Tratto da:
Case di montagna n°75

Quando il rustico diventa poesia
Di Baio Editore

Villa a Taino, sulle montagne del Lago Maggiore

Progetto d’interni e arredo Luigi Vietti, architetto
Foto di Athos Lecce
Testo di
Walter Pagliero

Un camino fatto di sassi di fiume grandi come pagnotte è del tutto inconsueto, ci vuole coraggio nell’immaginarlo. Il suo inserimento non è facile: qui ha intorno una boiserie che gli si addice, tagliata con l’accetta in un legno di conifera che
non nasconde i suoi nodi. Conoscendo l’architetto Vietti che l’ha progettato, e tenendo presente che spesso s’ispira al lato mitologico della montagna, questi sassi probabilmente li ha visti come il simbolo di una presenza fluviale che crea il lago, da accostare a un’altra divinità ancestrale, quella del fuoco. Nelle sue case di montagna Vietti cerca spesso
di ricreare nell’arredamento il sapore della natura nobile e monumentale tipica delle Alpi, portando all’interno pietre e rami di pino, pellicce di pecora e legno d’abete, per una simbolica rappresentazione di quella rusticità d’alta quota che ha sempre amato. Essendo un architetto moderno, nei suoi progetti ricorre spesso all’open space come in questo caso, poi, in uno spazio complessivo dominato da pareti bianche intonacate, crea un angolo rustico, quello del camino, dominato da divani, tavole e panche in legno massiccio.

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In questa pagina: a sinistra, un angolo panoramico con due grandi finestre sul giardino, dominato da un grande divano a “L”, tipico di Vietti, con struttura in legno dentro cui vengono inseriti i cuscini.
Qui s’intravede uno dei due divanetti posti ai lati del camino di sassi. Sotto, in primo piano, il divano e sullo sfondo il camino acceso, che lancia bagliori dalla sua parete di sassi come un fuoco primordiale agli albori della civiltà. Di fianco osserva la scena con distacco il ritratto di un’antenata. Nella pagina a fronte, la luce radente evidenzia gli incredibili sassi del camino. Davanti vi è un morbido tavolino rivestito di pelliccia.

I sassi, il fuoco e la pelliccia di pecora sono tutti elementi simbolici ripresi dalla vita dei montanari
a cui si è ispirato l’architetto che ha progettato questi interni.

LUIGI VIETTI

NASCE A CANNOBIO, ALL’ESTREMO NORD DEL LAGO MAGGIORE, POI STUDIA IN DUE DIVERSE FACOLTÀ DI ARCHITETTURA, PRIMA QUELLA DI MILANO E POI QUELLA DI ROMA. DA QUESTO SDOPPIARSI DEL SUO CURRICULUM GLI ONO DERIVATI DUE OPPOSTI TALENTI: QUELLO DI ESSERE UN LUCIDO RAZIONALISTA E QUELLO ANTITETICO DI PADRONEGGIARE LE FORME AULICHE DEL LUSSO E DELL’ELEGANZA.
COME ARCHITETTO OPERA CONTEMPORANEAMENTE ENTRO DUE GROSSI FILONI: LA VILLA AL MARE (SULLA COSTA SMERALDA) E QUELLA IN MONTAGNA (A CORTINA D’AMPEZZO),

ENTRAMBE AL TOP DI GAMMA. MA C’È UNA TERZA ISPIRAZIONE IN VIETTI, FORSE PIÙ NASCOSTA MA MOLTO OPERANTE, QUELLA DEL RAPPORTO CON LA NATURA E CON L’ARCHITETTURA SPONTANEA DEI CONTADINI E DEI PESCATORI. QUESTO LO PORTA AD ESSERE UN ARCHITETTO ADATTISSIMO A CREARE INTERI VILLAGGI CHE SEMBRANO SORTI SPONTANEAMENTE SENZA UNA REGIA. COSÌ È STATO A PORTO CERVO, POI IL MIRACOLO SI È RIPETUTO VICINO A TRIESTE CON EGUALE SUCCESSO. COME ARCHITETTO D’INTERNI SI PUÒ DIRE CHE HA INVENTATO DUE STILI SEMPRE MOLTO RICERCATI DA UN CERTO TIPO DI CLIENTELA: LO STILE “CORTINESE” E QUELLO “COSTA SMERALDA”, ENTRAMBI RICCHI DI SAPORI E DI MEMORIE, MA NELLO STESSO TEMPO SEMPLICI E RIGOROSI.