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Antonio Santantoni Liturgista, Pontificia Università
Lateranense

Una casula disegnata da P. Costantino per il Santuraio
del Divino Amore. Il segno della croce viene esaltato dallo sfondo i cui
colori e forme lo rendono tanto vicino quanto universale.
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Prof.Don Antonio
Santantoni
Se la liturgia è un "drama", un'azione
scenica ben misurata e rigorosamente costruita secondo schemi e ritmi
ordinati e precisi, allora bisogna che tutto in essa sia misurato e previsto
secondo regole altrettanto stabili (non però immutabili) e precise. Non
è pensabile un'azione teatrale, un'attività tra le più vicine alla natura
dell'azione liturgica, in cui ciascuno agisca a suo arbitrio, dagli attori
allo scenografo, dal costumista al coreografo. Una tale anarchia pregiudicherebbe
gravemente l'efficacia drammatica dell'azione, e non solo sul piano estetico.
La stessa capacità di trasmissione del significato spirituale e sociale
del messaggio originario ne sarebbe gravemente compromessa. Da questo
punto di vista un errore di valutazione nella scelta di un particolare
potrebbe comportare un totale capovolgimento di senso, fino a rendere
comico il drammatico e farsa la tragedia.
La linea di confine tra i diversi generi può essere talvolta incredibilmente
sottile. Riflettevo su queste apparenti ovvietà tenendo un corso sul simbolismo
di paramenti e parati per la liturgia. Certo nessuno si sognerebbe di
mettere in discussione il sacrosanto principio che nulla merita più decoro
e bellezza, splendore di forme e ricchezza di materiali dei sacri arredi
e dei paramenti liturgici. Lo stesso splendore delle insegne e dei sacri
simboli ci parla della sublime grandezza del mistero che in essi si nasconde
e al tempo stesso si rivela (antica formula romana dell'Ordinazione episcopale).
E tuttavia anche altre vie potranno risultare utilmente praticabili, sebbene
apparentemente antitetiche rispetto a quella appena indicata. Così nessuno
potrà contestare l'uso di arredi e di paramenti semplici ed essenziali
e perfino poveri in uno spazio liturgico nudo e disadorno. Che ci farebbe
in una cripta romanica o in un oratorio francescano la sontuosa ricchezza
di un broccato e di un ricamo barocco?
I linguaggi sono diversi, e se il secondo ci parlerà dello splendore della
gloria divina, i primi, rifuggendo da ogni ricercatezza di tessuti e di
materiali, di ricami e di accessori, si propongono come superamento della
faticosa mediazione del simbolo per appagarsi nella ricchezza inesauribile
della povertà di Cristo. Proprio questa legittimità della doppia lettura
simbolica dell'arredo e del paramento per la liturgia rendono ugualmente
legittime le diverse interpretazioni conosciute nel corso della storia.
Diversità di interpretazione manifestatesi non solo nel senso di uno sviluppo
diacronico e per così dire rettilineo, ma anche in un continuo intrecciarsi,
sovrapporsi e fiancheggiarsi in senso sincronico. Legittime ambedue. Con
un solo limite e a una sola condizione: che l'una e l'altra lettura siano
veramente efficaci nell'assolvere la loro vocazione di trasmissione del
mistero, di quella parte di verità che si impegnano a veicolare e a trasmettere.
Nel mistero infatti c'è spazio per ambedue le visioni: lo splendore dei
materiali, dei tessuti, delle forme parlano della grandezza e della sublime
santità del sacramentum celebrato: la croce gemmata non è il tradimento
della nudità del legno 'di maledizione' (Gal 3, 13), ma è il simbolo glorioso
della potenza del Signore risorto e la figura della sua nuova condizione
di trionfatore del peccato e della morte. Non è male, da questo punto
di vista, che le due letture coesistano. Il nostro occhio non è in grado
di distinguere nel raggio di luce bianca tutti i colori dell'iride. Per
questo serve un prisma.
Nella liturgia tale ruolo è svolto dalla celebrazione, coadiuvata da tutti
gli elementi che la arricchiscono. Il fasto di un paramento barocco mal
si accompagna alla povertà di un romitorio, così come la solenne austerità
di una cocolla non si adatta alla solennità di un pontificale. La banalità
di un falso ricamo può forse essere tollerabile nella semplicità di una
chiesa di campagna, ma stonerebbe pesantemente nella magnificanza di una
grande cattedrale gotica o rinascimentale. E spesso sia il primo sia le
seconde affondano come smarriti e privi di senso nell'essenzialità di
certe architetture moderne, dove è la luce a farla da protagonista e quasi
da demiurgo nello spazio liturgico. Proprio per questi casi mi sento di
dire che oggi parati e paramenti liturgici andrebbero creati da un vero
artista nella chiesa finita, completata delle sue finestre e delle sue
vetrate, dei suoi pilastri e delle sue coperture, per riprenderle e riassumerle,
per farne parte e farsene interprete. Non mancano esempi in proposito,
anche se ancora troppo rari. Preziose, in proposito, le iniziative di
avanguardia di Colonia. Illuminanti gli esempi di P. Costantino Ruggeri,
che sembra riassumere nelle sue casule gli effetti tematici e cromatici
delle sue vetrate. Una strada promettente, su cui vale la pena di continuare
a camminare e a sperimentare.
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