ARCHITETTURA FARE

Nel silenzio dell’ipogeo Commento di P. Giacomo Grasso, O.P.

Vincitore al concorso “Grand Prix”, organizzato da Casalgrande Padana, questo progetto dell’Arch. Giansandro Schina vive delle vibrazioni di ombra e luce che si riflettono sulle superfici in pietra e ne accentuano la coerenza. Il processo progettuale è stato teso a creare una struttura idonea a ospitare la figura di Don Antonio Seghezzi, con la sua capacità di costituire “memoria storica”. La realizzazione che ne è derivata prevedeva la creazione di un vero e proprio percorso spirituale-storico. Inizialmente esistevano solo le strutture, realizzate con l’intervento di sottomurazione della chiesa parrocchiale di S. Andrea Apostolo. L’accesso alla cripta è dato da un piccolo portico sottostante una edicola affiancata alla navata principale della chiesa superiore. L’ingresso è molto semplice, discreto e porta allo spazio interno attraverso la scala elicoidale preesistente. Il piano superiore è costituito da un unico ambiente di accoglienza caratterizzato principalmente dalla scala e dall’ascensore. Il progetto si basa su due scelte: la concezione dello spazio; l’utilizzo ovunque della pietra runica.

A lato, pianta della cripta ipogea; in alto nel disegno si nota il percorso di accesso che parte dalla scala (foto in alto) e porta all’aula eucaristica, alla quale si accosta la cappella. Pagina a lato, dall’alto: l’abside avvolto dalla paratia che sale in progressione dal lume; l’aula vista dall’altare. L’andamento prospettico delle pareti e della copertura guida il pellegrino in un percorso conoscitivo: la materia filtrata dalla luce mette in risalto alcune frasi tratte dagli scritti dello stesso Don Antonio. Chi si reca a Premolo, prima di visitare i luoghi in cui don Antonio è vissuto, deve “visitare” le vicende della sua vita, rileggere le sue lettere per cogliere il suo messaggio apostolico. Culmine del percorso è una vera e propria “feritoia”: fa sì che la luce attraversi la croce simbolo della redenzione cristiana in rapporto alla luce della Resurrezione.

Lungo il percorso danno forma all’avvicinamento all’aula delle variazioni di sezione mentre, inquadrato dall’abside, con la sua struttura radiale, l’altare è centro polarizzatore. Una fiamma dà origine a una paratia che da quota zero si innalza gradualmente incontrando in progressione la teca di Don Antonio, il luogo della Parola, il Tabernacolo, la sede del celebrante e dei ministranti. Qui tutto torna verso il centro polarizzatore.

Il teologo: luogo per interrogarsi

Provo commozione nel commentare quanto è stato realizzato per onorare don Antonio Seghezzi. Morto il 21 maggio 1945 in una Dachau già liberata, questo prete bergamasco è un esempio di quella testimonianza che un gruppo di preti ha offerto alle Chiese in Italia, e a tutti gli italiani, lottando contro la barbarie nazifascista. Conosco don Antonio Seghezzi da trent’anni. 1 Ora apprendo che la Chiesa che è in Bergamo lo ha riportato all’attenzione del suo popolo. Lo ha fatto affidando a sapiente architettura il compito di accogliere le sue spoglie mortali ma, soprattutto, di realizzare un luogo di raccoglimento, di preghiera. Di comunione cristiana. L’architetto Giansandro Schina vi è riuscito. Nasce, spontanea, però, una prima domanda. Perché si sono lasciati passare quasi sessantadue anni? E’ quanto molti si sono chiesti nei primi anni ’80 a proposito del mio confratello, il servo di Dio fra Giuseppe Girotti. 2 E’ una domanda che ci si può porre anche a proposito di chi è tornato vivo dai campi di sterminio. Ci sono voluti decenni perché ottenessero un riconoscimento. Te lo sanno raccontare, loro stessi più stupiti che malevoli, i pochi che ancora incontri, quasi tutti ultraottantenni, nelle cerimonie del 25 aprile. Eppure hanno grandi ricordi da trasmetterti, altrettanto ricchi di quelli di Primo Levi e di Liana Millu. Così il ricordo “della più grande esperienza della mia vita”, parole dell’ architetto, Ludovico Barbiano di Belgiojoso, o quelle di un semplice operaio, il signor Rosario Fucile, presidente della sezione genovese dell’Associazione ex deportati, che per decenni portò centinaia di studenti genovesi nei lager di Germania, Austria, Polonia, perché i ragazzi comprendessero anzitutto dalla realtà. 3 Come Girotti, cui nel decennale del martirio fu dedicata una lapide nel chiostro di San Domenico di Torino, così nel 1957 fu pubblicato un libro su don Seghezzi, libro che ne ricordava la personalità. 4 Una possibile risposta sta nell’assenza, in Italia, di un qualcuno che suscitasse con autorevolezza indiscussa la questione della deportazione nazifascista. In Francia c’è stato il gesuita padre Michel Riquet che già nell’estate del 1945 organizzò un grande incontro a Parigi. E a Parigi un grande spazio ipogeo raccoglie, scolpiti su pietra, i duecentomila nomi di chi è morto nella deportazione. Tra essi quello a me caro, perché scout, di Marcel Callò, “scout, jocista e martire”, come lo definì, beatificandolo, Giovanni Paolo II. In Italia c’è un memoriale, a Padova. E’ il Tempio dell’Internato Ignoto, dovuto all’impegno di un ex deportato, don Giovanni Fortin. Ma è,per così dire, privato, e l’architettura lascia davvero a desiderare.
Per quello che riguarda la presenza di cattolici nella Resistenza, e nella Deportazione nazifascista è stata peraltro importante l’opera di don Roberto Angeli, di Livorno, per l’aspetto divulgativo, di don Silvio Tramontin, per l’aspetto storiografico-scientifico. Grosso lavoro ha anche compiuto lo storico, professore universitario, Vittorio Emanuele Giuntella. Va anche aggiunto che il filo fascismo della Chiesa in Italia, dopo il Concordato del 1929, e soprattutto dopo la guerra di aggressione all’Etiopia, intesa da molti come guerra per diffondere l’evangelo (eppure l’Impero Etiopico era l’unica nazione cristiana in Africa!), fece sì che quanti avevano preso parte alla Resistenza, gestita soprattutto dai comunisti, venissero identificati quasi come “utili idioti”.
5 Già nel 1952 la salma di don Seghezzi fu traslata a Premolo, suo paese di nascita. Solo nel 1995, però, si chiuse il processo diocesano per la beatificazione del servo di Dio. Adesso in quello stesso paese c’è l’ipogeo, e questo ha riportato il martire all’attenzione di tutti. Che dire di questa operazione di architettura? Come il lettore può cogliere
dall’iconografia qui riportata si tratta intanto di opera rara. Non capita spesso di aver a che fare con cripte. Se ne danno di altomedievali, preromaniche, e anche romaniche, in genere collocate sotto il presbiterio. Qualche cattedrale gotica ha una cripta. Poi tutto finisce. Spesso le cripte antiche sono state abbandonate. Non poche hanno avuta nuova vita in tempi recenti, a seguito di sapienti restauri. Uno di questi, è una cripta d’origine longobarda, è quello di Santo Stefano in Genova. Semidistrutto durante la guerra, è stato restaurato dall’arch. Carlo Ceschi, soprintendente ai monumenti, negli anni ’50 del secolo scorso. Un altro, a Bologna, nella cattedrale di San Pietro, aveva avuto forme interessanti per opera di architetti legati alla rivista Chiesa & Quartiere. Ma la bella cripta ha fatto una cattiva fine. Poi si danno i casi,non rari, di spazi ipogei che nascono come primo spazio a disposizione di una comunità che sta costruendosi una chiesa. E’il caso della monumentale chiesa del Sacro Cuore e San Giacomo di Carignano a Genova. 6 Ma la cripta che funzionò come chiesa per una quindicina di anni, ora è un teatro e cinema. Non così, a Torino, la cripta di Santa Maria delle Rose. La cripta serve come cappella feriale. Non sono luoghi per il culto, ma non possono essere dimenticate, due importanti architetture ipogee, in Italia. Intendo gli spazi museali che Franco Albini ha realizzato a Genova, presso la cattedrale di San Lorenzo, e il Tribunale di Alba (Cuneo), progettato da Roberto Gabetti e Aymaro d’Isola. Quello dell’architetto Schina si avvicina piuttosto a quello di Albini, anche se non penso esista una correlazione. Ora infatti rifletto su un luogo in cui comunità di Chiesa si riuniranno per celebrare l’eucaristia, ricordando un cristiano che ha saputo essere forte. Un
cristiano che ha messo da parte se stesso per salvare altri. L’opera, realizzata sapientemente, raggiunge chi la abita , lasciandogli il messaggio che la vita del “martire” ha espresso.
Saranno molti, negli anni, ad entrare nella cripta, dunque ad abitarla. Le motivazioni potranno anche essere le più diverse. Uno entrerà solo per curiosare. Un altro per cercar di capire chi mai fosse don Seghezzi. Un altro ancora perché invitato ad un momento di preghiera. E così via. Tutti, certo, si interrogheranno, davanti alle pietre, in spazi ben chiusi. Sarà un’occasione sempre importante, perché è più che probabile che le risposte non saranno banali. Il bello è già introduzione alla salvezza.

Fra’ Giacomo Grasso, O.P.

Tutto l’arredo liturgico segue il linguaggio della cripta, essendo anche quest’ultimo completamente rivestito in pietra, con l’unica differenza in un discostamento cromatico data la scelta della pietra ollare. Un’altra cappellina si sviluppa speculare all’aula principale: quella del “priore”, caratterizzata da un’antica edicola. E’ luogo “protetto” riservato ai confessionali, ambiente di raccoglimento e di preghiera, dove l’unica presenza invasiva è la luce che filtra della vetrate artistiche, che arricchiscono l’intero ambiente e consentono alla luce di penetrarvi generando iridescenze policrome. Per l’illuminazione dell’aula sono state poste luci dall’alto che seguono un andamento a raggiera con origine dall’abside, mentre nel percorso le luci seguono un andamento inverso: dal basso verso l’alto. Una “pioggia” di luce
diretta scende su altare e tabernacolo. Il tutto è progettato in modo da poter essere gestito e mantenuto facilmente, garantendo l’assoluta rispondenza alle normative vigenti soprattutto per quanto riguarda gli aspetti della sicurezza e dell’emergenza.

A sinistra, dall’alto: vista dall’altare verso la
penitenzieria e la cappella laterale; la feritoia a croce.

Linea granitogres rusticato serie pietre runiche, frutto di una tecnologia avanzata in grado di coniugare espressività e versatilità applicativa, dal gres porcellanato a tutta massa di Casalgrande Padana è nata la serie Pietre Runiche. Texture, superfici e cromatismi sono quelli delle pietre naturali, delle quali sono superati i livelli prestazionali esistenti in natura.

L’ampia possibilità compositiva ed estetica della serie è assicurata dalla varietà dei formati (cm 45×45, 30×45, 15×45, 30×30, 15×30, 15×15 perfettamente modulari tra loro), che esalta la “stonalizzazione” delle piastrelle caratterizzate da cromatismi sempre diversi in ogni pezzo.

Pietre Runiche presenta una superficie altamente strutturata, perciò più adatta alle applicazioni in esterno sia a pavimento che a rivestimento. I 5 colori, dai toni caldi e decisi, possono essere utilizzati singolarmente o posati con varie possibilità di abbinamento. Si tratta di gres porcellanato a tutta massa, ingelivo, resistente all’usura e all’abrasione, resistente alle macchie e, grazie al particolare processo di produzione, di facile manutenzione. La serie, inoltre, presenta un notevole coefficiente di antiscivolosità (secondo DIN 51130): Pietre Runiche R11 A+B+C.

Dall’alto, Serie Pietre Runiche “Odino” e “Thor”.

 

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