ARCHITETTURA FARE PENSARE

Cappella di Monte del Gozo a Santiago de Compostela

Cappella di Monte del Gozo a Santiago de compostela (Spagna)

Tappa finale del cammino per il santuario galiziano, il sito è da sempre luogo di accoglienza. Questa nuova cappella, progettata da Santiago Seara, è caratterizzata dall’aprirsi della facciata crocifera: un gesto di grande efficacia simbolica che conferisce una caratteristica eterea all’edificio.

Santiago de Compostela non è lontano da Finisterre, in Galizia, la punta estrema della penisola iberica protesa nell’oceano Atlantico, verso nord-ovest. E’ proprio là dove "finisce la terra", dove termina il continente e c’è solo la vasta distesa d’acqua.
Questa sua collocazione geografica aggiunge significato ai pellegrinaggi che dall’epoca medievale attraversano
tutta la costa settentrionale della Spagna per arrivare a Santiago; pellegrini che giungono da ogni pare d’Europa, in
un viaggio che dev’essere fatto rigorosamente col cavallo di san Francesco, o semmai in bicicletta. Insomma, con modalità accettabili agli occhi di chi desidera far rivivere l’usanza antica. Il Cammino è disseminato di chiese e cappelle,
edifici di preghiera che nei tempi andati erano usati anche come luoghi di ospitalità. Oggi le chiese ritmano l’avanzare verso la meta, scandiscono il procedere spirituale: per l’ospitalità ci sono alberghi e ostelli, dove si incontrano la sera coloro che ancor oggi – e sono molti – ripercorrono le orme di quell’antico tracciato, e si raccontano le loro esperienze.
All’ardore religioso, oggi si aggiunge una scoperta: quella del paesaggio visto da chi cammina.Abituati come siamo ai mezzi da trasporto veloci, ritornare ai ritmi medievali ci fa gustare con maggiore intensità la lenta conquista della strada, quell’avanzare misurato dalla fatica, ma anche dal piacere del sentirsi la terra sotto il piedi, e il lento mutare del panorama, che permette di gustarne tutti i particolari. Lungo il percorso si ritrovano luoghi che sembrano essere rimasti uguali a quel che erano secoli or sono, nella natura e nell’architettura. Ci vogliono settimane, la meta giunge come una vera conquista.

La vista laterale verso la città.
La cappella: con gesto emblematico il
fronte si apre nel segno dell’accoglienza.
Il viaggio si svolge lungo la costa, o a poca distanza da essa, in uno scenario dalla natura florida. Il terreno
è movimentato: vi sono insenature, colli, boschi. Il
suolo non è arido come quello dell’interno, e spesso
soffia il vento possente che sembra trascinare
con sé l’energia dell’oceano. Son due ore di aereo da Parigi, un’ora per chi parte da Irun, al confine tra Francia e Spagna. Ma quando si arriva a piedi, magari partendo dalla storica Roncisvalle, dopo giorni o settimane, l’arrivo
ha uno splendore tutto particolare. La città di Santiago de Compostela compare agli occhi del pellegrino quando questo arriva al culmine di un pendio. Qui ci si ferma e si guarda: per la prima volta si vede, in mezzo all’abitato, la cattedrale, la meta del viaggio.

Le piante della cappella, planimetria del sito;
prospetti e sezioni.

La sua grande massa scura, austera, solenne, e la piazza circostante, tutta in pietra dal colore terrigno. Il pellegrino guarda, e gode la bellezza dello spettacolo. E assapora la gioia della sua piccola, grande conquista.
Per questo quella collina è chiamata "Monte del Gozo" che vuol dire "monte del godimento". E’ qui che sorge la cappella che mostriamo in queste pagine. Fa parte del Centro Europeo de Peregrinacion del Monte del Gozo. Un complesso costituito da auditorium e diversi edifici di accoglienza realizzati per l’Anno Santo 1993.
Una piccola città dedicata all’ultima tappa prima del grande incontro: tranquilla, solare. La cappella, progettata dall’architetto Santiago Seara, è quanto di più semplice: un parallelepipedo bianco in pannelli di cemento.
Il pellegrino lungo la via ha visto oratori gotici, chiese romaniche, basiliche grandiose.

Qui si ferma e assapora l’immagine lontana di Santiago de Compostela. La cappella lo accoglie per dire una preghiera di ringraziamento, per prendere fiato, per prolungare ancora un poco il piacere del viaggio prima di porvi termine.
Tanta evidenza il progettista ha voluto dare al fatto che questo è il luogo ultimo di sosta prima dell’arrivo, tanta risonanza ha voluto porre nel gesto dell’accoglienza, che come segno caratterizzante dell’edificio ha spostato la facciata principale, facendola ruotare su uno spigolo, come se fosse la copertina semiaperta di un libro poggiato verticalmente sul tavolo. Il libro della vita, o il libro dei libri, la Bibbia, che raccoglie la sapienza e l’annuncio della
buona novella, la tradizione e la novità. Al suo interno l’aula è un volume puro, misurato. Giocato tutto sulla luce. La vetrata laterale, con gesto inconsueto si abbassa verso l’altare, di modo tale che quanto più uno sta seduto lontano dal luogo eucaristico, tanto più riceve lucedal lato e vede attraverso la vetrata la natura, il prato, la strada su cui
è andato. Per l’altare il gioco di luci cambia: v’è una fenditura che attraversa in alto la copertura e scende lungo i
fianchi, quasi a staccare la parete di fondo dall’aula, a sottolinearne l’alterità. E da tale fenditura spiove la luce destinata solo all’altare: luce dal sapore mistico, poiché la sua origineè schermata, non è dichiarata, come avviene per
la grande vetrata.

Nelle foto: vista laterale della cappella. Singolare efficacia espressiva è data dall’accostarsi dell’alberello piegato dal vento al cristallino volume dell’edificio cui l’apertura digradante dà un tocco di leggerezza e dinamismo.
All’interno l’orditura ritmica dei pannelli di
cemento è interrotta dalla paretina che incornicia
l’altare e dal volume in pietra che ospita la sacrestia;
Vista verso l’altare della cappellina privata dei religiosi. La parete di fondo ruota con movimento identico a quello del fronte della cappella.

La disposizione della cappella, la sua ricerca accurata della luce, la sua lieve collocazione nel verde, come un contenitore di luminosità, lieve sull’erba, porta qualcuno ad accostarla alle architetture religiose di Tadao Ando, anch’esse caratterizzate dalla semplicità del disegno e da un rapporto misticamente simbiotico con la natura.
Dal contenitore di pannelli in cemento bianco, lo sguardo si inoltra verso il muretto di pietra che perimetra il prato, e si realizza così un avvicinarsi di epoche, un accostarsi di segni che l’uomo ha lasciato nel tempo.
Il segno del tempo presente è qui reso quasi astratto nella sua essenzialità. Il gesto dell’aprirsi del fronte – gesto di estrema dolcezza che è come un rivelare quanto sta dentro a chi sta fuori, come un sottolineare che questa apertura è perenne, e non prevede chiusura. E’ un aprirsi per sempre, un accogliere che non ha fine.
E questo gesto si ripete come emblema del sito, anche nella vicina cappella per i religiosi che amministrano il rito al Monte del Gozo: nella parete di fondo, che risplende aurea nel sole che trapela dalla fenditura a croce.

L. Servadio

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