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Vista della cupola ad ombrello
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Il toscano Pigello
Portinari, responsabile della filiale milanese del Banco Mediceo, volle
far erigere la sua cappella funeraria presso la chiesa di Sant'Eustorgio,
sede dell'ordine domenicano fin dal 1220. La cappella dedicata a san Pietro
martire fu terminata nel 1468. L'architettura della cappella è costituita
da un nitido volume cubico sul quale si innesta, per mezzo di pennacchi
sferici, la cupola a ombrello rialzata su un tamburo ed è completata da
un piccolo ambiente absidale a pianta quadrata coperto da una cupoletta.
Sull'architettura pulita, di derivazione rinascimentale toscana, si dispiega
il gusto lombardo per la decorazione ricca e colorata. Paraste e fregi
in pietra d'Angera riccamente scolpiti, cornici e profili, nel tamburo
una festosa danza di angeli in terracotta policroma. Il ciclo di affreschi
dipinto tra il 1464 e il 1467 da Vincenzo Foppa comprende nei lunettoni
laterali storie di san Pietro martire, L'Annunciazione nell'arco trionfale,
e L'Assunzione nel corrispondente arcone della controfacciata, i quattro
Dottori della Chiesa nei tondi dei pennacchi e otto teste di Apostoli
nei finti oculi della cupola. (Testimonianze raccolte da Rita Ghisalberti)
Benché le vicende storiche, culminate
nei bombardamenti dell'ultima guerra, che hanno distrutto l'archivio della
Parrocchia di S. Eustorgio, ci abbiano sottratto gran parte dei documenti,
dai pochi rimasti sappiamo che l'ambiente ha subito radicali trasformazioni.
Il primo "restauro" della Cappella risale al 1583, secondo quanto è attestato
da una lapide. Padre V. Alce afferma che nel 1630, a causa dell'imperversare
della peste, le pareti vennero scialbate, ricoprendo anche affreschi di
Vincenzo Foppa, ad eccezione dei pennacchi con le figure dei quattro Dottori
della Chiesa. Una radicale trasformazione avvenne fra il 1736 e il 1743
quando P. Bonacina, priore del convento, fece trasferire l'Arca, scolpita
da Giovanni di Balduccio nel 1338, dalla navata laterale della basilica
nell'abside della Cappella Portinari. Dalle testimonianze d'archivio risulta
che è stato eseguito anche un vasto intervento sulle pareti. Possiamo
quindi concludere che nel periodo fra il 1714 e il 1784 le superfici della
Cappella furono, più volte scialbate: escluso il pericolo del contagio
della peste, è probabile che la stesura di uno strato di calce fosse dovuto
al degrado delle superfici. Oltre a queste modificazioni, in gran parte
legate alle variazioni del gusto e delle funzioni stesse della Cappella,
possiamo affermare che, in passato, l'ambiente ha senz'altro risentito
di fenomeni di degrado della muratura esterna che hanno permesso infiltrazioni
d'acqua. Il crollo delle cornici in cotto può essere stato provocato solo
da difetti delle coperture che quindi devono aver permesso infiltrazioni
d'acqua che non soltanto hanno degradato la cornice esterna, ma imbibito
anche la muratura a cui sono fissate le terrecotte.
L'evaporizzazione dell'acqua, avvenuta verso l'interno della cappella,
ha senz'altro contribuito alla decoesione ed al distacco della pellicola
pittorica. La situazione è stata critica in passato a causa di un fontanile
e di una vasca per la conservazione del pesce, creata, a lato della Cappella,
dai Frati dell'adiacente convento. Le testimonianze provano che per secoli
le murature sono state a contatto con una grande quantità d'acqua che
veniva assorbita per capillarità e solo nel 1879 venne deviato il corso
della roggia. Nel 1798 i Domenicani dovettero abbandonare il convento
e la basilica divenne parrocchia. Sostanzialmente fino al radicale intervento
del 1868, la Cappella conservò l'aspetto conferitole dall'intervento settecentesco.
Luca Beltrami, nei suoi appunti sottolinea che, per un lasso di oltre
130 anni, la mancanza di interventi di "ripulimento dalla polvere e dal
grasso" avevano mantenuto gli scialbi che coprivano, ma anche proteggevano
i dipinti. Anche le decorazioni in cotto erano coperte da strati di scialbi
che, come quelli sovrapposti agli affreschi, furono scrostati con grande
entusiasmo perfino dai membri della Commissione Accademica, operazione
che, per il cotto, è legittimo ipotizzare abbia strappato anche gran parte
della pellicola pittorica e che ha provocato abrasioni e perdita delle
finiture a secco anche sulla pellicola pittorica degli affreschi.
Le cornici in cotto furono dipinte a fasce bianche e nere. Nel 1874 l'Arca
di Balduccio fu spostata dall'abside per essere collocata quasi al centro
della cappella. L'altare settecentesco fu venduto e tutte le decorazioni
barocche furono demolite; nel 1876 fu ricostruita la volta a ombrello
nella scarsella, che venne decorata dal Caironi. Nel 1878, Cesare Pirovano
eseguì un nuovo altare, su disegno di Luigi Bisi. Le pareti, nella parte
bassa, furono decorate con specchiature e lesene a fasce bianche e nere
e lungo quelle nord e sud furono collocati stalli lignei. L'umidità ambientale
costantemente elevata e le infiltrazioni d'acqua provocarono un nuovo
rilevante degrado della pellicola pittorica che, presumibilmente, subì
un consolidamento con l'impiego di paraffina, durante l'intervento del
Vanoli nel 1930. Nel 1950 fu promosso un nuovo intervento. Ora dopo anni
di chiusura, il determinante contributo della Fondazione Cariplo e della
Soprintendenza dei Beni Ambientali hanno reso possibile il recupero della
cappella e la sua riapertura al pubblico.
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