| Tratto da: Chiesa Oggi 45 Architettura e Comunicazione |
Lo spazio celebrativo: Ritornare alla basilica | |
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Don Adolfo Lafuente, Direttore dell’Ufficio Beni Culturali dell'Arcivescovado di Madrid, spiega in che modo il tema della conformazione dello spazio liturgico è affrontato nella più importante diocesi spagnola. D i che stiamo parlando, quando ci riferiamo
alla Comunità? Il lettore converrà che il termine "Comunità" evoca nei
cristiani significati diversi: la Chiesa universale, la Chiesa diocesana,
il gruppo dei cristiani di una parrocchia, il gruppo di religiosi o di
religiose di un monastero o di una casa entro un quartiere, i cristiani
di un certo movimento che si raccolgono attorno ai loro circoli di studio
o di preparazione... Incontrarsi con questi svariati gruppi che ricadono
tutti sotto il termine "Comunità" ci consente di affrontare con chiarezza
quel che desideriamo cominciare a esprimere. Non è possibile celebreare
l'Eucaristia senza la Comunità, tuttavia è la stessa Comunità che definisce
lo stile e il modo di celebrarla. Non immaginiamo una celebrazione nella
Basilica di San Pietro o nella piazza circondata dal colonnato del Bernini
diversa da quella cui abbiamo assistito la scorsa Pasqua. D'altro canto
non si riesce a immaginare una celebrazione dell'Eucaristia con un gruppo
di dodici universitari nei grandi spazi citati o nei templi parrocchiali
della nostra diocesi. Ogni comunità richiede il suo proprio spazio e il
suo proprio modo di celebrare. E questo si riferisce non solo al numero
delle persone, ma anche alla qualità della comunità che celebra. Occorre
aggiungere, a tal riguardo, che certi gruppi tendono ad appropriarsi la
Comunità, come fosse cosa loro. Così "la mia comunità" finisce per escludere
"la Comunità". "Il mio cammino" esclude "il Cammino", "il mio mondo" esclude
"il mondo". Dovremmo invece riservare il termine Comunità alla Chiesa,
relativizzando piuttosto le altre comunità, con i loro modi e forme concrete.
Non si tratta di sottovalutarle, bensì di collocarle nel loro giusto valore
di mezzi concreti che servono a determinate persone. I diverisi concreti
e specifici modi di celebrare che sorgono da questi gruppi non devono
essere imposti alla più grande comunità di cui questi e altri gruppi fanno
parte. E' così che si è venuta formando una proposta che oggi è valida
per la diocesi di Madrid: è la comunità parrocchiale il gruppo di riferimento
nel momento in cui si ricercano le forme e i modi della celebrazione.
Al riguardo mi si permetta una immagine che, nel corso della mia funzione
pastorale, presentavo a quei gruppi che, vivendo un'esperienza più radicale
della comunità, sembravano voler escludere altri gruppi. Dicevo: l'unico
che ha diritto di essere Chiesa è Cristo, e se ampliamo il circolo, seguono
gli Apostoli e i Santi; ampliando ancora seguono i cristiani più impegnati
che hanno dedicato la vita all'insegnamento del Vangelo. Si continuavano
ad aprire circoli più ampi secondo quel che suggeriva l'assemblea stessa
e così ci si rendeva conto che era molto difficile escludere qualcuno
che in forma più o meno chiara manifestasse di credere che Cristo è il
Signore per la Gloria di Dio Padre. Credo che le parrocchie di una diocesi
ricoprano, o debbano ricoprire, questo ruolo: Comunità di comunità, Gruppo
di gruppi, Luogo di incontro comune di coloro che nel-la parrocchia cercano
Dio attraverso i cammini più diversi e a livelli differenti. Questo stesso
criterio fa sì che nelle nostre celebrazioni domenicali dobbiamo rifuggire
da forme che facciano riferimento a gruppi concreti ma che non raccolgano
la totalità del gruppo parrocchiale. I nostri professori della Scuola
di architettura di Madrid (Università politecnica), ci hanno mostrato
che non dobbimao confondere il piano con lo spazio. Tale distinzione,
apparentemente ovvia, non è tanto semplice per coloro che per professione
lavorano prevalentemente con la pianta. Sembra che oggi vi sia la tendenza
a dare per scontato che si possa prescindere dallo spazio per osservare
solamente la pianta, il piano puro. In questo modo non arriviamo a altro
se non all'inespressionismo dell'architettura religiosa. Nell'estate dell'anno
scorso sono tornato a visitare il Gotico religioso francese e ancora mi
sono sentito soverchiare dagli spazi di Beauvais, dall'equilibrio di Notre
Dame o delle luci di Chartres. Ho sempre avuto le stesse sensazioni: stavo
entrando in un altro spazio. Riuscire a far sì che l'architettura attuale
raggiunga questo salto di livello, a trasmettere mediante lo spazio la
sensazione di star entrando in qualcosa di diverso e tuttavia non separato
dalla nostra vita di ogni giorno: questo sarà di aiuto al gruppo nella
celebrazione. L'architetto Miguel Fisac, negli anni settanta, spiegava
questo, riguardo all'organizzazione del gruppo nella celebrazinoe: si
metta un gruppo, di persone, per quanto numeroso sia, in una campo aperto
in Castiglia. Si individui un punto di riferimento, per esempio, un palco
da cui potrà parlare un oratore; e si vedrà come tutto il gruppo si colloca
in un settore circolare il cui angolo centrale sarà approssimativamente
di 120 gradi. Questo, concludeva Miguel Fisac, è ciò che chiamiamo angolo
umano. E' da questo criterio che, con risultati più o meno appropriati,
è derivata la disposizione dei nostri templi di Madrid: la conformazione
che chiamaiamo "a ventaglio". Seguendo questo criterio la tendenza è di
evitare le conformazioni a forma di croce, sempre che non si faccia avanzare
il presbiterio (talvolta fino all'incrocio dei bracci, come avviene nella
Cattedrale di Madrid o nel Duomo di Milano) tanto che si finisce per parlare
di un'altra forma di pianta. A mio modo di vedere la parte dimenticata
della liturgia è quella dei cosiddetti riti di aper tura. Al riguardo
mi riferisco alla liturgia della Veglia Pasquale, in cui questi assumono
particolare importanza. La riunione del gruppo parrocchiale attorno al
fuoco permette alle persone di riconoscersi e di salutarsi, come anche
di partecipare ai problemi dei fratelli e di rallegrarsi dei loro successi.
In definitiva permette che il gruppo si identifichi in quanto tale, tuttavia
con riferimento a qualcosa di superiore: ciò che accadrà in seguito. Non
meno dimenticati, almeno per i presbiteri e per gli spazi architettonici,
sono quelli che potremmo chiamare i riti finali, che dovrebbero includere
una parola e un saluto estemporaneo in un ambiente più disteso. Nella
basilica di San Paolo fuori le mura troviamo un esempio magnifico di quel
di cui stiamo parlando: l'ampio spazio davanti alla basilica stessa di
per sé dovrebbe esser esempio da riprendere negli edifici di culto attuali.
Ma proporre oggi la costruzione di un tempio parrocchiale delle dimensioni
di San Paolo fuori le mura è pratica-mente impossibile. I limiti posti
dai regolamenti comunali la impedirebbero. Cerchiamo di riassumere in
alcune osservazioni quel che guida il nostro lavoro di progetto a Madrid.
Gli edifici dedicati al culto cristiano devono essere tali da rendere
presente la Comunità (la Chiesa) così come essa è nella sua piccola parcella
urbana. Nella sua organizzazione deve prestare atten-zione a quattro (tre
in realtà) momenti della celebrazione: la costituzione dell'assemblea,
la liturgia della Parola, la Preghiera eucaristica e il saluto. Gli edifici
devono essere disposti in maniera tale da recepire in modo spontaneo l'assemblea.
Devono essere organizzati tenendo conto del complesso della comunità parrocchiale,
non solamente dei singoli gruppi, piccoli o grandi che siano. Devono soddisfare
requisiti e limiti imposti dalle normative e dalla tecnica. Ciò detto,
credo che la conclusione sia evidente: una disposizione che tenda alla
pianta basilicale, con caratteristiche e sfumature tali da accogliere
ogni comunità e ogni spazio, è preferibile alle altre. E' questa la nostra
scelta attuale. In futuro, col cammino che nel frattempo la Comunità avrà
compiuto e con la crescita spirituale e materiale, forse potranno realizzarsi
altre possibilità e forme, così come, nel corso della sua storia, la Chiesa
ha generato una pluralità di organizzazioni dello spazio celebrativo e
di forme architettoniche che senz'altro hanno aiutato la comunità cristiana
a celebrare l'Eucaristia e ad aumentare il patrimonio culturale del mondo.
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