ARCHITETTURA FARE PENSARE

Chiesa della Sacra Famiglia a a Trencin(Slovacchia)Un’arca di grande equilibrio

CHIESA DELLA SACRA FAMIGLIA A TRENCIN (SLOVACCHIA)

Difficilmente si riesce a trovare un’architettura concepita in funzione simbolica che riesca pure a presentare un disegno originale e al passo coi tempi. Questa chiesa, progettata da Jozef Kostial, centra invece l’obiettivo. Un prato aperto nella periferia sud della città di Trencin, e l’immagine di una prua che s’inoltra. Senza retorica: il simbolo resta perfettamente incapsulato nella razionalità.

Vista notturna dell’ingresso della chiesa. In alto: pianta e prospetto laterale.

L’architettura delle nuove chiese slovacche ha attraversato un periodo turbolento. Dopo la caduta del vecchio regime e la costituzione del nuovo stato nazionale, il desiderio dei progettisti era quello di accompagnare la rinascita della libertà nella progettazione e nell’espressione di culto, con architetture capaci di ricollegarsi alla tradizione caratterizzante del luogo declinata in forme particolarmente espressive e vibranti, ricche di suggestioni e di messaggi. Ne sono risultate spesso architetture alquanto orpellose, che tendevano all’eccesso di significato. Le forme talvolta si complicavano nel sommarsi di richiami, di citazioni, di elementi diversi. Ne risultava un eclettismo volonteroso ma a volte dispersivo, in cui la forma non riusciva a ritrovare l’unitarietà e si rifugiava in espressioni vernacolari, ma spinte verso la ricerca di un’originalità che restava schiacciata dalla complicatezza delle linee. Jozef Kostial con questo progetto mostra una raggiunta maturità, capace di coniugare lo stile vernacolare col linguaggio dei simboli, nel segno di una modernità del disegno, rigorosa e metodica a un tempo. L’immagine di partenza è quella della prua di una nave: meglio, di un’arca dalle linee estremamente semplici, che emerge dal manto verde del prato ai limiti della nuova espansione urbana. Un’architettura che si distacca dal contesto costruito, rifuggendo le linee rigide dei palazzi abitativi non lontani, ma ricollegandosi ed essi nella materia delle superfici. “La nave di cemento nel quartiere di cemento”: così la definisce Kostial. Un’architettura ben visibile nel contesto e che il completamento delle opere parrocchiali raccorderà in modo ancor più evidente con le case del quartiere.

Il cemento delle pareti si apre in una vetrata che definisce la parte più avanzata della “prua”: questo interrompe il simbolismo e riconduce all’immagine della chiesa. La grande vetrata serve per dar luce alla zona presbiteriale dell’aula ed è esternamente sovrastata da una croce di biblica essenzialità. Il modo stesso in cui le pareti in cemento sorgono basse sul prato, nella parte verso l’ingresso della chiesa, per crescere in altezza mentre convergono verso la “prua”, conferisce alla chiesa l’immagine del radicamento al suolo e la costituiscono in una forma di grande solidità. All’esterno, il disegno del perimetro di base è completato su un lato da una serie di colonne la cui altezza decresce, così da continuare la linea discendente della “fiancata”. Sono, simbolicamente, dodici colonne. Hanno una funzione precisa: definire lo spazio del sagrato antistante all’ingresso della chiesa. Il simbolo non si regge sulla sua capacità di rappresentare e di ricollegarsi a una realtà trascendente, ma costituisce una risposta alle precise necessità della comunità: sono queste necessità che, in realtà, danno forma allo spazio della chiesa. Il progetto della chiesa della Sacra Famiglia di Trencin sud è stato assegnato sulla base di un concorso: quello di Kostial venne scelto tra diciassette partecipanti selezionati. L’edificio è stato eretto nel periodo 1993-1998. Per quanto il completamento delle opere parrocchiali e degli altri elementi mancanti (gli uffici parrocchiali, un edificio multifunzionale, il campanile) la legheranno più intimamente alla città, già ora la chiesa si presenta in tutta evidenza come una struttura che dà un orientamento al quartiere: di questo è un poco la sentinella, la sua punta avanzata. Quando ci si pone di fronte all’entrata (collocata sul lato che dà verso il quartiere), il ruolo simbolico dell’edificio, che la sua forma vista da lontano evidenzia, sembra venire meno mentre prende vigore l’aspetto di spazio dedito all’accoglienza della comunità. La vetrata dell’ingresso è ampia, capace di catturare la luce del giorno e di proiettare nel buio della notte l’illuminazione interna. Vi sono due ordini di porte: uno esterno e uno interno, così che si costituisce una specie di nartece, un luogo di mediazione che demarca con efficacia il passaggio tra esterno e interno.

Vista del presbiterio, sopraelevato di tre gradini rispetto al piano dell’aula La parete che fa da sfondo all’altare, sulla quale è collocata una “croce cosmica” artistica

Lo spazio del nartece oggi non ha più quel preciso significato che aveva quando era il luogo riservato ai catecumeni, ma resta come elemento di transizione, che evidenzia l’importanza dell’aula celebrativa e la sua singolarità, il suo essere “altro” rispetto a tutto quanto si trova fuori, nel mondo. Convenientemente, al lato del “nartece”, a sinistra per chi entra, è posta la penitenzieria. L’entrata all’aula vera e propria avviene attraverso un passaggio ulteriore, dal soffitto ribassato: si passa infatti al di sotto di una balconata, un tempo si sarebbe chiamato “matroneo”, utilizzabile per il coro e sul quale si attende la collocazione dell’organo. Sul lato destro dell’aula è posta la saletta separata da una parete vetrata ove possono stare i genitori coi bimbi piccoli durante le celebrazioni; sul lato opposto, a sinistra, è collocata la sacrestia. Per quanto le pareti dell’aula convergano dietro l’altare, questo, lungi dall’apparire sacrificato entro uno spazio angusto, è posto in evidenza massima. Tale effetto è raggiunto grazie alla conformazione generale dello spazio. Anzitutto grazie all’altezza crescente dell’aula verso l’altare; poi grazie al fatto che sul soffitto si apre un lucernario longitudinale (di larghezza crescente con l’altezza) che segnala il percorso assiale verso l’altare; infine, grazie al fatto che la vetrata “absidale” è schermata da un muro verticale ornato da un’artistica “croce cosmica”. In tal modo la luce naturale e le linee prospettiche che definiscono lo spazio dell’aula pongono in evidenza l’altare e il celebrante, senza creare effetti abbaglianti per l’assemblea (come facilmente avverrebbe quando la vetrata absidale non fosse opportunamente schermata). La chiesa ha pavimento in granito veneziano e le sedute sono disposte a semicerchio: con lo stesso andamento sono conformati i tre gradini che sopraelevano l’altare. Gli elementi dell’arredo liturgico sono realizzati in legno, pietra e acciaio, secondo un disegno lineare ed efficace. Tutti i luoghi della chiesa sono raggiungibili in assenza di barriere architettoniche. Gli inserimenti artistici (nei luoghi liturgici, nella “croce cosmica”, ecc.) sono stati curati e realizzati in modo coerente con l’insieme architettonico.
Si può dire che con questa chiesa si realizzi un punto di equilibrio tra linguaggio vernacolare ed espressione architettonica contemporanea. Per quanto in Slovacchia essa possa apparire particolarmente coerente con la tradizione locale, essa potrebbe inserirsi con efficacia anche in altri contesti europei, grazie al senso della misura con cui l’architettura è trattata. Il movimento avvolgente delle pareti della chiesa tende a togliere verticalità allo slancio delle linee: l’edificio in questo modo si presenta sotto il segno dell’accoglienza e della stabilità, che sono. caratteristiche proprie dell’arca. Un luogo capace, in cui la comunità può raccogliersi e sentirsi protetta. Un luogo che sa parlare il linguaggio della terra, mentre si rivolge al cielo.
Leonardo Servadio

Chiesa della Sacra Famiglia a Trencin Sud (Slovacchia)
Progetto: Ing. Arch. Jozef Kostial Bratislava (Slovacchia)
Impresa costruttrice: Firma Sibamac Direzione
lavori: Ing.Viliam Krajicik
Interventi artistici: Ph. Dr. Karel Rechlik (Brno)
Superficie coperta: 830 mq
Posti a sedere: 340

 

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