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Sorta per iniziativa e sotto la guida di Don Giacomo
Alberione, attento all'evoluzione della liturgia che accompagna il Concilio,
questa chiesa, attigua alla Casa Generalizia delle Pie Discepole del Divin
Maestro, può essere ritenuta, come spiega Maria Antonietta Crippa nella
sua analisi storico-critica, esemplare dello spazio ecclesiale contemporaneo.
Don Alberione ha voluto questo luogo come faro di irradiazione, di preghiera,
e di vita eucaristica sul quartiere, sulla città di Roma, e sul mondo
con il quale le sue comunità avrebbero preso contatto. Quando nel 1947
la Comunità delle Pie Discepole muoveva i suoi primi passi, egli disse
loro: “il campo liturgico è vostro...Se aveste delle brave pittrici, delle
brave scultrici; se aveste di quelle che avanzano negli studi, qualche
suora ingegnere, architetto, che sa disegnare, costruire...”. In questo
modo non solo egli ricordava loro i tratti caratteristici del loro carisma,
ma indicava anche la direzione da prendere nelle ricerche e nelle realizzazioni
future.
La sfida che la Chiesa, come istituzione e come realtà
di cultura e di vita, ha lanciato al rinnovamento del rapporto tra liturgia
e arte nel XX secolo, è ancora oggi completamente aperta. Gli ultimi decenni
mostrano anzi un accentuarsi del dialogo tra i due diversi ambiti, l'uno
interamente inscritto nel contesto ecclesiale, l'altro invece aperto a
tutti gli influssi della cultura artistica. Una produzione ormai ampia,
di edifici religiosi e di espressioni d'arte al servizio della liturgia
di ogni parte del mondo, ha visto implicati nel secolo che abbiamo alle
spalle architetti, artisti, liturgisti, teologi, storici e critici dell’arte
e dell’architettura in un impegno di comprensione e d'interpretazione
del tema certamente non facile. Forse il più semplice e sintetico giudizio
di valore, che può costituire fondamentale riferimento obbligato a tale
complesso rapporto, è quello indicato dal Catechismo della Chiesa Cattolica
, là dove ritiene “falsa testimonianza” l’opera liturgica priva di qualità
d’arte. Tale carenza di bellezza nella liturgia e in tutte le componenti
concrete che la riguardano, commenta con precisione il teologo Valenziano,
“smentirebbe la verità, testimoniandola falsamente non-bella addirittura
nell’opera liturgica, nell’opera teandrica nella quale il rapporto intrinseco
tra la verità e la bellezza non può non risplendere senza infingimenti;
e in cui perciò si deve rispettare e soddisfare massimamente il diritto
di tutti e di ciascuno ad un linguaggio assolutamente trasparente nel
rivelarsi e nel donarsi di Dio a noi uomini”. La sfida a trattenere in
unità il vero, il bello e il bene, unità nella quale affiora, dentro l’agire
dell’uomo, ciò che con il teologo von Balthasar possiamo chiamare “gloria
di Dio”, irradiazione del suo potere di salvezza, non è fattore secondario
di evangelizzazione, di presenza cristiana nel mondo.
Perché portino il sigillo cristiano, i gesti con i quali l'uomo si esprime
e gli oggetti che egli produce devono consentire di cogliere - proprio
attraverso verità, bellezza e bontà - il metodo stesso con il quale Dio
incontra e salva gli uomini, nel loro tempo storico. Benché ciò possa
apparire a prima vista paradossale, l'unità dei tre termini, non l'evidenza
di uno solo degli stessi, deve trasparire nell'opera umana, perché questa
acquisti una esemplarità che la renda degna di entrare a pieno titolo
nella tradizione cristiana. Ogni volta che mi accingo a riflettere sull’arte
e sull’architettura per le chiese della contemporaneità, si tratti di
nuove realizzazioni o dell’adeguamento liturgico di antichi edifici, mi
incontro sempre con la riflessione con la quale parto in questo scritto.
La sfida di un’arte in aperto dialogo con l’esperienza cristiana addita
infatti una idealità che appare a prima vista difficile, se non impossibile,
da perseguire nella cultura attuale, frammentata, insofferente di legami
troppo stretti tra spiritualità e istituzione, estremamente soggettivista
in campo estetico. Eppure la sfida sopra sinteticamente indicata è già
stata vissuta in duemila anni di storia con esiti artistici di grande
efficacia. Essi sono vigorosi, anche se rari, persino nella stagione contemporanea,
che copre convenzionalmente tre secoli all’incirca, dall’Illuminismo ad
oggi. Credo tuttavia che la sfida sopra delineata sia particolarmente
adeguata allo scopo indicato, come spero di riuscire a dimostrare.
Arte e fede oggi
L’edificio ecclesiale del quale qui traccio brevemente
una lettura storico-critica, dalla costruzione dal 1962 fino all’adeguamento
liturgico e al rinnovamento globale del 1999, è infatti esempio lampante
dell'unità dei tre termini - il vero, il bello e il bene - in un'opera
che non può certo dirsi un capolavoro, ma che può però essere ritenuta
matrice tipologica, per molti aspetti esemplare, dello spazio ecclesiale
contemporaneo. La chiesa Gesù Divin Maestro è stata realizzata a Roma
lungo la via Portuense, secondo l'espressa volontà e le precise indicazioni
di don Giacomo Alberione, fondatore dei diversi rami della grande Famiglia
Paolina. Egli ha voluto infatti l’edificio come parte integrante della
Casa Generalizia di una delle congregazioni da lui fondate, quella delle
suore Pie Discepole del Divin Maestro. Dopo altre due chiese, quella dedicata
a San Paolo in Alba e quella a Maria Regina degli Apostoli a Roma in via
A. Severo, il fondatore della multiforme Famiglia Paolina vuole realizzare
con loro un santuario ove la figura di Cristo sia onorata come Maestro
di via, verità e vita. Sia le formule, interpretative della liturgia e
del suo rapporto con le arti, di don Alberione che la cronologia dell'ideazione
dell'edificio ecclesiale compongono sinteticamente un quadro di informazioni
molto interessante sull’origine della forma globale e delle peculiarità
artistiche di questa grande chiesa. Essi rendono evidente, in primo luogo,
come l'edificio sorga entro l'orizzonte di una conoscenza approfondita
della liturgia e dei suoi rapporti con l’arte contemporanea, oltre che
di tutto quanto maturò nel movimento liturgico prima, durante e dopo il
Concilio Vaticano II.
Non secondario infatti è che la chiesa di Gesù Divin Maestro sorga proprio
negli anni dello svolgimento di quest'ultimo, risultando frutto sia di
un particolare clima ecclesiale, aperto alle novità e carico di interesse
per una vitale continuità della tradizione cristiana, sia dell’incontro
di architettura, arte e liturgia, auspicato nei documenti conciliari.
La forma ellittica è voluta da Alberione stesso, perché figura che indica
centralità e dinamismo centrifugo. A riflettere e a indicare tutto ciò
che la chiesa richiede come organizzazione della vita liturgica vengono
invece chiamate in causa subito le suore della comunità delle Pie Discepole,
pertanto direttamente implicate nella realizzazione dell’opera. Di fatto
esse, sia pure con un pragmatismo privo di qualsiasi affermazione di principio,
sono innalzate al ruolo di architetti insieme al padre fondatore, perché
con lui sono le effettive ideatrici di tutte le caratteristiche del complesso.
Architetti, ingegneri e tecnici specialisti vengono invece chiamati in
causa solo in un secondo momento, in una fase più direttamente attuativa;
a loro infatti viene chiesto di dare una forma definitiva e statica all'edificio,
oltre che una funzionalità complessiva. Ma la regia del progetto, tutto
ciò che in esso non è linguaggio ma organizzazione spaziale e simbolica,
spetta al fondatore e alla comunità delle suore. La semplicità della procedura
così messa in moto, la capacità di decisione e di coinvolgimento che il
padre fondatore manifesta non devono trarre in inganno.
Non si tratta di semplicismo, né di esercizio di una autorità allargata
ad ogni aspetto della vita per una qualche volontà di affermazione di
idee personali. Ciò che qui si mette in gioco è qualcosa di molto più
rilevante, di essenziale importanza anche per comprendere la genesi dell'arte
e dell'architettura in generale, al di là di questo caso specifico. Nella
forza intuitiva della sua personalità carismatica, don Alberione dà luogo
infatti ad un processo dal quale può emergere un filone artistico dotato
di peculiare configurazione 'paolina', se chi lo segue ne comprende il
valore. Nel suo modo di procedere, emerge in modo esemplare la logica
essenziale della genesi non solo di quest'opera, ma di ogni complessa
opera di architettura, qual è appunto lo spazio ecclesiale, dove la sintesi
ideale, dalla quale sono partita nel mio scritto, viene attuata con estrema
semplicità.
Il ruolo della committenza
Si dimentica troppo spesso qual è il ruolo specifico
della committenza in un progetto d'architettura, se ne dimentica la dignità
nella cultura attuale, che di fatto non sa modulare il rapporto tra forma
e contenuto nell'opera d'arte, avendo promosso esclusivamente per ormai
più di un secolo una espressione di arte finalizzata a se stessa, di arte
per l'arte secondo la terminologia usuale. Per questa ragione si è del
tutto dimenticato che la configurazione fondamentale di uno spazio, di
un luogo di vita, spetta innanzitutto alla committenza intesa in senso
lato, non al progettista, il cui compito, essenziale e molto complesso,
è quello di dar forma definitiva, formale e statica al progetto.
L'architettura è infatti in primo luogo servizio, essendo arte sempre
utile perché a destinazione sociale. Avendola troppo strettamente agganciata,
nel secolo XX, alle avanguardie artistiche, alle ricerche dunque di nuovi
linguaggi non più dipendenti dai fondamenti classici, si è depotenziata
la sua vitale connessione con i bisogni reali degli abitanti, alla quale
pure l'architettura del XX secolo deve le sue più significative innovazioni.
Tale dimensione sociale ha avuto inoltre in questo stesso secolo, là dove
è stata presente, una interpretazione di carattere ideologico, poiché
troppo presto impugnata da architetti, anche geniali, che si sono fatti
demiurghi interpreti della evoluzione della società, di un suo destino,
ritenuto ineluttabile e che, invece, alla prova dei fatti, ha mostrato
la sua irrealizzabilità, o, in casi ancor più drammatici, la sua non umanità.
Eppure è, ed era noto, come molti critici e architetti colti affermano,
che l'architettura non può essere avanguardista, essendo essenzialmente
servizio ad una realtà precisa con le sue esigenze concrete e spirituali.
Tutte le ragioni ora sommariamente esposte dicono quanto il committente
sia dunque da ritenere figura centrale nell'ideazione di una nuova architettura.
Il suo intervento è essenziale soprattutto nel momento iniziale, genetico,
come testimoniano i primi passi di don Alberione per il progetto di via
Portuense a Roma.
Il senso globale dello spazio
La semplicità sobria e l’eleganza asciutta della realizzazione
sono limpida registrazione finale di tale genesi. Nel quadro delle architetture
di chiese nel XX secolo, essa si inscrive con la dignità di un’opera che
porta il segno di una pragmatica determinazione di senso globale dello
spazio ecclesiale sensibile agli influssi dell'ultimo Concilio. Nella
sua schiettezza tecnologica, segno di una fiducia senza tracotanze nel
presente e nel futuro, si leggono i segni dell’esplodere di una vitalità
coincidente sia con il miracolo economico italiano, che con l’emergere
nella Chiesa di un nuovo dialogo con la modernità. Nella sua sobrietà
la qualità di bellezza che essa possiede è nel valore di segno secondo
il quale è stata concepita con rigore e verità di metodo. La modalità
di genesi di questa architettura non è nuova nella storia dell'arte, è
anzi all'origine di molte realizzazioni importanti. Basti qui ricordare
un solo esempio, di particolare efficacia e, mi pare, caratterizzato da
qualche evidente analogia con la realizzazione di via Portuense, storiograficamente
ricostruito con grande acume da Sandro Benedetti, là dove mette in luce
la fioritura e lo sviluppo edilizio della Compagnia di Gesù tra XVI e
XVII secolo. Della genesi dell'architettura dei Gesuiti, che ”qualche
volta arrivò a livelli qualitativi notevoli, altre volte non raggiunse
una sintesi vitale tra dati economici, dati funzionali e dati formativi”,
ma che “aiuta a chiarire i procedimenti, l'esplicazione di modi, i meccanismi
del processo architettonico”, lo studioso ricostruisce l’impulso dato
dallo stesso fondatore della compagnia alla definizione di un luogo adeguato
“al fine a cui assolve e dal quale desume il livello e i caratteri espressivi
concreti".
Benedetti ritiene dunque che l'unità profonda che lega tutto l’operare
architettonico dell’Ordine non sia una questione di stile, ma la ricerca
di una peculiare tipologia architettonica, messa a punto dal fondatore
e da altri Gesuiti prima di chiamare in causa altri architetti. Quando
i Gesuiti parlavano di un 'modo nostro' intendevano infatti “la sostanza
del tipo organizzativo della fabbrica, a risposta delle esigenze specifiche
da assolvere con essa”. Questo mi pare si possa rintracciare anche nella
procedura attuata da don Alberione e dalle sue suore, che lo seguivano
fiduciose nell’ideazione della chiesa. L’edificio di via Portuense risulta
vasto, alto, nobile, raccolto intorno all’altare grazie alla dinamica
forma ellittica, dunque percorso da una forza centrifuga, luminoso, essenziale
nella nudità costruttiva, semplice, per volontà esplicita di don Alberione.
Potrà essere questo uno spazio matrice per l’architettura di chiese della
Famiglia Paolina o per l’architettura contemporanea?
La sua conformazione architettonica non presenta particolare originalità;
in essa non si rintracciano neppure peculiari accentuazioni stilistiche
che ne evidenzino una eccezionale compiutezza formale. Però proporzioni
complessive, luminosità e disegno strutturale definiscono un’alta qualificazione
del luogo, al quale possiamo riconoscere valore paradigmatico di spazio
matrice di una ideale convergenza di vero, di bello e di buono. Dipende
dalla stessa Famiglia Paolina consolidare questo spazio matrice come il
prototipo di una tipologia da riprendere in altre costruzioni.
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| Particolare
del laboratorio di musica: la cetra |
Sr Michelangela
Ballan pddm nel suo studio di architettura |
Particolare
del modello scultoreo dell'ambone |
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