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Dietro l'uso del termine "sacro" talvolta si nascondono
tendenze all'uso eccessivo di elementi architettonici inutilmente proposti
in funzione simbolica. Si ricerchi piuttosto un decoro fondato sul collegamento
con la cultura contemporanea, col linguaggio di tutti i giorni, ma intessuto
di autentica capacità espressiva, di competenza, di impegno vero.
Mi rendo conto, leggendo pubblicazioni che si sono appilate
sulla mia scrivania senza che io avessi la possibilità di studiarle, che
ritorna di moda ragionare sul “sacro”. Dopo gli anni ’60 che avevano,
per bocca di sociologi, psicologi, filosofi e teologi, decretato la fine
del “sacro” e del religioso, nel 1973 con un numero di Concilium si riaperse
ad entrambi una possibilità di esistenza. Negli anni successivi oltre
che discuterne teoreticamente nella provincia della cultura attenta agli
eventi religiosi, si evidenziò la realtà di alcuni momenti che sembravano
ai più dar ragione circa un “ritorno del sacro”. Era così per il numero
di pellegrini ai Santuari, per la folla di fedeli che riempie le chiese
la notte di Natale, per il perdurare di espressioni schiette di religiosità
popolare. In un mio scritto, preparato per un Dizionario di Liturgia e
rifiutato dai curatori ma pubblicato su Angelicum nel 1984, facevo notare
che la secolarizzazione, intesa come bisogno profondo dell’uomo di “partecipare”,
era d’attualità. Lo è sempre di più e ovunque. La caduta del Muro di Berlino
e la fine dell’Unione Sovietica ne hanno ampliato i confini. Cristianità
che sembravano indenni dalla secolarizzazione vi si trovano immerse.
Gli anni del nuovo millennio così marcati, nel bene e nel male, dalla
globalizzazione sono anni nei quali la secolarizzazione continua ad affermarsi.
La partecipazione continua a coinvolgere. E’ vero che in frammenti del
quotidiano uomini e donne, forse per riposarsi dalle tensioni, cercano
talora spazi temporali e locali, ove il “sacro” è confortante. Questa
gente è posta, però, in una situazione schizoide per nulla degna della
loro umanità. "Partecipare", espressione nell’agere di quel che la comunione
è nell’esse, è proprio all’opposto del “sacro” che dice separazione. Il
fanum si oppone al profanum. Ritengo ancora che continuiamo a vivere in
un mondo secolarizzato, nonostante isole sacrali che non distolgono, nel
quotidiano dei loro abitatori, dalla secolarizzazione. Rilevano i sociologi
della religione come questo rifiorire del religioso sacrale non avvenga
per lo più a vantaggio del cristianesimo quanto piuttosto di sette, almeno
in Africa e in America Latina.
Da noi ne traggono vantaggi i movimenti revivalisti, formati in genere
da entusiasti. Un entusiasmo che, se crolla, rischia di distruggere con
sé anche la fede. A questo punto occorre chiarire cosa mai si intenda
per “sacro”. Lo si può vivere in maniera accettabile, può talvolta essere
invece un impedimento al reale, una fuga, il tentativo di risolvere facilmente
questioni complesse. Ho sempre insistito, là dove si usa l’aggettivo,
o anche il sostantivo “sacro”, sulla necessità di chiarire. Il termine,
infatti, è facilmente equivocabile. Esiste, e anche in noi Occidentali,
una tradizione sacrale che deriva dal mondo greco-romano ed è stata accolta,
perché loro confacente, dalle popolazioni che hanno nei secoli formata
l’Europa. La Cristianità europea ha fatto convivere, forse già dal IV
secolo, con l’Editto di Costantino e ancor più con le leggi di Teodosio,
la terminologia sacrale dell’Impero con la realtà neotestamentaria che
se accettava la sacralità l’accettava unicamente per il Signore Gesù,
il santo di Dio. Un santo che a differenza da ogni sacralità religiosa
non cristiana, non è motivo di divisione ma di comunione (leggi Ef 2,11-16).
Si tratta, però, di una tradizione sacrale soprattutto verbale perché
anche i luoghi, i tempi, le persone, gli oggetti “sacri” esprimevano nel
loro profondo solo la santità comunionale. Le chiese, luoghi detti sacri,
diventavano facilmente luoghi in cui un intero popolo poteva rifugiarsi
all’arrivo di saccheggiatori.
Una domenica minacciante temporale ha sempre visto i contadini lavorare
per salvare il fieno. Persone consacrate sono state sciolte dai voti,
con motivazioni plausibili. I vasi per il culto sono stati spezzati e
venduti per dar da mangiare agli affamati. In regime cristiano prevale
il “santo”, notava il card. Y. M. Congar, o.p. Se si usa il termine “sacro”
lo si faccia pure, avendo però chiaro che non è termine univoco rispetto
al “sacro” delle religioni. Capita che costruttori di chiese, per usare
la bella espressione di Crispino Valenziano, sentano la necessità di progettare
il “sacro”. Se il sentire questa necessità vuol dire ritornare, con Ruskin,
a spazi medievali, ridando vita all’eclettismo, si parte col piede sbagliato
perché si ritagliano forme che potevano andar bene ad una Chiesa, o ad
una società assediate, ma non hanno verace riferimento ad una Chiesa comunione
che si presenta piuttosto come il lievito nella massa di farina. Si opera
mascherando le tecniche dell’oggi, possibili di tutto e meno costose,
con forme del passato. Tutto sa di falso. Ben diversamente progettava
il suo campanile per la chiesa del Suffragio a Torino il Beato Faà di
Bruno, già professore al Politecnico di Parigi e di Torino che pure aveva
affidato il progetto della chiesa all’Architetto eclettico Arborio Mella.
Ritagliare queste forme diventa poi operazione tanto meno limpida perché
per realizzare, ad esempio, colonne, si ricorre a materiali nuovi che
hanno solo l’apparenza di colonne. Potrebbero benissimo essere pilastri
o addirittura putrelle di acciaio messe in verticale o, meglio ancora,
non darsi, perché il soffitto riesce a star su con altri sistemi più semplici.
Da quando, con le tecnologie moderne, si sono rese inutili (cfr. ad es.
la chiesa di Renzo Piano a San Giovanni Rotondo), ricorrere ad esse per
simboleggiare gli Apostoli che sono le colonne della Chiesa, è un modo
per riconquistare una sacralità tutta esteriore e falsa perché quelle
dodici pseudo colonne non hanno nessun’altra funzione ne non quella di
trasmettere i desiderata ideologici del progettista.
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| Prof. Giacomo Grasso, O.P. |
Il modello del nuovo santuario dedicato
a Padre Pio in San Giovanni Rotondo. Progettato da Renzo Piano, l'edificio
presenta grandi arcate che definiscono un ampio spazio interno privo
di colonne. |
La pubblicazione Riconquistare lo spazio sacro 2000, è
un singolare documento della confusione che esiste in coloro che si preparano
alla riconquista. Confusione forse dovuta alla mancanza di chiarezza quanto
al termine “sacro”. O non sufficiente conoscenza della storia dell’architettura.
Non si possono mescolare con Architetti per lo più Statunitensi tranne
qualche Italiano, Architetti come quelli che hanno operato nelle nuove
città italiane degli anni ’30, anni nei quali in Italia era giunto il
razionalismo, ma senza l’esperienza di Weimar, e la cattolicità italiana
era ben lontana dall’avere pensatori del valore di Romano Guardini. Erano
Architetti, però che, seppur poco collegati coi movimenti europei e americani,
sapevano fare architettura e avevano maestranze capaci. Né si può confrontare
Muratori con i muratoriani. Tantomeno si possono presentare alcuni tardo-eclettici
(anni ’20 e '30) con Benedetti e Portoghesi che non sembrano lottare per
nessuna riconquista, ma solo lasciar da parte il modern delle metafore,
così caro a Michelucci e ai michelucciani. Manifesta solo confusione il
proporre come riconquista una serie di interventi di restauro che seguendo
in maniera temperata la Carta di Venezia non hanno avuto bisogno di ricostruire
“il Medioevo”, per usare l’espressione cara a Colette Bozzo Dufour, ma
hanno operato perché la realtà materiale, per es. della facciata di San
Pietro, si mostrasse come era prima dell’intervento (ideologico?) di Bernini,
certo collocabile tra i grandi Artisti attenti al “sacro cristiano” se
si pensa a sue opere nella Basilica e allo stesso colonnato così proteso,
ma solo apparentemente, a chiudere uno spazio come se fosse “sacro”. In
Piazza San Pietro è sempre entrato chiunque. Ben diversamente dalla Mecca.
Si è perfettamente d’accordo, in linea di principio, con coloro che vogliono
il bello negli edifici per il culto cristiano. I discepoli di Gesù vogliono
il bello ovunque, e vogliono che il bello non sia solo nelle chiese ma
contemporaneamente nelle case dell’uomo, e là dove si lavora (si ricordino
le iniziative di Olivetti a Ivrea), e dove si studia (vedi la sede della
Facoltà di Architettura di Genova, per la parte nuova opera di Ignazio
Gardella, per quella “restaurata” di Luciano Grossi Bianchi, opera nell’insieme
riuscita e dovuta all’attenzione di Edoardo Benvenuto, scienziato e teologo),
e dove si passa il tempo della malattia o dell’estrema vecchiaia. Nel
1970 nella trasmissione televisiva che presentava la dedicazione di una
nuova chiesa cattedrale, il Religioso che illustrava l’avvenimento si
domandò cosa avrebbero detto i poveri di una cattedrale così bella e lussuosa.
Rispose, non so con qual diritto non essendo lui uno di loro, che i poveri,
gente senza una casa decente, ci sarebbero entrati volentieri trovandosi
almeno lì nel bello. Non mi sembrò allora, a cinque anni dalla promulgazione
di Gaudium et spes, il documento del Vaticano II sulla Chiesa nel mondo
contemporaneo, un commento degno e mi riconfermava nella mia idea pochi
giorni fa un ragazzo di Taranto impiegato a Roma che conosceva bene cos’è
avvenuto, urbanisticamente, attorno alla “vela” di Gio Ponti. Il bello,
però, è costoso. Proprio per questo le antiche costruzioni hanno protratto
per decenni e secoli la loro edificazione. Cosa vorrà dire, oggi, puntare
sul bello? Attuarlo gradatamente a seconda delle possibilità non solo
della comunità che ha bisogno della chiesa, ma di quel che chiede la Caritas
diocesana o nazionale.
Puntare sul bello, accogliendo le considerazioni fatte da Giovanni Paolo
II nella Lettera agli Artisti, ricordando la citazione della frase “solo
la bellezza ci salverà” che si trova nello scritto di un Ateo. Un bello
che al di là di ogni spirito di riconquista dovrà riguardare anche l’arredo
troppo frequentemente dozzinale. E’ per dar lode al Signore che si usano
vesti liturgiche belle, ma belle non perché del XVI secolo, ma perché
elaborate oggi con la collaborazione di artisti e artigiani che lavorano
con qualità, e non per riconquistare lo spazio “sacro” ma per cercare
di collegare la vita di ogni giorno con le vesti usate nella liturgia.
Operazione non facile,ma possibile. La pensava così la Superiora Generale
delle Figlie della Carità quando subito dopo il Concilio, scelse Christian
Dior come artefice del nuovo vestito delle sue Sorelle (da allora non
più Cappellone). Ricordo la celebrazione domenicale in un villaggio della
Costa d’Avorio. Il Parroco aveva splendide vesti, del tutto simili a quelle
degli anziani.
Solo un po’ meno fastose di quelle del Capo villaggio. Da noi questa colleganza
è meno facile, ma non è detto che l’andamento della moda maschile e femminile
non debba al proposito aiutare. E i frutti della moda, gli abiti, fan
certo parte delle arti minori, oggi come ieri. Sembra invece, e potrei
scrivere anche dei vasi liturgici, che tutto ciò che è bello e perciò
costoso si lasci da parte. Non è segno di attenzione alla povertà che
ci circonda. Scrisse don Gianni Catti, grande catecheta e scrittore, nel
1969, che dove si fanno belle chiese si lavora anche per le case della
gente. Lo diceva per la Bologna che era stata di Lercaro e che era ancora
di Dozza. Ed era vero. Propongo un’esperienza da me fatta. Un vecchio
prete, tutto dedito all’assistenza degli ultimi, una volta che lo aiutai
in una celebrazione mi consegnò una busta. Non volevo prenderla. Mi rendevo
conto dell’estrema povertà che mi circondava. Mi costrinse a tenerla.
Quando l’apersi mi accorsi che conteneva dieci volte quanto anche i preti
di parrocchie ricche erano soliti offrire… E’ abbastanza comune rilevare
che i preti più attenti alla loro chiesa sono quelli che almeno in ordine
logico hanno prima badato ai poveri, poi a formare una comunità cristiana,
e infine all’edificio, non ornandolo mai dei loro ritratti né di quelli
di ignari Vescovi o Pontefici…
E’ stato così per la bella chiesa, opera di Architetti non noti, della
Parrocchia che si estende sul territorio occupato dal “biscione”, la magistrale
opera di Daneri, a Genova. Se la chiesa non è ancora completata si pensi
perciò ad un arredo decoroso. Se non può essere di qualificati Artisti,
insegnava il card. Lercaro, sia almeno di raffinati artigiani. Nessuna
riconquista del luogo sacro. Nessuna riconquista del “sacro” ma invece
attenzione a che si operi in modo attento. Lo merita la casa in cui si
riunisce l’Assemblea, la chiesa, il luogo in cui si proclama la Parola,
si ripresentano i misteri di Gesù Cristo che continua ad operare nella
storia, ci si ciba del suo corpo e del suo sangue. Non dimenticando che
si è nel penultimo, dove tutto è lasciato alle mani dell’uomo, come scrive
Eugenio Corsini nel suo saggio sull’Apocalisse. Anche se Gesù Cristo già
regna glorioso accanto al Padre e invia lo Spirito perché uomini e donne
siano sempre più tali e quindi più adatti ad accogliere la Vita, in attesa
dell’ultimo ritorno.
Fra Giacomo Grasso, o.p.
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