| TRANSMITTING
ARCHITECTURE
A cura di Caterina Parrello architetto
Torino è sempre più al centro del
mondo. Prima le Olimpiadi, poi centro mondiale del design, quindi il Congresso
mondiale degli architetti. Architetto Bedrone, in quanto presidente di
“Transmitting architecture” come si sta
preparando la città all'evento? Cosa ha consentito a Torino, un
tempo città dell'automobile, di diventare centro culturale di prima
grandezza a livello internazionale?
La città, insieme alle altre istituzioni territoriali (Provincia,
Regione, Camera di Commercio e, ora, anche Politecnico),
ha sostenuto sia con finanziamenti diretti sia sollecitando il contributo
di altri enti pubblici e privati, l'organizzazione del Congresso, per
costituire una esplicita continuità con le grandi manifestazioni
che ha già ospitato e ospiterà:
una sorta di pressing promozionale volto a consolidare la sua immagine
- che si sta diffondendo sempre di più - di città dinamica
che opera attivamente per cambiare e diventare più moderna ed efficiente,
senza trascurare le esigenze ambientali. Ma le stesse istituzioni pubbliche
sono molto attive anche nel contribuire ad allestire mostre ed altri eventi
di contorno, che rappresenteranno un corollario di occasioni culturali
eccezionale tanto per i partecipanti al Congresso, quanto per i turisti
e gli abitanti. Forse è proprio questo sforzo congiunto di soggetti
pubblici e privati, per dare continuità ad avvenimenti di richiamo
ospitati a Torino, che le sta consentendo di godere di una notorietà
non effimera e legata, più che al settore produttivo che le ha
fatto da base economica nel Novecento, ai settori legati essenzialmente
al terziario avanzato: formazione, ricerca, cultura, turismo. Senza dimenticare
la curiosità che sta suscitando il grande processo di ristrutturazione
urbanistica, imperniato sul passante ferroviario, che è iniziato
da dieci anni e che la dovrebbe condurre, entro i prossimi dieci, ad assumere
quell'aspetto di città rigenerata e riqualificata che molti si
aspettano.
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Riccardo Bedrone architetto,
Presidente del Congresso UIA
(foto Angelo Morelli)
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“Transmitting architecture” avviene
in un momento in cui tutto il mondo dell'architettura, non solo in Italia
ma ovunque, si sta interrogando su come ripensare ai progetti, piccoli
o grandi che siano, di edifici o di intere porzioni di territorio, in
modo tale che siano compatibili con la natura e che contribuiscano a migliorare
la vivibilità dell'ambiente. Come questa vastissima problematica
si rifletterà nel Congresso?
È il tema dominante della terza giornata del Congresso,
cui si rifaranno molte main e specialist session (per esempio quelle intitolate
“La tecnica dell'immaginario”, “Trasmettere la città
sostenibile”, “Materiali innovativi, sistemi e tecniche per
un futuro migliore”, “Grattacieli e sostenibilità”,
“L'innovazione nell'architettura residenziale: casi studio”,
ecc.). Ed è probabile che diventi il filo conduttore - quello della
ecompatibilità e delle sostenibilità - del manifesto finale,
che dovrà essere approvato, alla chiusura del Congresso, dai partecipanti
riuniti in assemblea plenaria. Ma di sostenibilità si parlerà
molto anche nelle manifestazioni off Congress, che sono in corso di preparazione
e che arricchiranno il programma ufficiale di iniziative collaterali.
In particolar modo “Comunicare la città sostenibile”,
un impegnativo esperimento sostenuto da tutti i principali enti regionali,
di analisi e ipotesi di intervento condotto da mesi da un comitato scientifico
internazionale su una delle più grandi aree non edificate di Torino,
denominata Basse di Stura, che necessita, per gli usi inquinanti cui è
stata sottoposta in passato, di una radicale bonifica e di una attenta
valutazione degli usi futuri.
Il lavoro è stato completato da un workshop internazionale svoltosi
nello scorso febbraio, con la partecipazione di un centinaio di ricercatori
e progettisti provenienti da tutto il mondo, i cui risultati verranno
presentati ufficialmente
nell'ambito delle sessioni congressuali.
Il Politecnico di Torino per l'occasione presenta,
aggiornato, il progetto di Mollino per la “Casa capriata”:
in tale aggiornamento l'energia fotovoltaica e termosolare è un
aspetto fondamentale.
Come mai si è scelta proprio questa casa? Quali i suoi aspetti
che ne hanno fatto un caso esemplare? Si può ritenere che tale
intervento indichi anche come una tecnologia di punta può fornire
strumenti adattabili a progetti “datati”? Più in generale
ritiene che qui in Italia, dove moltissimi sono gli edifici antichi, sarà
possibile trovare
una via per dotare questi di dispositivi per l'abbattimento dell'inquinamento
senza incidere sulla loro architettura storica?
La scelta di realizzare la “casa Capriata” si deve alla riscoperta
di Carlo Mollino, celebrato due anni orsono a Torino con una mostra di
rilevanza internazionale. Tra i suoi materiali d'archivio ritrovati anche
il progetto di questo edificio montano, presentato alla Triennale di Milano
del 1954 e mai realizzato per rinuncia dell'impresa, che doveva farne
una produzione seriale. La sua originalità e, insieme, la sua semplicità,
hanno indotto il Politecnico e l'Ordine degli architetti di Torino a cercare
di fare un omaggio postumo al suo autore, in occasione del Congresso mondiale,
realizzandola per la prima volta e dandole un uso consono alle finalità
originarie, cioè di piccolo rifugio. Gli sponsor poco a poco sono
stati trovati e il Comune di Gressoney S. Jean, in valle d'Aosta, ha offerto
il sito e pagato i suoi appoggi in calcestruzzo. Certo, si è dovuto
rivedere le parti che richiedevano rispondenza alle odierne norme di sicurezza,
antincendio e di risparmio energetico, ma ciò è avvenuto
senza snaturarlo.
Piuttosto, questa non credo possa trattarsi di una prassi applicabile
a tutta l'architettura storica: un conto è intervenire su semplici
elaborati progettuali e poi realizzare ex novo l'edifico “a norma”,
un altro è modificare in profondità l'esistente. Ecco perché
ritengo che, se non vogliamo rischiare di offendere, se non di smantellare,
ciò che è nato in un'altra epoca, con finalità diverse,
con tecniche e materiali diversi e soprattutto con conoscenze costruttive
molto più arretrate e se desideriamo invece conservare il nostro
patrimonio storico, per quello che abbiamo ereditato, dovremo
adattarci ad usarlo, con tutte le cautele necessarie, senza stravolgerlo.
Il concetto di “comunicazione” è
al centro di “Transmitting architecture”: in Italia in particolare
il diffondersi
di riviste specializzate in architettura, di rubriche specializzate sui
mass-media, di dibattiti pubblici, fiere, mostre, indica che si sia raggiunto
un discreto livello di “trasmissione dell'architettura”.
Ma nella comunicazione,'è anche il flusso opposto: non solo dare
informazioni, ma anche riceverne. In che modo, e in che misura, ritiene
che l'architettura oggi sappia ascoltare e interpretare le necessità
del territorio, della gente, del committente?
Dipende dai paesi che si prendono in considerazione. Alcuni hanno una
tradizione di coinvolgimento della gente
e delle parti sociali nel processo decisionale, e tra i soggetti obbligati
ad interloquire ci sono gli architetti, figure fondamentali nella costruzione
della città, pubblica e privata. Ciò significa che in quelle
località l'abitudine al dialogo, alla spiegazione, al ragionamento
e alle critiche è ormai consolidata, da parte dei progettisti come
delle imprese e degli utenti. Altrove, come in Italia, questo processo
è di tipo autoritario e discende, in ultima analisi, da modello
gerarchico e
deduttivo adottato per pianificare il territorio fino dal 1942. Da noi,
in sostanza si sta cominciando ora ad associare alle decisioni non solo
gli operatori istituzionali, ma anche i fruitori. E questo impone agli
architetti italiani una profonda revisione del loro atteggiamento, ancora
poco dialogico. D'altra parte, gli esempi di molti architetti di fama
internazionale non sono molto edificanti. Chiamati a progettare in ogni
parte del mondo - e indotti a lasciare più spesso il proprio segno
che a immedesimarsi con l'ambiente in cui la loro opera si inserirà
e a ragionare quanto meno con chi li ha chiamati - hanno preso l'abitudine
di trascurare quella fase importantissima nel lavoro del progettista che
consiste
nel farsi prendere dai caratteri e dall'atmosfera dei luoghi. Altro che
ascolto: questi molto spesso non conoscono neppure la città in
cui operano.
Ma trasmettere l'architettura implica anche lasciare un'eredità
storica. Siamo abituati a pensare a questa come a quanto abbiamo ricevuto
dalle generazioni passate: noi stessi tuttavia oggi stiamo preparando
quello che lasceremo in eredità alle future generazioni. “Transmitting
architecture” farà anche il punto su che messaggi, che eredità
lasceremo con la nostra azione odierna alle generazioni future?
Credo che sia questo l'obiettivo più ambizioso del Congresso: partendo
dalla cultura dell'architetto e dalla sua difficoltà a farsi interprete
delle aspirazioni, dei bisogni e delle speranze collettive, indurlo a
rivelarsi e a dare il meglio di sé nel parlare della sua idea -
delle sue idee - di futuro, che peraltro si presenta quanto mai inquietante.
Anche le previsioni più cautelative degli economisti urbani prevedono
che sulla terra vivrà, alla fine del secolo, il 70-80% in più
della popolazione attuale, ovvero 10 miliardi di persone che ambiranno,
come noi, ad aver una vita protetta, in insediamenti sicuri, in un ambiente
non inquinato e con la possibilità di dar vita accettabile anche
alle generazioni successive. Come
ospitare confortevolmente tutte le funzioni economiche e sociali che allora
dovranno svolgersi, senza trasformare la terra in un orrendo falansterio
o in un campo di battaglia sterminato ed incessante? Se lo sviluppo in
altezza degli edifici è inevitabile, come prevede Richard Burdett,
quali accorgimenti dovremo utilizzare per lasciare la terra libera di
“respirare”, di conservare le sue forme di vita naturali,
di non diventare una miniera di materie prime fino al suo completo esaurimento?
Conciliare tante esigenze è la vera scommessa dell'umanità
e gli architetti sono obbligati ad accettarla, per giustificare quella
funzione sociale che giustamente rivendicano. E questo sarà il
tema dell'ultima e più
importante giornata di Congresso, non per nulla dedicata alla interamente
“speranza”.
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