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99idee Tech
Ristrutturare la casa di campagna
Best Man
Di Baio Editore

Ristrutturare la Giudecca
Un progetto culturale per Castiglione di Sicilia

Servizio a cura: dell’arch. Caterina Parrello

Giuseppe Arcidiacono, professore straordinario della Facoltà di Architettura di Reggio Calabria

Il lavoro che presento fa parte di una ricerca più ampia, promossa dal MIUR e coordinata a livello nazionale da C. D’Amato del Politecnico di Bari, sulla “Riforma tipologica e costruttiva della casa mediterranea”: ricerca che mi ha impegnato come responsabile scientifico per l’Università di Reggio Calabria in un progetto pilota per la ristrutturazione
e la riqualificazione della Giudecca di Castiglione di Sicilia (Ct).
Passaggio obbligato tra l’Etna e la valle dell’ Alcantara, e pertanto luogo strategico sia dal punto di vista militare che
commerciale, Castiglione ha costituito fin dal Medioevo un centro di incontro o di tensioni, ma comunque di convivenza
fra genti, culture, religioni differenti.

I maggiori quartieri della città erano occupati dai cristiani: latini, fedeli al Papa ed alla Chiesa romana; e bizantini, di rito
greco-ortodosso, sottomessi all’autorità religiosa e politica di Costantinopoli. I musulmani vivevano alla Pajana, il quartiere dei pagani. Gli ebrei erano confinati nella Giudecca: chiusa tra il giro delle mura urbane ed il quartiere islamico della Pajana, col quale si fondeva e si confondeva. Probabilmente misure di controllo e difesa erano comuni a tutti i quartieri di una città-fortezza qual era Castiglione; ma è lecito supporre per gli abitanti della Giudecca una condizione di codificata subalternità: che tutelava lo svolgimento pacifico delle attività commerciali delle famiglie ebraiche in cambio di tasse aggiuntive che su queste venivano riscosse.
Come sappiamo, la situazione precipita nel 1492: quando i sovrani di Spagna emanano l’editto di espulsione degli ebrei
dai loro cattolicissimi possedimenti; da allora, la Giudecca di Castiglione continuò ad essere abitata dai ceti meno abbienti, mantenendo un carattere popolare e “dimesso”, pur nelle stratificazioni che la hanno segnata e disegnata
nel corso di tanti secoli.

Infatti, partendo dalla considerazione che “il rapporto del mondo ebraico con l’architettura è stato sfuggente e difficile”, Maurice Cerasi ha individuato come caratteristiche costanti dei quartieri ebraici “l’alta densità insediativa” -
“conseguenza della ghettizzazione subita”- e “una indifferenza per l’abitazione profondamente radicata nella psicologia di un popolo troppe volte deportato o obbligato a migrare”, e - aggiungiamo noi - ‘abituato’ a mantenere un basso profilo. Per questi motivi, la Giudecca di Castiglione si presenta come un quartiere tra i più antichi e dimessi, le cui stratificazioni non sono bastate per adeguare le minuscole unità edilizie ai modi sempre più complessi dell’abitare. Ne discende un lento, ma inarrestabile abbandono; e il deteriorarsi dei manufatti architettonici che, quando siano privati della normale manutenzione, diventano in breve tempo bisognosi di interventi di restauro piuttosto impegnativi
rispetto al valore d’uso o economico di un singolo edificio.
Gli è che il valore, anche estetico, degli edifici si può intendere solo in rapporto alla ‘miracolosa’ e fragile permanenza
dell’insieme urbanistico del quartiere, con la sua morfologia, i suoi tipi edilizi, le sue stratificazioni culturali e
linguistiche.

Nelle immagini: Rilevi (di A. Romagnolo) eseguiti su un campione di case del centro storico

Il rischio, al contrario, è che l’abbandono dei manufatti architettonici e il loro progressivo disfacimento autorizzino a
usare il quartiere come una cava nella quale ‘recuperare’ - in maniera lecita o anche illecita - elementi di architettura
antica da rivendere come nostalgici trofei. Complementare all’ abbandono e allo spoglio delle architetture antiche,
l’altro pericolo che corre la Giudecca è la sostituzione edilizia dei manufatti originali con ricostruzioni ‘in stile’ che adottano le tecniche e le cubature del cemento armato: l’ipotesi non è del tutto peregrina, perché durante la nostra
ricerca abbiamo potuto raccogliere le voci di un dibattito cittadino che auspicava per la Giudecca la demolizione/trasformazione in villaggio turistico. Anche in questo caso, la cura rischia di essere dannosa quanto la
malattia; ma, per cercare di andare oltre una facile ironia, dobbiamo chiederci se il ‘recupero’ di spoglio e il ‘riuso’che demolisce per ricostruire non siano risposte sbagliate a una esigenza sentita dalla comunità come giusta e vera: che è quella di trovare un punto di incontro fra la spazialità urbana/architettonica dell’abitato antico (con tutto il suo ‘incanto’, la sua aura di memorie) e i nuovi modi di abitare la città e la casa.
Attualmente sembra praticata solo la opposizione tra antico e moderno: che conduce da un lato al pastiche folcloristicomediterraneo scambiato per adesione ai valori tradizionali della casa etnea; oppure genera dall’altro una architettura provincial-modernista, che della adesione ‘all’ultima moda’ fa alibi e bandiera per nascondere l’incapacità
a dialogare con la cultura espressa dal paesaggio e dai centri urbani etnei. Questi due atteggiamenti, benché opposti, contribuiscono in eguale misura al fraintendimento dei valori estetici sedimentati sul territorio; tuttavia, come ho detto, non possiamo limitarci a demonizzarli, ma dobbiamo comprendere che esprimono in modo inadeguato la reale
necessità di costruzioneinvenzione di una distanza critica fra la tradizione e l’innovazione.

In queste immagini: possiamo vedere i plastici di una delle soluzioni (di V. Lanzetta): emerge la sapiente articolazione dei volumi.
Nell’immagine a destra si possono cogliere le articolazioni planimetriche dei livelli, una soluzione di interni e lo sviluppo planivolumetrico verticale.

Per intenderci su cose pratiche, queste case sono belle da guardare ma difficili da abitare: perché è un problema ricavarci un bagno decente o una scala comoda; perché sono poco ventilate e non ci puoi aprire nuove finestre;
perché richiedono sapienze artigianali e invenzioni tecnologiche nel restauro; ma soprattutto sollecitano uno sforzo da parte nostra per imparare ad abitarle.
I progetti elaborati nel corso della ricerca - attraverso un Laboratorio di Architettura degli Interni, cui hanno collaborato come tutores gli architetti Giovanni Fiamingo e Giuseppe Smeriglio - vogliono indagare strategie possibili per conservare
queste case a un moderno abitare; vogliono dimostrare la compatibilità di un comfort contemporaneo all’interno di antiche spazialità: per fare questo occorre conservare con amore e innovare con fiducia (ricordando che il “less is” more insegnatoci da Mies van der Rohe può essere un modo per ritrovare semplicità e rigore come forme di lusso mentale).

In questo disegno le sezioni verticali di una soluzione (di I. Gaudio), illustrata in prospettiva nell’immagine sotto; in basso rilievo di M. Locurzio: travi incrociate e pilastri con puntoni di legno per il rinforzo delle scale.

Ho praticato l’ipotesi di accorpare più unità edilizie (gli esempi presentati si riferiscono a tre unità, piccolissime e quasi impraticabili a ogni standard moderno, e per questo motivo abbandonate al loro destino di rovina) per realizzare una casa compatibile con brevi soggiorni estivi: dove il salire e lo scendere scale diventi una ‘ginnastica’ saltuaria; dove gli spazi minuscoli possano essere avvertiti come una ‘liberazione’ dalle fatiche domestiche; dove la cucina serva a farti un caffè o a prepararti un panino o a conservare gelati e surgelati, perché mangi ‘fuori’: al pub più vicino o - quando ti va di cucinaresul terrazzo all’aperto di casa tua; dove, al contrario, i bagni e gli spazi per la cura del corpo sono adeguati al narcisismo contemporaneo, e per questo talvolta ‘invadono’ le stanze; dove, infine, le zone di relax e di riposo
assecondano il piacere dell’ospitalità o la pigrizia. Una casa elitaria - si dirà per un turismo o un modo di villeggiare che a Castiglione ancora non c’è: ma potrebbe esserci - rispondiamo - perché da Castiglione puoi in mezz’ora raggiungere
Milazzo e le isole Eolie oppure fare il bagno a Taormina, e la sera goderti il tramonto sull’Etna; e non c’è da aspettare complessi alberghieri e turistici che pratichino disneyane anastilosi di villaggi etnei, ma tradurre in operazioni produttive l’impegno a conservare un patrimonio architettonico, come quello della Giudecca, che è prezioso per la collettività.