo specifico
della Chiesa di guardare
all’arte: questo nuovo documento,
infatti, segue, integrandoli,
due documenti citati in precedenza,
dedicati ai beni culturali e alla
progettazione delle chiese nuove.
Ne risulta evidenziato e condotto
a termine un disegno pastorale
unitario secondo il quale la necessità
della conservazione-tutela e
valorizzazione dei beni culturali,
l’impegno creativo della Chiesa
per quanto riguarda la progettazione
di nuove chiese e l’adeguamento
delle chiese secondo la
riforma, considerati unitariamente,
manifestano l’impegno della
Chiesa nel campo dell’arte e dei
beni culturali. La Chiesa, infatti,
(cfr Principi e Norme per V uso
del Messale Romano, n. 254) “come si sforza di conservare le
opere d’arte e i tesori che i secoli
passati hanno trasmesso e, per
quanto possibile, cerca di adattarli
alle nuove esigenze, cerca pure di promuovere nuove forme
corrispondenti all’indole di
ogni epoca”.
c) Procedendo ulteriormente
nella comprensione delle ragioni
che hanno spinto i vescovi italiani
alla elaborazione del nuovo
documento vale la pena richiamare
le ragioni che il documento
stesso espone.
La prima ragione proposta in
apertura del documento è di
carattere generale e di principio:
l’adeguamento delle chiese è da
considerare “parte integrante
della riforma liturgica voluta dal
Concilio Ecumenico Vaticano II:
perciò la sua attuazione è doverosa
come segno di fedeltà al Concilio”.
Con queste parole si intende
ribadire che l’adeguamento liturgico
delle chiese corrisponde a
una precisa determinazione del
Concilio Ecumenico Vaticano II,
non è da considerare una iniziativa
locale o personale o genericamente
riferibile al Concilio stesso.
Inoltre, ribadendo la doverosità
dell’adeguamento, si chiarisce
oltre ogni ragionevole dubbio che
esso non può essere in alcun
modo considerato, né in ambito
ecclesiale né, a maggior ragione,
in ambito civile, come un semplice
suggerimento o una opportunità
da valutare in modo discrezionale.
Si vuole chiarire inoltre che
il progetto di adeguamento e le
sue modalità di attuazione sono
oggetto di una specifica disciplina
da rispettare.
Sullo sfondo di questa precisazione
non si possono non riconoscere
valutazioni e comportamenti presenti sia in ambito
ecclesiastico sia in ambito civile
che da una parte tendono a sminuire
la doverosità, l’importanza
e il significato dell’adeguamento
delle chiese compromettendo in
qualche misura la stessa attuazione
della riforma liturgica, e dall’altra
tendono a ricondurlo nell’ambito
delle iniziative da attuare
in forme del tutto svincolate da
specifiche norme disciplinari,
sminuendone la dimensione
ecclesiale e il diretto coinvolgimento
dei vescovi.
La seconda ragione addotta
dal documento - che nel nostro
Paese l’adeguamento delle chiese “presenta tuttora carattere di
urgenza, comporta implicazioni
di interesse generale ed è particolarmente
complesso” - fa riferimento
alla situazione di fatto, che
presenta lacune vistose e notevoli
aspetti problematici.
Il documento sostiene che l’adeguamento
ha ancora carattere di
urgenza; ciò implica da una parte
che l’adeguamento costituisce un
obiettivo di grande e generale
importanza e dall’altra che la situazione
delle chiese italiane proprio
su questo punto non si può ancora
ritenere nel complesso accettabile,
a causa di ritardi, incomprensioni,
sfasature, parzialità.
Non è un mistero, infatti, che
molte chiese italiane si trovano
ancora in una situazione di provvisorietà,
talvolta non decorosa.
Si avverte che, in momenti diversi,
sono stati fatti tentativi di
adeguamento; sono stati attuati
interventi su punti particolari in
assenza di un disegno unitario;
numerose iniziative sono state
attuate specialmente nei primi
anni dopo il Concilio mentre
negli anni successivi l’interesse
per tali iniziative è diminuito. In
molte chiese parrocchiali e cattedrali
italiane ci si trova di fronte
ad altari, amboni, sedi, presbiteri
frutto di adattamenti condotti
frettolosamente, che mettono in
evidenza la mancanza di una
vera e propria progettazione
unitaria, non verificati nel tempo
e apparentemente privi di
prospettive.
In altre chiese i tentativi di
adeguamento sono ridotti ai
minimi termini, sono appena
accennati e comunque sono stati
attuati con carattere di provvisorietà.
Si è in una situazione di
stallo sostanziale. In simili situazioni
si trovano molte cattedrali,
per le quali le legittime ragioni
della conservazione hanno spesso
provocato una sorta di paralisi. Vi sono inoltre molte altre
situazioni, specialmente nelle
chiese di recente costruzione, nelle
quali gli adattamenti, pur
essendo stati attuati in forme stabili,
sulla base di progetti elaborati
e approvati, risultano incompleti
o si sono dimostrati non idonei
(si pensi, ad esempio, alla
sistemazione di molte fonti battesimali
sul presbiterio): in questi
casi è necessario da una parte
completare e dall’altra verificare
quanto è stato realizzato.
d) Le ragioni che i vescovi
adducono per sostenere la necessità
e l’urgenza di un documento
dedicato all’adeguamento delle
chiese mettono in luce almeno tre
tipi di motivi che hanno provocato
ritardi o sfasature nell’attuazione
dell’adeguamento nei trent’anni
trascorsi dal Concilio.
Innanzitutto la specifica materia,
la riforma liturgica, che si è
attuata nel corso del tempo, ha
privilegiato la redazione dei nuovi
libri liturgici e solo gradualmente
ha rivelato le sue potenzialità.
A questo proposito è il
caso di ricordare che la riforma
liturgica in corso è considerata
dagli storici la più vasta che la
Chiesa cattolica abbia conosciuto
nel corso della sua storia. In
secondo luogo la complessità del
problema progettuale che, per
certi aspetti, è privo di precedenti
significativi negli ultimi quattro
secoli e richiede competenze
di particolare livello e preparazione.
Si tratta infatti di intervenire
in ambienti monumentali
spesso di grande importanza storica
e artistica, cosa che richiede
grande attenzione e scrupoloso
rispetto.
In terzo luogo la preparazione
dei committenti, giudicata in
genere in modo piuttosto severo,
i committenti dei lavori di adatta-
mento sono infatti in genere i
parroci, la cui competenza specifica
in materia di liturgia e di
architettura è modesta.
Per completezza non si possono
qui sottovalutare e vanno segnalate
le difficoltà di natura
culturale, prima e più che di
natura procedurale e normativa,
conseguenti al fatto che in moltissimi
casi le chiese da adeguare
sono soggette alla tutela statale.
Sullo sfondo si intravedono
complesse e profonde questioni
di natura culturale che sono
emerse in occasione dell’adeguamento
delle chiese, ma che
gli preesistevano: i rapporti non
risolti nella pratica tra liturgia,
arti e architettura; il valore della dimensione architettonica e artistica
nella pratica e nella teoria
della liturgia; il significato della
liturgia per l’architettura; le
relazioni spesso problematiche
tra Chiesa e mondo della cultura,
dell’arte e delle professioni; i
rapporti pacificati ma non ancora
del tutto e sempre sereni, a
questo proposito, tra Chiesa e
Stato.
2. L’articolazione
II documento sull’adeguamento
- che, come ogni documento
ecclesiale, si rivolge in primo
luogo ai vescovi, ai parroci,
agli esperti in liturgia e in teologia
ma in questo caso si rivolge
anche a progettisti, artisti, artigiani,
funzionali preposti alla
tutela - è organizzato secondo
una semplice architettura e comprende
tre capitoli, una introduzione,
una conclusione, due
appendici documentarie.
a) L’introduzione motiva la
pubblicazione del documento, ne
evidenzia problematiche proprie,
difficoltà, contenuti, destinatari,
obiettivi, contesto.
b) II primo capitolo, che riprenderemo
nel punto 3 di questo
scritto, mira a mettere in luce le
connessioni profonde che intercorrono
tra la chiesa-edificio e la
liturgia, in modo da chiarire le ragioni
di principio per le quali
l’adeguamento, richiesto dal Concilio, è da considerare un evento
fisiologico all’interno di una
chiesa cattolica, non un attentato
alla sua integrità o un’iniziativa
stravagante e immotivata.
c) II secondo capitolo, il più
esteso del documento, passa in
rassegna tutte le parti e le articolazioni
delle chiese da adeguare.
Premesso che in ogni caso il progetto
di adeguamento, anche se
riferito a un singolo problema,
deve essere concepito in prospettiva
globale, il documento passa
in rassegna i problemi posti
dall’adeguamento degli spazi per
la celebrazione dell’Eucaristia
(aula, presbiterio, altare, ambone,
sede del presidente, custodia
eucaristica, posto del coro e dell’organo,
stalli del coro, cappella
feriale, arredi e suppellettili), del
Battesimo, della Penitenza, i luoghi
sussidiali (sacrestia, deposito,
sagrato, piazza), il programma iconografico e decorativo. Ogni
problema viene sobriamente inquadrato
e per ciascuno di essi si
propongono alcuni criteri di soluzione.
d) II terzo capitolo è una sorta
di guida offerta al committente e
al progettista in vista della elaborazione
del progetto. Dopo avere
identificato i protagonisti (il committente,
il progettista e il consulente)
e lo scenario (le chiese da
adattare nei loro tipi più frequenti),
si descrive l’itinerario progettuale:
si parte dalle domande iniziali,
si prosegue con le diverse
fasi del progetto (indagine preliminare,
dibattito, progetto di
massima, fase sperimentale, progetto
esecutivo), si passano in
rassegna il progetto delle strutture
e quello degli impianti (elettrico,
di illuminazione, riscaldamento,
diffusione sonora, antifurto e antincendio),
si conclude con la
problematica delle barriere architettoniche.
Non manca
una puntuale
avvertenza a riguardo della
consegna e della conservazione
dei documenti e degli elaborati
del progetto e un chiaro richiamo
alla normativa canonica e civile,
la cui conoscenza e il cui rispetto
sono essenziali.
e) Nella conclusione, citando
esplicitamente la espressione
chiave del III Convegno Ecclesiale
di Palermo, il documento mette
in evidenza il valore culturale della
proposta pastorale sollecitata
dai vescovi con il documento sull’adeguamento.
Analogamente al documento
sulla progettazione di nuove
chiese, per facilitare il compito
dei committenti e dei progettisti,
il documento è stato dotato di
due ampie appendici.
La prima appendice elenca e
passa in rassegna gli elaborati
da predisporre e le procedure da
seguire per dar vita al progetto e
condurlo ad esecuzione.
La seconda appendice riporta,
citandole per esteso, le principali
norme liturgiche, canoniche,
civili e concordatarie più
frequentemente utilizzate dai
committenti e dai progettisti.
3. La scelta di base
II documento sull’adeguamento
ha il compito non semplice
di farsi strada tra due atteggiamenti opposti, diffusi nell’ambiente
eccelsiale.
Da una parte vi è chi sottolinea
a tal punto il primato della partecipazione
dei fedeli alla celebrazione
liturgica nella sua dimensione
personale e assemblare da
limitare fortemente l’importanza
del luogo; di conseguenza ne
risulta sostanzialmente demotivata
ogni iniziativa di adeguamento,
secondo la massima che
l’assemblea liturgica potrebbe
prescindere da un luogo specifico
e quindi potrebbe riunirsi in qualsiasi
luogo. Amplificando primarie
esigenze di natura personale
questa posizione finisce paradossalmente
per togliere ogni significato
all’adeguamento delle chiese
e per confluire con le posizioni dei
più intransigenti sostenitori della
conservazione assoluta.
Dall’altra vi è chi sostiene che
le celebrazioni liturgiche sono
per la Chiesa eventi di significato
e valore tanto elevato e così
ricco di implicazioni anche per
quanto riguarda l’architettura e
le arti da richiedere e giustificare
importanti interventi di adeguamento,
secondo la massima
che l’architettura delle chiese,
nata per il culto, ad esso deve
comunque servire. Esasperando
giuste esigenze di natura pastorale
si giunge così a giustificare
qualunque intervento nelle chiese,
perdendo di vista le esigenze
della conservazione.
Il documento sull’adeguamento
delle chiese secondo la riforma
liturgica, nel primo capitolo entra
nel merito di queste problematiche
tenendo conto e conciliando
sia le esigenze dell’assemblea
celebrante, sia quelle del luogo di
celebrazione.
Una concreta assemblea celebrante,
infatti, nelle condizioni
normali, ha bisogno di un luogo
per radunarsi e per dar vita alle
proprie celebrazioni e nel celebrare
si rapporta con esso in modo
molto intenso e vario, anche se
non si può affermare che ne sia
condizionata in modo assoluto.
L’esperienza celebrativa cristiana,
infatti, nel corso della storia si è
rivelata capace di dar forma alle
più diverse architetture: la storia
dell’architettura e dell’arte lo testimoniano
al di là di ogni possibile
dubbio. Comunque sia, nella
concezione cristiana, una assemblea
celebrante non è mai insensibile
rispetto all’architettura che la
ospita.
Il modo con cui un edificio
ospita una celebrazione, a sua
volta, è sempre attivo e in qualche
modo consente di manifestare
qualche tratto profondo dell’assemblea
che vi si riunisce. Le
chiese esprimono, spesso più di
quanto si suppone, il senso di
chiesa, la teologia, la sensibilità
concretamente vissuta dalle
comunità che vi abitano. Non è
del tutto fuori luogo parlare delle
chiese come segno memoriale
e come immagine escatologica
della comunità dei credenti.
A partire da queste considerazioni
il documento pone le
premesse di natura lirugica alle
iniziative di adeguamento liturgico.
Queste premesse, evidentemente,
dovranno essere pensate
e attuate nel rispetto delle istanze
disciplinari proprie del progettare,
delle quali anche i vincoli
di natura giuridica non possono
non tenere in debito conto.
4.1 punti nevralgici
Nella Nota pastorale sono
presenti alcuni punti nevralgici
che ne governano l’impianto e
ne condizionano la comprensione
e l’attuazione. Considerata la
loro rilevanza sembra opportuno
metterli in luce e commentarli
brevemente.
a) Il rapporto lirturgia/architettura.
La Nota pastorale dedica a
questo fondamentale problema
l’intero primo capitolo insistendo
sulla consistenza e la qualità
di tale rapporto. Non può sfuggire
a nessuno che la collocazione
e la specifica attenzione di
questo primo capitolo sono sintomi
del fatto che si tratta non di
una tra le tante questioni, ma
della questione pregiudiziale. Il
modo di intendere tale rapporto
condiziona radicalmente ogni
intervento di adeguamento; a
seconda della risposta che si da
ad essa diventa possibile o
impossibile in linea di principio
parlare di adeguamento.
Al riguardo la Nota si limita
ad alcune chiare affermazioni,
poco più che accenni, con le quali
essa intende stimolare i competenti
ad un serio approfondimento.
Pare, infatti, che in linea
di principio sulla rilevanza di
tale rapporto vi sia un ampio
consenso tra studiosi di liturgia
e tra non pochi storici dell’arte;
per converso, pare che la conoscenza
dei rapporti tra architettura
e liturgia sia piuttosto limitata;
a questo proposito ben poco
si è ricercato e scritto nei trenta
anni successivi al Concilio Vaticano
II. Si ha la netta impressione
che l’indagine teorica e l’indagine
storica non siano ancora
state avviate e ciò vale da una
parte per gli storici dell’architettura
e dall’altra per gli storici
della liturgia.
La mancanza di un approfondimento
conoscitivo circa tale
rapporto, presupposto ma non
elaborato criticamente, ha certamente
condizionato negativamente
il lavoro di adeguamento.
L’avvio di tale ricerca in sede
storica e in sede teoretica - che,
se è vero quanto sopra affermato,
va fatto con la massima
urgenza - costituisce una scelta
prioritaria rispetto alla ripresa
del lavoro di adeguamento.
Per concludere su questo punto,
occorre riconoscere che sia la
committenza (compresi i suoi
consulenti) sia il mondo delle
professioni sono ancora in una
situazione di debolezza culturale
su questo argomento di capitale
importanza.
b) II progettista.
L’esperienza dei primi tre
decenni successivi al Concilio ha
consentito di cogliere, in negativo,
quanto la figura del progettista
costituisca un punto nevralgico
dell’intera questione dell’adeguamento.
Rispetto a questo fondamentale
problema la Nota
prende chiara posizione sollecitando
i committenti ad attribuire
ai progettisti il ruolo che spetta
loro, distinguendoli da altre figure
che hanno carattere esecutivo,
a scegliere progettisti di alta qualificazione
professionale, a mettere
i progettisti in condizioni tali
da poter svolgere correttamente il
loro compito (fornendo le necessarie
indicazioni, un adeguato
riconoscimento economico, una
continua e rispettosa collaborazione).
La Nota chiede anche ai
progettisti di assumere pazientemente
tutte le indicazioni e le esigenze
espresse dal committente e
di operare in dialogo con le sue
istanze specifiche.
Da quanto risulta, infatti, molti
progetti, sia provvisori, sia definitivi,
sono stati realizzati in
assenza di un vero e proprio progettista,
sulla base di indicazioni
fornite direttamente dal committente
all’esecutore. Il caso contrario,
purtroppo, costituisce una
eccezione. Ancora oggi la stessa
necessità dell’intervento di un progettista continua a essere largamente
sottovalutata; tra l’idea e
la sua realizzazione, troppo spesso
non vi è posto per l’intervento di
un serio e sperimentato progettista.
Non si è ancora capito che la
scelta fondamentale e condizionante
la buona progettazione e la
sua buona esecuzione è la scelta
del progettista. È ancora largamente
diffusa la convinzione che
sul progettista e sul progetto si
possa tranquillamente risparmiare
e che comunque una valida impresa
o un bravo artigiano sia in grado
di risolvere tutti i problemi,
compresi quelli di progettazione.
D’altra parte, molto spesso i
progettisti hanno rivelato gravi
lacune quanto alla cultura specifica,
quanto alla capacità di
ascolto delle esigenze del committente,
quanto alla disponibilità
ad operare in collaborazione
con i competenti interessati.
Le lacune dei committenti e
dei progettisti consentono di
comprendere il livello generalmente
modesto delle realizzazioni
oltre che le difficoltà che talvolta
si incontrano nei rapporti
tra gli enti ecclesiastici e gli
Organi pubblici di controllo.
c) II committente.
Anche la figura del committente
- che si identifica normalmente
con la figura del parroco,
considerato però nella sua
dimensione comunitaria e diocesana
- costituisce un punto
nevralgico sul quale la Nota si
sofferma non poco. In particolare
la Nota tratta della questione con
molto realismo facendo tesoro
dell’esperienza di questi anni. Il
committente, in realtà, ha dimostrato
ampliamente di non difettare
di entusiasmo (in particolare
nei primi anni successivi al Concilio)
e di decisionismo. D’altra
parte, con una certa frequenza,
ha dimostrato lacune da vari
punti di vista: per quanto riguarda
il senso ecclesiale (tendenzialmente
il committente considera il
progetto un affare privato, della
parrocchia o addirittura della
persona, nel quale il vescovo e i
suoi consulenti possibilmente
non devono entrare o sono considerati
come potenziali avversati);
per quanto riguarda la competenza
specifica in campo liturgico
(la competenza liturgica del clero
italiano è, purtroppo, modesta e,
comunque, largamente inferiore
a quella richiesta dagli interventi
di adeguamento; la sua
competenza in materia di arte è, purtroppo assai debole); per
quanto riguarda la cultura della professionalità (il clero italiano,
spesso, stenta ad apprezzare la
necessità delle competenze specifiche, è in difficoltà quando le
deve ricercare, non è in grado di
scegliere i professionisti competenti
del livello necessario), in
campo disciplinare (le discipline
canonica e civile, negli ultimi tre
decenni, non sembra siano state
molto coltivate); in campo economico
(le risorse degli enti
ecclesiastici sono piuttosto limitate
e non sempre sono adeguate
alle necessità).
Se poi, ad integrazione del
committente più noto, che abbiamo
identificato nel parroco, si
prende in considerazione la figura
del vescovo e dell’organo di consulenza
del quale egli si avvale,
cioè la Commissione diocesana
per l’arte sacra, ci si rende conto
che da una parte tale organo di
consulenza è presente solo in alcune
diocesi italiane ed è, in genere,
scarsamente operativo e dall’altra
che le direttive e gli interventi episcopali
concretamente sensibili
nei riguardi dell’adeguamento
non sono frequenti.
d) La progettazione
La Nota dedica ampio spazio
(l’intero terzo capitolo) alla progettazione:
ne precisa analiticamente
contenuti, premesse, sviluppi, concreta
elaborazione come se volesse
prendere per mano i committenti e
i progettisti; vengono indicati i
passi da compiere per costruire un
progetto attento e diligente, non
approssimativo o parziale ma
capace di assumere coerentemente
tutte le responsabilità in gioco.
Il richiamo alla diligente progettazione
scaturisce dalla
preoccupazione di modificare
una situazione di diffusa debolezza
che 36 colpisce il modo di
dar vita ai progetti di adeguamento;
evidentemente esso va
letto in parallelo con il richiamo
alla preparazione del committente
e alla necessità della presenza
e all’alta qualità della
figura del progettista.
e) Le implicazioni culturali
del progetto pastorale
II quinto punto nevralgico
della Nota risulta appena accennato
nel numero finale; vi si
afferma che l’adeguamento delle
chiese secondo la riforma liturgica
costituisce uno dei casi nei
quali sono evidentissime e necessarie
le implicazioni culturali del
progetto pastorale-liturgico della
Chiesa.
Le vistose lacune rilevate nei
primi tre decenni di attuazione
della riforma liturgica ne costituiscono una prova clamorosa: possiamo
affermare che l’avere sottovalutato
o ignorato le implicazioni
artistiche della riforma
liturgica non solo ha indebolito,
se non compromesso, l’attuazione
della riforma liturgica, ma
anche l’ha trasformata, in più di
un caso, in evento che è fonte di
disagi e, che, non di rado, risulta
culturalmente negativo.
Il recente Convegno Ecclesiale
di Palermo e le conseguenti iniziative
della Conferenza Episcopale
Italiana programmate per
elaborare il progetto culturale
potrebbero/dovrebbero consentire
di rettificare la situazione precedente
e di collocare le iniziative di
adeguamento nell’ambito del
progetto culturale che la Chiesa
intende promuovere. Risulta a
tutti chiaro che il dialogo tra
Chiesa e cultura trova nell’intreccio
liturgiaarti un campo nel quale
può/deve manifestarsi con
grande libertà. La eventuale e
deprecabile mancata percezione
di tale implicazione - che, come si è detto in precedenza, è alla base
degli esiti non del tutto felici dei
trascorsi anni - finirebbe per condizionare
negativamente anche i
futuri interventi di adeguamento.
5. Alcuni presupposti per la
corretta attuazione della Nota La Nota pastorale per l’adeguamento
delle chiese secondo la
riforma liturgica si presenta come
uno strumento che, per la sua
concretezza, si rivela necessario
per la promozione della riforma
liturgica nelle chiese esistenti. Ma
una Nota, da sola, non basta. Non
la si può realisticamente considerare
uno strumento sufficiente
per raggiungere tale scopo. Per la
sua corretta attuazione sono
necessari altri presupposti, ai
quali, in parte, abbiamo già
accennato in precedenza e che
ora, in conclusione riproponiamo.
a) II primo presupposto è un
soggetto ecclesiale più attento e
consapevole. Non auspichiamo
una Chiesa che faccia rivivere
il mecenatismo rinascimentale
(sarebbe un bel sogno); ci limitiamo
a desiderare una Chiesa meno
passiva e più riflessiva. Riteniamo
necessario che le diocesi e le
comunità cristiane tornino, almeno
un poco, a coniugare le attività pastorali con la teologia, la liturgia
con le professioni e le arti.
I segnali che questo primo presupposto
comincia a prendere
corpo potrebbero essere da una
parte una maggiore stima nei
riguardi dei professionisti e degli
artisti (progetti tutti firmati dai
professionisti idonei e adatti) e,
dall’altra, la costituzione in tutte
le diocesi delle Commissioni
diocesane per l’arte sacra (e,
dove questo non fosse possibile,
la costituzione di Commissioni
interdiocesane).
Nella situazione attuale, infatti,
si notano alcune situazioni
positive e alcuni tentativi lodevoli,
purtroppo ancora largamente
minoritari. Le smagliature organizzative
e le scorrettezze progettuali
sono ancora troppo facilmente
tollerate. In molte comunità
sono ancora molto diffusi, non
più in teoria ma nei fatti, atteggiamenti
di diffidenza o di tiepidezza
nei riguardi delle professioni e
delle arti. Per illustrare la situazione
attuale si potrebbero usare
due immagini: le comunità cristiane,
nel momento in cui diventano
comittenti, assomigliano a
un gigante addormentato, che
ogni tanto si risveglia, ma solo per
brevi istanti, usa la sua forza, potenzialmente
immensa, solo per
qualche minuto, per il resto del
tempo dorme e si agita nel sonno,
mettendo in pericolo chi gli sta
vicino. Assomiglia anche al giovane
erede di una illustre casata,
dotato di patrimonio immenso e
di cultura straordinaria, che non
si è ancora reso conto di possedere
né il primo né la seconda, e non sa
apprezzarli a sufficienza proprio
nel momento in cui sta facendo
progetti per il suo futuro.
b) Il secondo presupposto è il
diligente rispetto delle professioni,
delle competenze e delle regole.
Gli interventi di adeguamento
sono frutto di prolungati studi e
di elaborazioni sapienti. Le
improvvisazioni, i dilettantismi e
i colpi di genio non reggono alla
distanza, né sono segno di grande
responsabilità. Le regole, dalle
leggi canoniche a quelle civili,
i regolamenti che riguardano
l’attività delle professioni, costituiscono
una garanzia per tutti:
ignorarle non è difficile, ma produce
effetti deleteri. Lavorare
intorno a un progetto di adeguamento
con pazienza e diligenza
non è molto eroico ma da risultati
comunque apprezzati e stabili
sui quali il tempo e i posteri, forse,
potranno esprimere giudizi
rispettosi.
c) Il terzo presupposto è il ritorno
a un uso sapiente del tempo,
delle tecniche e delle risorse
eco nomiche a disposizione.
Il tempo è una risorsa a nostra disposizione,
o meglio lo era, dal
momento che viviamo un’epoca
in corsa contro il tempo e la Chiesa
condivide questo stile di vita.
Le risorse tecniche sono notevolissime,
disponibili ma spesso
pericolose o scarsamente controllabili,
comunque con risultati
non garantibili nel tempo; le risorse
artigianali sono forze residue,
spesso assai costose. Le risorse
economiche, invece, oggi
non mancano ma sono inferiori
alle esigenze e al tempo che si intende
impegnare nell’impresa.
Anche i progetti di adeguamento,
secondo i canoni della cultura
attuale, devono essere concepiti
rapidamente e ancora più
rapidamente devono esser realizzati.
Desiderati e attesi, ma non
progettati per durare nel tempo e
perché siano in grado di misurarsi
con le opere che i tempi lunghi
della storia ci hanno lasciato in
eredità, tali interventi spesso
deludono lasciandoci insoddisfatti
e inquieti, dal momento che non
riusciamo a capire le ragioni dei
nostri fallimenti.
A nostro avviso è necessario
operare sulla base di un uso più
consapevole del tempo, delle risorse
tecniche e di quelle finanziarie,
evitando con cura illusioni,
sogni ad occhi aperti, miti: come,
invece, è successo negli ultimi
trent’anni. Occorre, in altri termini,
valutare meglio, più realisticamente,
i rapporti che intercorrono
tra aspettative (alte, spesso
troppo alte) e risorse (comunque
proporzionalmente scarse sui
tempi brevi), tra tempi di elaborazione
(sempre troppo brevi,
drammaticamente brevi) e capacità
di realizzazione e di manipolazione
(modesta e non delicata in
relazione al contesto).
Giancarlo Santi
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