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Prof. Don. Antonio Santantoni Liturgista, Pontificia Università
Lateranense
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Prof.Don Antonio
Santantoni
Visitare il tesoro d’una grande cattedrale
o d’un santuario di grande rinomanza e devozione costituisce sempre un’occasione
d’ammirazione che in certuni può anche tradursi in occasione di scandalo
e di contestazione. Ad quid perditio haec? si chiedeva Giuda davanti al
gesto munifico e splendido della peccatrice che sparge un intero vasetto
di preziosissimo unguento sui piedi del Signore Gesù ricevendone in cambio
il perdono. Che fare di tutti quei paramenti di prezioso broccato, di
raffinati damaschi, di miracolosi ricami frutto di anni di lavoro di abilissime
mani sostenute da una tecnica miracolosa e da una passione che lascia
ancora oggi (o forse oggi più che mai) ammirati e commossi?
Figuriamoci allora cosa può accaderci, visitando il tesoro dei tesori
della Chiesa latina, il tesoro del successore del principe degli Apostoli,
il tesoro del papa. Doni sontuosi e splendidi, prodigi d’arte raffinatissima,
preziosissimi per materiali e per esecuzione, doni di re e imperatori,
nobili e prelati, città e nazioni, simbolo d’un potere e d’un’autorità
che vengono dall’Alto, e accettata e riconosciuta dal basso, dal popolo
dei credenti e dei suoi pastori. Qui vogliamo limitarci a una voce tra
le tante che compongono la superba sinfonia di quelle innumerevoli testimonianze:
il calice. Vi sono oggetti che vivono molte vite, a livelli diversi. Che
non si limitano a essere una cosa sola, quella cosa cui le destina la
funzione per la quale sono state pensate e volute. Si tratta d’oggetti
capaci di trascendersi e di diventare molte cose in una, racchiudendo
in sé memorie e speranze, progetti e esperienze, passioni contrapposte
e antitetiche come la devozione e il disprezzo, l’odio e l’amore. In una
parola di diventare simboli. Il calice (il bicchiere o coppa nel quale
il prete consacra il vino eucaristico) è uno di questi, e in verità, uno
dei più pregnanti ed eloquenti. Per sé il calice non è che un bicchiere,
sia pure di forma particolare: alto, a coppa diritta o svasata, rettilinea
o a campana rovesciata, sorretta da un fusto, di lunghezza assai variabile
(dai pochi centimetri ai 15-20 dei calici più monumentali) spesso interrotto
da un nodo per una presa più sicura, una base (piede) larga e pesante
abbastanza da garantire stabilità al tutto. Non mancano neppure calici
a forma di bicchiere basso e tozzo.
Come la forma, anche la materia può essere la più varia: oro, argento,
platino, vetro, ceramica, avorio, cristallo di rocca o di pietra dura.
Per abbellirlo e impreziosirlo nulla è eccessivo: diamanti, smeraldi,
coralli, smalti, topazi, rubini, perle, acquemarine e infinite altre.
Sbaglierebbe chi considerasse tutto ciò come un discorso puramente estrinseco
e superficiale. Valgono per il calice le stesse considerazioni che valgono
per la croce: c’è la croce nuda e pesante, di legno rozzo e appena sgrossato,
simbolo di supplizio e di pena, di martirio e di morte. E c’è la croce
gemmata, splendente e preziosa, artisticamente scolpita o cesellata, simbolo
di gloria che esalta i paliotti degli altari, i petti degli eroi, le corone
dei sovrani. Questa croce è trionfale simbolo di risurrezione, di vittoria
della vita sulla morte. Così è per il calice. Che senso avrebbe celebrare
e venerare il simbolo d’una sconfitta? Se il sacrificio di Cristo si esaurisse
nella sua morte e nel suo sangue versato, perché comunicare ad esso?
Solo la presenza del Vivente giustifica la mia adesione di fede. E tuttavia
il calice rimane uno dei più eloquenti simboli di sacrificio e di morte.
In esso sono raccolte le stille di sangue versate da Cristo nella mistica
agonia del Getzemani, il sangue colato sul suo corpo dalle ferite delle
battiture e della corona di spine, il sangue versato dalle mani e dai
piedi forati del Crocifisso e sgorgato dal suo costato trafitto e raccolto
dagli angeli in lacrime, secondo l’ingenua e commovente iconografia medievale.
Il sangue versato come prezzo della nostra salvezza e per la nostra redenzione.
In questo senso c’è posto per il calice povero e nudo, umile e vile dei
perseguitati e delle vittime della povertà, della malattia, della fame
e della sete che uccidono. Tra le decine di calici d’oro massiccio e d’argento
dorato tempestati di pietre preziose, commuove la presenza nel tesoro
papale d’un umile bicchiere a calice, di vetro, con una sottocoppa di
metallo vilissimo: è il dono fatto a Giovanni Paolo II dai reduci dalle
prigioni e dai campi di lavoro forzato dei regimi comunisti dell’Europa
orientale: ogni Messa celebrata con quel bicchiere era un mettere in gioco
la propria vita. Il papa in persona ha voluto che trovasse posto tra quei
tesori, a memoria d’una pagina della sua vita e della storia della sua
amatissima terra.
La morte e la gloria: tutte e due vanno a colmare la coppa d’un calice,
il più amaro e il più dolce che sia dato all’uomo di gustare. E tale è
la forza evocatrice del simbolo che basta la sua figura a trasmettere
un messaggio. È recente la polemica su una vignetta apparsa sulla locandina
della mostra dell’umorismo di Foligno: un calice sormontato da un’ostia
sulla quale, al posto del classico simbolo eucaristico, dominava l’inconfondibile
simbolo del dollaro statunitense, il classico $, mito e dannazione del
nostro tempo. Si è gridato all’irriverenza e perfino alla blasfemia, e
non mi sentirei di escludere del tutto tale intenzione. Non è da oggi
che ci sentiamo ripetere che la chiesa è un mercato e non sono pochi i
prelati che lo lamentano.
Perché meravigliarsi se anche un laico o un anticlericale lo dice? Ma
io ho trovato possibile anche un’altra chiave di lettura: e se quell’immagine
avesse voluto esprimere condanna a un mondo che sa rendere tutto mercato,
anche i sentimenti più puri ed elevati e nobili come appunto la fede?
Se la condanna fosse piuttosto rivolta a un mondo che ha cancellato Dio
dal suo panorama per imporre un nuovo idolo sul suo altare, Mammona? Anche
se non fosse stata questa l’intenzione, potrò sempre leggerla così.
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