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Chiesa dello Spirito Santo a Paternò (Catania)


ARCHITETTURA CHIESA DELLO SPIRITO SANTO A PATERNÒ (CATANIA)

Il progetto è ispirato alla ricerca della semplicità, ma non sfugge alla complessità. Raccordata al panorama, così naturale come costruito, tramite un porticato perimetrale, la chiesa trova espressività nell’articolato sistema di avvicinamento che la attornia e che nel sagrato ritrova uno spazio privilegiato, ricco di risonanze.

Aniconicità: il termine risuona inevitabilmente critico. La chiesa del romano Studio Transit nella periferia di Paternò può essere vista sotto questa angolatura e certo, in piena area mediterranea, nella Sicilia ricca di colori ed espressioni radicate nella tradizione popolare, una chiesa nuova così concepita si presenta con caratteristiche di forte novità, forse anche di rottura.
Ma ad esaminare l’oggetto architettonico con attenzione, a considerarlo anzitutto nel suo contesto urbano e paesaggistico, ci si rende conto che il discorso che intesse questa architettura è ricco di valori e di messaggi.
Attraverso la composizione di forme geometriche si articolano elementi che richiamano la tradizione.
Se emergono il volume dell’aula e lo svettante campanile che si staglia nel cielo e segna l’intorno, è il porticato che perimetra il lotto grosso modo triangolare ciò che dà unitarietà all’insieme e allo stesso tempo lo radica nel luogo e nella storia: stabilendo un confine aperto, un sistema di passaggi che significa pausa e distacco e porta il senso dell’attesa che individua l’alterità del luogo. Come ha scritto l’Arch. Franco Purini, questa chiesa è “un frammento di tessuto urbano che si confronta con il vicino profilo dell’Etna, opponendo alla tellurica presenza del cono terminale del vulcano una sapiente orchestrazione di spazi esterni e interni, i quali consentono di costruire con il paesaggio un
rapporto selettivo e per certi versi difensivo… Il carattere urbano di questa architettura è ottenuto mediante l’adozione di morfemi elementari quali la piazza, il portico, la corte, il muro, vocaboli essenziali e fondanti del linguaggio architettonico…”
(Controspazio 2/2002).
La solida geometria delle forme elementari che ispirano il disegno del centro parrocchiale nelle sue varie articolazioni (sagrato, campanile, cortile/ giardino, nartece, chiesa, locali parrocchiali) si offre alla permeabilità della luce grazie alle aperture che si allineano in orizzontale e in verticale lungo i suoi confini, sulle sue superfici, e grazie agli angolosi
setti di opaca materialità che emergono sulla cuspide della torre e lungo il tamburo ellittico della chiesa, come segnali che con misurata energia indicano il cielo e recuperano la dimensione verticale in forma di astratto accenno simbolico.

Il campanile sullo sfondo dell’Etna; la pianta in cui risalta l’ellissi della chiesa.
Pagina a lato, il complesso attorniato dal porticato.

In questo modo il complesso parrocchiale diventa luogo e segnale ben visibile, non cesura nel tessuto urbano, ma momento di pausa possibile, offerta di uno spazio differente dal consueto.
E nell’incalzare ritmico delle aperture ripetute, dei passaggi nel porticato, si ravvisa un dinamismo che incalza, che problematizza.
La soglia si dilata nel sagrato, non solo grazie allo spessore del porticato, ma al fatto che al suo interno gli elementi che danno il senso ecclesiastico si assolutizzano: il campanile, non più contraltare del vicino vulcano, diventa ammonimento vigile. E le tracce circolari che percorrono la pavimentazione propongono un cambiamento radicale nella misura dello spazio e quindi anche nel passo di chi vi incede: l’involucro esterno, definito da linee rette e
angoli, si trasforma in movimento circolare. Questo impone il passaggio a movimenti più pacati e meditati.
Il volume della chiesa diventa dominante, acquisisce una presenza giganteggiante.
Lo spazio si fa protettivo, introverso e autosufficiente.
Dalla connessione, ci si accorge di essere passati a un luogo decisamente “altro”, che dispone di gravità propria e attira a sé, quasi fosse un sistema planetario indipendente, dotato di forza propria.
Sta qui la meraviglia del gioco architettonico: nel cambiamento di fase, e questo aiuta a predisporre il cambiamento di atteggiamento psicologico che accompagna chi entra nella chiesa. Grazie all’artifizio costruttivo, l’ambiente dispone alla preghiera, alla concentrazione, al rito.
Tra porticato e volume ellittico centrale, il sagrato è come una prima “chiesa” a cielo aperto dove non è difficile immaginare lo svolgersi di celebrazioni propedeutiche. E’ uno spazio che ispira al silenzio, perché in esso la presenza della chiesa è ponderosa e ”autorevole”, come ha scritto Franco Purini. Uno spazio fortemente centripeto.

A sinistra, dall’alto: il volume dell’aula visto dal porticato; l’interno, vista del raccordo tra copertura
a shed e parete perimetrale interna. Pagina a lato: nel sagrato emerge il volume ellittico della chiesa; la sezione.

Chiesa dello Spirito Santo a Paternò (Catania)

Progetto architettonico: Prof. Arch. Gianni Ascarelli, Arch. Maurizio
Macciocchi e Arch. Patrizia Mauro dello Studio Transit, Roma; Ing. Michelangelo Virgillito
Copertura in legno lamellare: Archlegno, Ascoli Piceno
Banchi: Genuflex, Maser (Treviso)
Campane: Marinelli Pontificia Fonderia, Agnone (Isernia)

Ha scritto il progettista, Prof. Arch. Gianni Ascarelli: “Nell’edificio ecclesiale ho colto il senso del luogo, fortemente impregnato dalle risultanze di una antica colata lavica scesa giù lungo le pendici dell’Etna: impossibile da non riverberare nei materiali dell’architettura, sia nelle pavimentazioni interne e esterne, sia negli orditi parietali… Non da ultimo ho colto l’urgenza civile di un nuovo abitato di espansione – il quartiere Ardizzone – del tutto privo di ogni
servizio aggregativo e sociale, nonché religioso.
Queste suggestioni, che hanno fortemente informato il progetto nella sua consistenza volumetrica e materica e nel suo prospettarsi come grande struttura di accoglienza – virtuale abbraccio a una nuova comunità – non hanno però escluso la necessaria riflessione su due elementi che ritengo ineludibili… la luce, e in particolare come questa filtri
nella grande cavità dell’aula, denotandone i profili, i rapporti dimensionali, i materiali costitutivi, conferendo a tutto l’ambiente quella qualità essenziale che induce all’introspezione, al distacco e, più propriamente, come questo… dia senso, in profondo, alla partecipazione degli astanti e alla coscienza delle relative individualità.” (Da Il sacro e l’architettura.

Dall’alto: l’altare; il battistero, adatto anche per gli adulti. Pagina a lato, l’interno dell’aula, con duplice parete.

Materiali per il progetto della chiesa contemporanea, di Donatella Forcolini, Roma 2005).
La pianta ellittica della chiesa compone il senso dell’assialità con quello dello “stare attorno”. Offre al popolo un ambiente in cui esperire la prossimità all’altare, ma allo stesso tempo inequivocamente orientato sull’asse centrale.
Al muro esterno ellittico si aggiunge all’interno una seconda parete semitrasparente nelle molteplici aperture. In alto tra i due, un coro che avvolge quasi tutto il perimetro e offre ampi spazi per il canto.
A livello dell’aula, il sottostante camminamento permette un ulteriore momento di passaggio, un’ultima zona di ombra prima di immergersi nello spazio unitario dove l’altare sta nella zona di maggiore intensità luminosa.
Lo spazio della chiesa è unitario e articolato, i luoghi al suo interno sono raccolti sotto la copertura a shed che graduano la luce e danno orientamento.
La varietà dei materiali porta anche una misurata variazione cromatica. Su tutto, predomina la sensazione di univocità gerarchizzata: assemblea e altare sono contigui e allo stesso tempo distinti.
L’architettura quindi offre una chiesa ben definita.
Ma, si potrebbe dire, resta l’aniconicità. Starà al dialogo tra progettista e comunità di risolverla, se è ritenuta un problema.

Leonardo Servadio

 

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