ARCHITETTURA FARE

La sottile arte della convivenza tra passato e presente

Il preambolo da cui è partito questo progetto di ristrutturazione radicale viene così descritto dall’architetto Francesco Saverio Fera, professore di composizione architettonica all’Università di Bologna: “Il fabbricato con cui ci si è misurati era stato costruito verso la metà del XIX secolo come casa di caccia su una precedente cascina da una famiglia patrizia genovese proprietaria terriera della zona, ma non era stato completato: il secondo piano era rimasto al rustico con serramenti di buona fattura a dimostrare la vocazione residenziale. La tipologia di questo edificio ottocentesco ricordava molto quelle ville suburbane dell’aristocrazia genovese che, a partire dal XV secolo e fino alle innovazioni di Galeazzo Alessi a metà ‘500, si presentavano come un parallelepipedo semplice, ricoperto da un alto tetto a quattro spioventi, con ampio loggiato posto a una delle due estremità. Il grande volume prismatico aveva tre livelli fuori terra, ma mancava della parte sommitale, e di conseguenza presentava una copertura di sole tre falde. Nel mio progetto ho voluto portare a compimento la forma della tipologia storica che era già in nuce nella parte costruita.
Il fatto che questa sia una tipologia più genovese che piemontese, mentre il complesso sorge a Capriata d’Orba in provincia di Alessandria, è giustificato dalla condizione storica di queste terre: nell’800, mentre l’alessandrino passava da Napoleone agli austriaci e poi ai Savoia, le proprietà e i terreni a ridosso dell’Appennino Ligure rimaneva alle famiglie aristocratiche genovesi che le aveva acquistate nei periodi di maggior fortuna della loro repubblica. 
Al progetto principale è stata poi aggiunta una nuova corte porticata a sud come luogo di mediazione tra casa e campagna. Da un’apertura sul muro sud si accede, infatti, a un grande prato delimitato da due viali alberati, dalla strada comunale e da impianti per il tempo libero quali la piscina con gli spogliatoi, un campo da calcetto e uno da tennis. Nella zona nord della casa si trovano invece degli spazi di servizio per il posteggio delle auto e la torretta per gli impianti.”
Per capire la trasformazione radicale in senso modernista di questo casone pensato nell’800 per le vacanze di caccia, occorre ripercorrere le tappe che questo agglomerato di case ha subito nel tempo. La prima trasformazione disinvolta è stata operata a metà del XIX secolo dai marchesi Sauli, quando hanno costruito questa abitazione signorile sopra una casa colonica preesistente riutilizzando la parte voltata prima adibita ad usi agricoli. Lo hanno fatto col gusto storicistico di allora che s’ispirava al Rinascimento, in questo caso copiando le ville suburbane genovesi del ‘400 e del primo ‘500 con loggiato sull’angolo. L’insieme risultava uno strano assemblaggio di architettura spontanea contadina e di villa signorile, dove la famiglia dei marchesi conviveva gomito a gomito con quella dei coloni.
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Ora la villa è stata venduta e dalla nobiltà è passata a un’antica famiglia di armatori (alla sesta generazione) provenienti da Lussino, in Croazia, poi trapiantati a Trieste con i cantieri navali a Monfalcone, infine approdati a Genova. Gli armatori, anche se le loro opere galleggiano sul mare, hanno l’animo dei grandi costruttori, e la loro passione è la tecnologia unita a un design raffinato e internazionale. Non sono votati alla conservazione ma all’innovazione: in questo caso, trovandosi in mano un’antica villa da ristrutturare, hanno voluto trasformarla in funzione del loro stile di vita, cioè quello dei grattacieli di cristallo da cui si domina la città a 360°. Quindi, lì dove c’erano piccole finestrelle da contadini per trattenere il caldo, hanno voluto grandi finestre a nastro molto panoramiche eseguite secondo la più aggiornata tecnica delle vetrocamere, che permette di avere il massimo di luce e di trasparenza verso l’esterno mantenendo nello stesso tempo un quasi completo isolamento termico.
Il gioco curvilineo delle volte ottocentesche è stato conservato, e lo si è assecondato con una lampada sferica in vetro opalino. L’arredo è quello rilassato che si usa in campagna: poltrone di famiglia unite in modo informale a una poltroncina e a un tavolino entrambi in legno come il pavimento.
Nell’equilibrio tra passato e presente gli accostamenti di materiali sono fondamentali, di conseguenza la loro scelta e il loro trattamento vanno particolarmente studiati. Qui era giusto tenere i mattoni in vista per rimarcare la rusticità del luogo, poi si è fatto in modo che avessero una superficie impeccabile per renderli adatti a un gusto moderno.  
Nel progetto di ristrutturazione si è si è tenuto conto soprattutto dell’aspetto funzionale, sia di quello antico valorizzando la travatura del tetto, sia di quello moderno mettendo rinforzi con travi di ferro. Ed è al ferro, il materiale principe delle navi moderne, che viene dato il ruolo primario con effetti sia funzionali che decorativi.

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Tavolo di De Padova, lampade di Artemide, sedute a stampo di Kartell, divani di Minotti.
La cucina è molto materica grazie alle pareti in mattoni a vista da cui sporgono travi in ferro verniciato nero. Al mix di materiali partecipano anche l’intonaco bianco e il bellissimo legno del pavimento. La scala è costruita con gli stessi elementi cercando di ottenere un aspetto solido ma nello stesso tempo leggero e trasparente. 
Nella pagina a fronte: l’angolo del bagno padronale dedicato al trucco ha un grande pouf di Minotti e contenitori sospesi in ferro di Devon & Devon, che gli conferiscono un tono di modernità rigorosa, tutt’altro che frivola. E questo è il tono di tutto l’intervento, all’interno come all’esterno, in uno spirito bilingue che permette a ognuno di leggere questa architettura come se fosse bifronte: davanti come testimonianza di una realtà storica immersa in un mondo contadino, nell’altra faccia come costruzione rigorosa e sincera dove dominano i tre assi cartesiani.

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Nasce a Genova nel 1962, si laurea in Architettura al Politecnico di Milano nel 1991 e consegue il Dottorato di Ricerca all’Università di Genova nel 2000. Diventa Professore Associato per “Composizione architettonica e urbana” all’Università di Bologna nel 2005. 
E’ stato assistente di Cesare Fera in importanti restauri (1981-87) e di Aldo Rossi in numerosi progetti internazionali (1987-91). Dal 2000 è titolare dell’omonimo studio. Ha progettato e diretto importanti restauri a Genova e provincia.

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