| Tratto da: Chiesa Oggi 53 Architettura e Comunicazione |
In risposta a “Architetto non essere egoista!” | ||||
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Si apre il dibattito in merito all'Editoriale pubblicato su CHIESA OGGI architettura e comunicazione n° 52.
"Indispensabile e insostituibile risulta la
mediazione del liturgista il quale, non digiuno delle cose dell’arte,
saprà al meglio indicare all’architetto lo spirito dei misteri che l’edificio
dovrà accogliere e mediare."
Doni, sensibilità, competenze, carismi diversi devono concorrere
a costruire la chiesa-casa della comunità, per la quale è concepita e
pensata e voluta. Più ancora, lo sforzo di ogni vero demiurgo dello spazio,
dovrebbe essere quello di dar vita a uno spazio “vivo”, capace di rinnovarsi
e trasformarsi, adeguandosi alle perenni mutazioni della storia con le
sue nuove domande, risposte, esigenze, mode e gusti indotti dagli innumerevoli
cicli della storia e delle culture. Ecco dunque delinearsi il processo
che dovrebbe accompagnare ogni tentativo di edificare una nuova domus
Dei et ecclesiae. Ricevuti la proposta e il mandato, o anche una volta
deciso di partecipare a un concorso per l’assegnazione di un incarico,
l’architetto dovrebbe prima informarsi, specie se alla sua prima esperienza,
sulla natura dell’edificio (diversa da ogni altro fabbricato) e delle
sue componenti, della sua storia e della normativa canonica vigente. Quindi
dovrà prendere contatto col committente e con tutti coloro che questi
vorrà affiancargli (sociologi, urbanisti, consiglio pastorale) perché
nessun contributo utile vada perduto. Se è credente dovrebbe nutrire di
preghiera il suo lavoro, richiamando alla memoria le sue esperienze: le
positive per trarne spunto e conforto, le negative per riconoscerle e
fuggirle, evitando di ripeterle. Più complesso il discorso per quegli
artefici dello spazio che non aderiscono intimamente al contenuto di ciò
cui dovranno dar vita. In loro è ipotizzabile una probabile ignoranza
del mondo liturgico e simbolico cui pure dovranno dare espressione,come
pure una certa difficoltà a entrare in quel mondo per interiorizzarlo
e farlo proprio. Da qui la necessità di un approfondito dialogo tra committente
e progettisti, primo fra tutti l’architetto: un dialogo che si nutra di
problematiche sempre più approfondite e complesse, che tenga conto non
solo dei canoni estetici cui l’architetto aderisce, ma soprattutto dei
valori teologici e simbolici inerenti alla materia da trattare. Un capitolo
particolare sarà aperto sui temi di contrasto tra le parti. È facile prevedere
opinioni diverse sia su argomenti di natura estetica sia su interessi
di ordine pratico (per es. economico). Più di una volta avverrà che l’architetto,
tutto teso alla creazione del “suo” archetipo (suprema aspirazione per
molti di loro) mal si adatterà a ridimensionare le proprie ambizioni per
adeguarsi alle esigenze di bilancio o per rispettare le preoccupazioni
liturgiche del committente, il quale neppure lui spesso ha idee molto
chiare e sembra attendere lumi dal professionista. Indispensabile e insostituibile
risulta allora la mediazione del liturgista il quale, non digiuno delle
cose dell’arte, saprà al meglio indicare all’architetto e al committente
lo spirito dei misteri che l’edificio dovrà accogliere e mediare. Un’altra
ragione di contrasto è spesso originata dall’ambizione dell’architetto
desideroso di firmare lui stesso non solo l’architettura, ma anche l’arredo,
dall’altare ai candelieri, dai paramenti alle icone, dalle vetrate ai
confessionali. A meno di trovarsi di fronte a un ingegno capace di spaziare
tra le diverse espressioni artistiche (Le Corbusier, Matisse,…), ciò potrebbe
risultare una grave causa d’impoverimento e di appiattimento di tutto
lo spazio. In definitiva, troppe volte dietro la formula “la mia chiesa”
si nasconde più di un pizzico di presunzione. La chiesa non può essere
opera d’uno solo. Ciò che nasce per essere della chiesa, non può che essere
l’opera di tutta la Chiesa.
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