| Tratto da: Chiesa Oggi 53 Architettura e Comunicazione |
La grandezza dell'umiltà | ||||||||||||||||||||||
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Costruita nella "Donaucity", la nuova area urbana recentemente sorta come estensione di Vienna, la chiesa progettata da Heinz Tesar si presenta quasi come schiacciata al suolo. Ma ogni dettaglio appare pensato e soppesato così da costituire un tutto ricco di armonia, ma anche capace di impressionare e di commuovere.
Donaucity, "la città del Danubio", è un nuovo quartiere, sorto negli anni Ottanta non lontano dalla zone dove si trovano gli edifici delle Nazioni Unite. Il luogo è stato scelto con cura, perché fosse vicino alle vie di transito a nord del Danubio e fosse allo stesso tempo rispettoso dell'ambiente e denso di spazi verdi. Non è estranea alla decisione di realizzare il nuovo quartiere, la notevole espansione che ha conosciuto Vienna come conseguenza dell'apertura delle frontiere con i paesi dell'ex "Europa dell'est". È per questo "pezzo di città" di recentissima edificazione, al cui progetto hanno concorso diversi architetti di fama mondiale, che Heinz Tesar è stato chiamato a progettare la chiesa.
Si tratta di un quartiere moderno, concepito come centro
multifunzionale, dotato di edifici abitativi per 1.500 appartamenti, uffici,
installazioni universitarie, un centro tecnologico e un centro culturale
e per il tempo libero, nonché di tutte le altre infrastrutture necessarie.
La chiesa si presenta bassa, di colore scuro, metallica rispetto agli
altri edifici vicini. Per questo, pur con le sue ridotte dimensioni, risalta,
si distingue, come si distinguerebbe un brillante puro anche se collocato
tra pietre di dimensioni ben maggiori. All'abbondanza delle superfici
opache, la chiesa contrappone le sue nitide facciate dagli spigoli netti,
che si stagliano contro le maggiori moli vicine. Quadrato in pianta, l'edificio
è posto in modo tale da porsi diagonalmente rispetto ai percorsi impliciti
nel tessuto degli edifici circostanti Se, a chi si avvicina dalla strada,
si rivela grazie al suo disegno informato a una eleganza schietta e priva
di orpelli, semplice ma efficace nel mostrare da una prospettiva diagonale
la croce, dall'altra il basso castello delle campane che in altezza non
arriva alla copertura della chiesa, è dall'alto che a guardarla ci si
commuove. Il suo volume a base quadrata è intagliato agli spigoli così
da mostrarsi come una croce greca dai bracci cortissimi: una croce piccola
e schiacciata al suolo, quasi a cercare l'aderenza alla terra. E sulla
copertura si apre un lucernario ad andamento ondulato: un elemento che
si presenta come contrappunto alla regolare simmetricità ortogonale delle
parti. Come una ferita, come un gemito, perché diverso dalle linee diritte
che definiscono l'involucro dell'edificio; ma pure garbato nella sua sinuosità.
Un segno forte, evidente, importante che domina l'aula e "nuovo", perché
non inserito nella consuetudine della simbologia chiesastica, ma che porta
la trasparenza della luce e apre un dialogo diretto tra aula e cielo.
Le pareti della chiesa sono rivestite esternamente da lastre
metalliche rettangolari. Le lastre recano un'apertura circolare accanto
a uno spigolo e sono disposte in modo tale che questi "occhi" siano collocati
secondo linee diagonali. Essi animano la superficie e all'interno si presentano
come punti di luce espansi, come se le stelle si fossero avvicinate per
splendere dentro la chiesa, e solo per lei. L'ingresso è accarezzato dal
movimento avvolgente di un elemento che disegna la bussola di entrata,
quasi a significare il gesto dell'inchinarsi riverente. La disposizione
a semicerchio delle panche attorno all'altare configura una situazione
di globalità e di completezza. Se l'aula ecclesiastica può raffigurare
l'universo, qui nell'altare si individua un centro chiaro e definito e
il resto sembra danzargli attorno secondo un moto di splendente armonia.
Pur nella sua preminenza, l'altare stesso si mostra come parte della totalità
conchiusa dell'aula: anche'esso reca il segno del circolo, in posizione
identica a quella degli "occhi" nelle lastre delle superfici. Molteplici
sono i segni che compaiono, punteggiando l'aula con discreta presenza,
ognuno studiato con attenzione essenziale, così da non imporsi, da non
"gridare" pur manifestandosi con cristallina presenza. Croce, ambone,
candelabri... sembrano tutti trovare un posto giusto, misurato secondo
l'importanza propria definita dalla prossimità con l'altare che qui più
che un "polo" è il centro gravitazionale dello spazio. La cura del dettaglio,
lo studio per trovare la giusta misura di elementi e forme che appaiono
semplici, quasi primordiali, distinguono uno stile di progettazione che
riesce a raggiungere un'armonia definita, autosufficiente seppure non
estranea al sito. L'andamento del terreno in leggera ascesa ha consentito
la collocazione di spazi di servizio, quali un'ampia aula per riunioni,
a una quota ribassata rispetto a quella dell'aula. "La luce giunge attraverso diverse aperture:
attraverso finestre piccole o puntiformi che perforano l'involucro, o
vetrate agli spigoli incavati, mentre la luce centrale zenitale è intesa
come metafora delle ferite del cuore di Gesù... Spero di aver costruito
una casa per una comunità viva."
Dal servizio, la speranza:
il discorso dell'Arcivescovo di Vienna
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