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Prof. Don Carlo Chenis Segretario della Pontificia
Commissione per i Beni Culturali della Chiesa. Coordinatore della Commissione
Artistico - Culturale del Grande Giubileo dell’Anno 2000. Professore di
Filosofia Teoretica nell’Università Pontificia Salesiana.

Particolare della vetrata di San Domenico

Particolare della vetrata di San Domenico
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Rev.Prof. Carlo
Chenis, SDB
"Il fascino offerto dalle vetrate istoriate, presenti nelle chiese soprattutto
a partire dal XII sec., genera nell’animo intimità, raccoglimento, quiete.
Attraverso le vetrate l’attenzione del fedele è proiettata verso il cielo,
luogo simbolico del divino"
Luce, colore, cielo. Sono questi gli elementi
costitutivi delle finestre, molte volte istoriate, di una chiesa edificio.
Siffatte aperture, suggellate da superfici policrome, trovano vitalità
nella luce che il sole promana nei suoi vari movimenti diurni. Si generano
atmosfere struggenti e rarefatte, che nel ripetersi incessante del cursus
solare, dall’alba al tramonto, procurano sentimenti diversi e sempre connotano
tensione spirituale.
Le vetrate istoriate sono simbolo eloquente dell’incontro tra l’uomo e
Dio che si va realizzando nell’aula cultuale, laddove si celebrano i divini
misteri. Nella loro articolata struttura possono realizzare un determinato
programma iconografico e sempre devono essere parte del tutto architettonico,
poiché la chiesa edificio sta ad indicare visibilmente l’evento salvifico
che si realizza nella Chiesa, sacramento universale di salvezza. Nello
specifico le vetrate istoriate rappresentano un varco che assume valore
bidirezionale. In esse si figura l’essenza della liturgia ordinata alla
santificazione dei fedeli e alla lode a Dio. Pertanto da una parte Dio
si presenta sacramentalmente ai fedeli, mostrando i segni della salvezza,
e dall’altra i fedeli si dirigono misticamente verso Dio, corrispondendo
alla propria vocazione.
Spazio e tempo diventano allora icona significativa del compiersi in Cristo
della ricapitolazione di tutte le cose. Lo spazio, che nelle vetrate si
fa fulgida luce frantumata nei colori dell’iride, è pregustazione "della
nuova terra e dei cieli nuovi"; il tempo, che su di esse è ritmato dalle
diverse ore solari, diventa segno dell’ottavo giorno senza tramonto, in
cui per sempre brillerà la luce divina. La luce, che attraversa le vetrate
istoriate, indica la presenza del Signore nel suo volgersi verso il creato
con amore provvidente. Il disegno, con cui queste si determinano, è manifestazione
del succedersi degli eventi salvifici.
Lo sfrangiarsi caleidoscopico di colori e forme esalta la grazia divina
che s’irradia nell’intimità di ciascun fedele catalizzando esperienze
soprannaturali. Concreto e astratto, formale e informale, luce e colore
trovano nelle vetrate istoriate un’unica tensione che porta alla coincidenza
degli opposti. Infatti il sensibile artistico diventa icona dell’inesprimibile
divino; l’immanenza della luce con lo sfolgorio dei colori richiama la
divina trascendenza nella sua natura semplicissima; i contenuti iconografati
generano nel loro complesso percezioni informali. Le vetrate sono metafora
in cui la teologia positiva si coniuga con quella negativa, attivando
un regime dialettico dove si enunciano i misteri rivelati da Dio e nel
contempo si annuncia l’insondabilità dei divini misteri. Il posizionamento
delle finestre, sia nei confronti dei punti cardinali con cui si orienta
abitualmente la chiesa edificio, sia nel loro rapporto strutturale con
l’esterno, non può non far ricordare cosmologia ed escatologia. Si realizza
così il superamento della divinizzazione del sole in favore di una sua
simbolizzazione al fine di indicare l’Onnipotente. Luce e colore diventano
segni mistici. Il raggio luminoso è simbolo di purezza spirituale. Esso
mai si corrompe e sempre rischiara i penetrali dell’intimo. Per quanto
venga a far luce sulle brutture di questo mondo, non si contamina pur
mostrando ciò che è imputridito. I mille colori delle vetrate sono metafora
di ciascuna coscienza ove si riflette l’unica luce divina. Di conseguenza
i tanti bagliori spirituali d’ogni animo si ricompongono in disegno fino
a descrivere la grande epopea della salvezza. La progettazione di una
vetrata per la chiesa edificio non può dunque risolversi in mera decorazione.
Si tratta infatti di un elemento finalizzato a trasformare l’aula cultuale
in anticipazione della sala del celeste banchetto. La luce è fondamentale
per fare dello spazio sacro un componimento iconico e aniconico. Come
già i mosaici, così le vetrate, abbisognano di luce per risplendere onde
indicare le divine epifanie. Dovendo raccogliere in intimità spirituale
la santa assemblea, i giochi di luce non devono distrarre i fedeli.
È quindi inopportuno immergere l’aula in cromatismi da acquario o in iridescenze
da paesaggio di fantascienza, dal momento che l’habitat liturgico deve
favorire l’attiva partecipazione tanto individualmente quanto comunitariamente.
L’immersione del credente nello spazio-luce non deve estraniare né dal
prossimo, né dal rito. La pedagogia della luce, di cui le vetrate sono
emblema, serve per insegnare che tutte le cose trovano in Dio illuminazione
e soluzione. Purtroppo non sempre l’impostazione delle vetrate facilita
l’auspicata partecipazione dei fedeli, poiché talvolta l’eccessivo sviluppo
delle superfici, le virtuose policromie, le soluzioni dal basso, proiettano
sui presenti fasci di colori fastidiosi che distraggono i presenti. Occorre
maggiore attenzione progettuale, sia in ordine alle percezione generata,
sia in ordine alla composizione iconica. La luce nello spazio cultuale
ha valore metafisico e teologico, pur emozionando dapprima i sensi, così
che non è esibizione di orgoglio architettonico.
Genera uno spettacolo epifanico, così che si devono evitare percezioni
solo seducenti. Non abbaglia, in quanto la provvidenza divina interviene
a misura d’uomo, così che le vetrate vanno studiate nel loro orientamento
solare. Definisce i contorni delle cose, così che le vetrate devono chiarificare
i loro contenuti, tanto apofatici, quanto apofantici. Le vetrate istoriate
sono quindi un importante elemento identificativo dello spazio dedicato
al sacro, fascinoso ma non magico, solenne ma non enfatico, suggestivo
ma non stravagante.
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