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da: Chiesa Oggi 47 Architettura e Comunicazione |
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S. GIORGIO RINASCE Nel corso della conferenza di presentazione il Soprintendente per i Beni ambientali e architettonici di Venezia si è schierato fra coloro che sostengono che la facciata della chiesa sia fedele alle indicazioni del Palladio, che morì prima dell'inizio dei lavori. Lo stile neoclassico dell'opera, del resto, risente chiaramente delle idee dell'architetto veneto. Patrizia Giacone, progettista e direttore dei lavori, ha sottolineato l'importanza di questo restauro per approfondire la conoscenza delle tecniche costruttive rinascimentali. L'architetto Giacone ha anche evidenziato come sia necessario superare il problema del restauro tramite un'attenta e continua opera di conservazione. L'importo dei lavori è previsto in 740 milioni. La facciata della chiesa di San Giorgio Maggiore presenta importanti innovazioni, innanzitutto nello schema architettonico che propone un ingegnoso e originale compromesso, già chiaramente leggibile in pianta, tra tempio classico e la basilica a tre navate della tradizione cristiana. CROCE PER 1000 ANNI Il Millenario è stato celebrato nel 1999
e la croce astile, commissionata all'artista Valeriano Trubbini, è stata
presentata a Sua Santità Giovanni Paolo II ed è stata collocata nel presbiterio
rinnovato della cattedrale anconitana. L'artista così la descrive: «Dall'ampio
cerchio in argento patinato e zigrinato si staccano con spinte dissimili
i personaggi presenti nel palcoscenico circolare. Dall'alto, chiuso in
un triangolo, Dio Padre... fa scivolare un fiammeggiante Spirito Santo
illuminato da un cristallo rosso. Sotto, al centro, Gesù Cristo crocifisso,
splendente nell'oro, è come cinghiato da un leggero e lungo sudario...
Cristo Crocifisso ha alle sue spalle una croce quasi commissa che scendendo
si trasforma magicamente nella sua ombra nera proiettata come un 'sigillum
ignis' sul mondo. IL GENIO E LE PASSIONI La prima parte della mostra raccoglie una ricca selezione di opere che vanno dal XII al XV secolo, con lo scopo di illustrare quale fosse l'iconografia dell'Ultima Cena prima dell'innovazione leonardesca. La sezione presenta materiali diversi con l'intento di offrire il panorama più vasto possibile, grazie a opere che giungono dai principali musei di tutto il mondo. Punto focale della mostra è il momento dell'invenzione leonardesca, quando il tema della Cena viene ad assumere un carattere totalmente nuovo, inserendosi nel vasto campo degli interessi vinciani sullo studio dei "moti mentali". L'Ultima Cena così diventa una narrazione che permette di dare rappresentazione visiva a un vasto registro di passioni umane. Nella realizzazione dell'opera confluirono molti studi leonardeschi. La mostra espone 7 di questi autografi (tra i più celebri, quelli con le teste di FIlippo, Giacomo Maggiore e Bartolomeo) a cui si aggiungono altri studi provenienti da diversi musei europei. Vengono quindi esaminati in dettaglio tramite vari esempi i riflessi del modello leonardesco nelle diverse regioni italiane e nel Nord Europa. L'ultima sezione riguarda la fortuna del Cenacolo nei secoli XVIII-XX. MEDITANDO SUL CERANO La tela del Cerano, "Cristo Inchiodato" era collocato nella chiesa di San Fedele. Il Centro Culturale San Fedele ne ha curato il restauro che è stato presentato dal 7 marzo in una mostra curata da p. Andrea Dall'Asta, S.I., da Ede Palmieri e da Francesco Tedeschi. Il dipinto è stato accostato a un quadro contemporaneo, nato dalla riflessione sull'opera del Cerano e commissionato per l'occasione a William Xerra. Si tratta di due mondi completamente diversi, di due linguaggi che apparentemente non conoscono punti di contatto per quanto il tema delle due rappresentazioni sia lo stesso. Attraverso un'immagine viene colto il momento in cui Cristo, sul Golgota, è inchiodato per essere innalzato sulla croce. Momento drammatico, tragico tremendo, se non fosse che la morte del Figlio dell'uomo si apre alla Risurrezione. La mostra ha inteso sollecitare una riflessione sul senso del "rappresentare": tema che in questa occasione si è voluto analizzare per ricercarne il significato più profondo. Che cos'è infatti la rappresentazione se non l'espressione di un senso al quale l'uomo affida la comunicazione della propria esperienza di vita? Rappresentare vuol dire "ascoltare" la verità sull'esistere dell'uomo, sul suo mondo simbolico, sui suoi valori umani e spirituali. Nel caso dei due quadri si tratta dell'esperienza di un uomo che sta per essere innalzato sulla croce. Nella mostra è stato documentato l'intervento di restauro che per la prima volta ha portato a un'ipotesi attributiva del dipinto secentesco. Inoltre sono state esposte alcune riflessioni-elaborazioni fotografiche di ispirazione concettuale che documentano il percorso effettuato dallo Xerra nel riprendere il tema. «Attraverso l'individuazione di alcuni stereotipi semantici - scrive Francesco Tedeschi - quali l'adozione del 'VIVE', denotazione usata nelle correzioni di bozze per conservare le parti cancellate e divenuto segnale simbolico-metaforico, Xerra ha ricercato significati secondi rispetto a ciò che appare».
NUOVO MUSEO Rispetto al vecchio Museo, convissuto con la Biblioteca di Stato in Palazzo Valloni fino al 1983, il nuovo si presenta arricchito e con un ordinamento molto chiaro, organizzato cronologicamente e tipologicamente. Le opere di recente acquisizione sono state suddivise in due nuclei: il primo comprende il materiale sammarinese e il secondo il materiale giunto per donazione da molte nazioni europee fra Ottocento e Novecento. Al materiale sammarinese appartengono opere di grande suggestione, come per esempio i bronzetti votivi della "Tanaccia", l'antico santuario posto alle pendici del monte Titano, esplorato nel 1994, e dipinti quali il polittico di Francesco Menzocchi (1535), tele del Guercino (1657), di Matteo Loves (c. 1640), di Pompeo Batoni (1740). Al materiale di donazione appartengono collezioni di icone e dipinti dal XIV al XIX secolo, tra cui tavole attribuite al Ghirlandaio e al Perugino, due rilievi di Guglielmo della Porta e di Baccio Banditelli. 50 ANNI DI CANTICI Una lode lunga cinquant'anni: questo il
titolo che i curatori della mostra, Eugenio Bruno, S.I. e Andrea Dall'Asta,
S.I. danno al catalogo della stessa. Costantino, spiegano, è «un artista
la cui storia affonda agli inizi della ricostruzione postbellica, quando
a Milano si cominciava a ricostruire attorno la Chiesa di San Fedele quanto
era stato distrutto dalle bombe». Costantino fu tra i primi a esporre
nella neonata Galleria San Fedele. Aveva 26 anni ed era studente francescano.
Da allora esposizioni e opere di ogni genere si sono susseguiti senza
soluzione di continuità: dipinti, sculture, vetrate, chiese. Una ricerca
continua nella materia e nel colore di una verità primigenia. «Uno stupore
abissale - scrive Cecilia De Carli - prende forma sulla superficie del
quadro che si affida al semplice gesto, al colore squillante, alla materia
primitiva e luminosa dalle forti qualità tattili e vibranti, che allude
poeticamente al paesaggio naturale o artificiale, a quell'aspetto sensibile
del reale che si nasconde dietro all'apparenza e che si dice nella sua
disarmante umiltà, ma che ugualmente ha la pretesa, a volte, di esplorare
una verità permanente, anzi eterna...». |
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