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Chiesa dei Santi Patroni Martiri di Selva Candida a Roma

Chiesa dei Santi Patroni Martiri di Selva Candida a Roma

Vincitore della seconda tornata dei concorsi nazionali della Conferenza Episcopale Italiana, questo progetto, realizzato dallo Studio Passarelli, armonizza l’immagine della chiesa come luogo di preghiera e di passaggio che proietta verso una dimensione “altra”. Alla ricerca formale, è stata preferita la poetica della composizione degli spazi.

Quando si parla di Chiesa in cammino ci si trova di fronte a un concetto difficilmente raffigurabile in una architettura. Perché il cammino implica movimento, laddove l’architettura è tendenzialmente definita e statica. Questa chiesa dedicata ai Santi Patroni Martiri di Selva Candida non nasce da una ricerca di carattere simbolico, bensì dall’impegno
alla realizzazione di un edificio che sia pienamente rispondente alle necessità del culto e della presenza ben visibile e riconoscibile nel tessuto urbano. Ma la stessa adesione dell’architettura alla sua finalità, consente di ravvisare anche la potenza del simbolo. Che nasce quindi dal fondersi delle tematiche che afferiscono alla destinazione del progetto.
E’ un progetto realizzato per la seconda terna di concorsi nazionali indetti dalla Conferenza Episcopale Italiana per la realizzazione di tre complessi parrocchiali in tre diocesi del Nord, del Centro e del Sud Italia.

L’aula con l’altare in primo piano. Sullo sfondo,
la grande parete ricurva.

I concorsi della seconda terna sono stati indetti nel 1999. Lo Studio Passarelli è risultato vincitore entro la rosa di nove progettisti invitati per la Diocesi di Porto- Santa Rufina, parrocchia dei Santi Patroni Martiri di Selva Candida in Roma, località Selva Candida. Questa la motivazione data dalla Giuria per la scelta compiuta: “Per il dialogo felice e fecondo tra architettura, liturgia e arte, l’incisiva linea compositiva; per l’inserimento urbanistico sensibile alla creazione di relazioni concrete e per l’armonico rapporto con l’ambiente esterno ottenuto mediante l’uso accorto delle vetrate”. Così si può dire che questa chiesa nasce all’insegna del dialogo. Un dialogo che ha visto impegnati in sede progettuale oltre agli architetti, anche l’artista Cecco Bonanotte e il liturgista, padre Silvano Maggiani. Ecco che quindi la chiesa nasce con il confluire di diverse sensibilità che l’architetto riassume nella sua opera, che resta non semplice espressione di un gesto creativo, non semplice intuizione formale, ma frutto maturo di un iter ricogitativo e riassuntivo, somma comprensiva dalle molteplici istanze che confluiscono nel manifestarsi della chiesa edificio. Si richiede insomma un metodo di lavoro, una capacità di approccio, dove arte, liturgia, architettura e urbanistica si fondano. E’ questa fusione che diventa ricca di significato.

Il ponte che attraversa il volume dell’aula. Qui andrà
collocato l’organo. Sulla destra il passaggio alla canonica.

Capace pertanto anche di assumere una valenza simbolica. Come nel caso di questa chiesa, dove il dialogo tra le parti risulta evidente nell’architettura, ed esaltato dalla trasparenza nell’ambiente dell’aula, e dalla capacità di presentarsi esternamente come rivolta a tutto l’intorno. Pur orientata e dotata di una facciata privilegiata, demarcata dalla grande vetrata trasparente e dalla “scatola” che l’attraversa racchiudendo il battistero.
Così è il transito, il passaggio – il gesto che in sé racchiude il senso del “cammino” – che risulta immediatamente comunicato non dalla forma dell’architettura, ma propriamente dalla sua composizione. E questo aspetto risulta tanto più evidente all’interno, dove un passaggio elevato, un ponte in forma di “T” attraversa il volume, raccordando le pareti, dando accesso al portico e alla canonica, offrendo lo spazio per la ubicazione dell’organo, diventando sottolineatura della possibilità di passaggio.

L’aula ecclesiastica, vista verso la vetrata all’ingresso e verso la cappella eucaristica.
In alto vista verso l’altare.

Di più, trasportando questa possibilità in una dimensione nuova, che risulta mediana sia rispetto allo sviluppo
longitudinale dell’aula, sia rispetto all’altezza. La presenza di questo passaggio in quota non si impone forzatamente alla vista di chi entra. Ma necessariamente influenza la percezione dello spazio: poichè rende praticabile il superamento dell’amplitudine del volume in tutte le sue dimensioni. Se la prospettiva del transito era suggerita all’esterno dall’ampia vetrata, una volta entrati, questa è presentata compiutamente. E il luogo ne resta dinamizzato.
A tale indirizzo concorrono anche gli altri aspetti del progetto. Il fatto che la parete laterale a sinistra di chi entra risulti avvolgente, contribuisce a comunicare non solo il gesto dell’accoglienza entro lo spazio dilatato, ma anche accompagna lo sguardo verso l’altare, esaltato dal taglio verticale, acceso nelle tonalità rosso fuoco, simbolo dello Spirito. L’aula ecclesiastica è sempre e comunque luogo che implica un tragitto. Quello tra porta di ingresso e altare:
asse ricco di significato perché rievocativo dell’iniziazione cristiana e del trasferirsi dal mondo al luogo della preghiera e della trascendenza. In questa architettura, il processo di avvicinamento all’altare è accompagnato con particolare maestria. L’ingresso avviene passando attraverso i due luoghi del fonte battesimale e dell’area penitenziale: entrambi
evidenziati non solo all’interno, ma anche all’esterno, perché ubicati in corpi più bassi e sporgenti, che ne esaltano la presenza.

L’apertura sommitale perimetrale e
l’innesto della passerella.
In alto: rendering dell’aula dalla penitenzieria
verso l’altare.

La cappella della custodia eucaristica, con scelta alquanto inconsueta, si pone ad angolo quasi retto rispetto
all’asse principale della chiesa: confluisce in essa con decisione, accennando alla stessa direzione dell’asse, ma intersecandolo con un volume che sporge all’interno. Si presenta con una vetrata a tutta altezza, oltre il colonnato che accompagna la parete diritta sul lato sinistro dell’aula, per chi entra. Questo confluire di volumi, anch’esso accentua la
sensazione del luogo come spazio di tragitto, generando una tensione tra le polarità che risultano evidenti e chiaramente individuate. Sotto il profilo della distribuzione dello spazio, la cappella feriale ricollega l’ambiente dell’aula agli altri ambienti parrocchiali disposti in un quadrilatero che attornia il sagrato che resta così fortemente definito,
e comunica con l’esterno attraverso un vasto porticato.

Chiesa dei Santi Patroni Martiri di Selva Candida a Roma. Diocesi Porto di Santa Rufina

Progetto architettonico: Studio Passarelli (Ing. Lucio Passarelli, Arch. Maria Passarelli, Arch.Tullio Passarelli, Arch.Tullio Leonori)
Progetto strutture: Prof. Ing. Antonio Michetti
Vetrate e infissi in alluminio: Alcosider, Pomezia (Roma)
Struttura della copertura in legno lamellare: Canducci Holzservice, Pesaro
Coperture in alluminio: Alubel, Bagnolo al Piano (RE)
Vetrate artistiche, portale: Progetto Arte Poli,Verona
Banchi e sacrestia: Genuflex, Maser (TV)

Il campanile, insieme di setti in cemento.

Legenda:

1 ingresso;
2 ingresso secondario;
3 portico;
4 corte;
5 portico perimetrale;
6 ingresso cappella;
7 ingresso uffici e canonica;
8 ingresso chiesa;
9 aula liturgica;
10 fonte battesimale;
11 penitenzieria;
12 crocifisso;
13 altare;
14 ambone;
15 sede del presidente;
16 coro;
17 cappella mariana;
18 campanile;
19 uscite di sicurezza;
20 cappella eucaristica;
21 sacrestia;
22 uffici parrocchiali;
23 archivio;
24 atrio sala polivalente;
25 sala polivalente;
26 aule catechismo.

La pianta.

E’ questo porticato, sormontato da una croce, il filtro rispetto al mondo “profano”, la soglia che segna con chiarezza il passaggio dal “fuori” al “dentro” dell’ambiente ecclesiastico. In questo modo il sagrato ritorna ad essere inserito entro un quadriportico. Qui modernamente interpretato prima che con valenza simbolica e di separazione, come luogo utile allo svolgimento delle attività parrocchiali. E le attività parrocchiali e i luoghi a queste preposte, costituiscono nel loro insieme un annesso al cuore del complesso, la chiesa. Sul lato del grande quadrilatero ove la chiesa è collocata, spicca l’alto campanile, proteso verso l’esterno.

Rendering della facciata della chiesa, vista dal sagrato
antistante. La “scatola” del battistero fuoriesce.
Il porticato che conduce dalla strada all’interno del
quadrilatero che racchiude il sagrato.

E’ costituito da due setti in cemento armato, disposti diagonalmente all’estremità della navata e ripiegati così da formare in pianta un “Y” che prolunga il movimento rigonfio della parete ricurva dell’aula, proiettandolo verso il mondo circostante. Sul lato opposto all’ingresso della chiesa, si trova l’edificio che ospita le funzioni del ministro pastorale e la sala polivalente. Le coperture paiono leggere, e il notevole sporto sul lato anteriore contribuisce ad accentuare questa
sensazione. La presenza della chiesa, soprattutto grazie all’alto campanile e alla compattezza dell’insieme, ben risalta nell’intorno: ma non si impone come qualcosa di dirompente. L’architettura è qui fatta per accogliere con levità.

Rendering del complesso parrocchiale visto
“a volo d’uccello”.
Sezione trasversale della chiesa.

Secondo un disegno che privilegia l’introversione ma non la chiusura. La ricerca del centro riposto della celebrazione, ma non la fuga dal mondo Il centro parrocchiale è un piccolo universo, che riconduce dal luogo profano al luogo sacro: con gradualità. Accompagnando il cammino con lo sviluppo stesso degli spazi architettonici, disposti secondo una logica che unisce la capacità di distinguere ed unire, di invitare e accogliere, e di sublimare.

(L. Servadio)

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