PENSARE

Beni culturali e sicurezza nelle chiese


TECNOLOGIA BENI CULTURALI E SICUREZZA NELLE CHIESE

La salvaguardia dei beni culturali richiede uno studio particolare per preservarne le finalità di culto e devozionali. In primo luogo si richiede tuttavia di attivare una collaborazione efficace tra laici e presbiteri per raggiungere le condizioni tecniche necessarie. Due esempi di impianti adatti a garantire la sicurezza degli oggetti di valore presenti nelle chiese.

“Se, da un lato, i membri del clero non individuano in via generale la salvaguardia del patrimonio culturale della Chiesa come un compito urgente del proprio ministero, il laicato, sebbene provvisto talvolta di formazione e competenza…
non trova spazio né motivazioni sufficienti per dedicarsi in modo efficace a iniziative di salvaguardia e valorizzazione dei beni culturali ecclesiastici”. Sono le poche, ma pesanti parole con cui Pietro Petraroia, docente di Legislazione dei Beni Culturali all’Università Cattolica di Milano, individua un nodo cruciale per la gestione del patrimonio culturale ecclesiastico, nella presentazione del volume Amministrazione e tutela dei beni culturali della Chiesa (di Vito Cicale, ed. Assosicurezza).
Ma il problema così identificato, non è privo di soluzioni: infatti, come scrive S.E. Mons. Gianfranco Ravasi, Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, auspicando un “rinnovato interesse alla tutela e valorizzazione del patrimonio culturale”, la collaborazione tra Chiesa e Stato “ha portato specialmente in questi ultimi decenni frutti preziosi”.
Al di là delle normative e degli accordi esistenti, è noto che il primo elemento di salvaguardia e valorizzazione del patrimonio è costituito dall’avvedutezza di chi lo amministra. Sta ai parroci e ai loro coadiutori, supportati dal competente ufficio diocesano, saper individuare, tutelare e valorizzare il bene – sia esso un dipinto o una scultura, una pisside o un candelabro – di cui la parrocchia si trovi in possesso.

Schema di protezione antintrusione in una chiesa di ampie dimensioni; a destra, in una chiesa piccola (da I beni culturali della Chiesa di Vito Cicale, ed. Assosicurezza).

La dimensione del problema è rappresentabile in cifre. Dal 1970 a tutto il 2007 vi sono stati 47.559 furti di opere ritenute di valore culturale in Italia. Di queste si sa che
18.807 sono state asportate dalle chiese (in mancanza di inventariazione, possono sparire opere la cui esistenza è semplicemente ignota). Un’analisi dell’andamento anno per anno probabilmente mostrerebbe una flessione della curva nel tempo, dovuta all’accresciuta consapevolezza diffusa, tuttavia resta il fatto che le chiese, per vocazione luoghi “aperti” all’accoglienza, sono preda facile per furti piccoli o grandi. E che dei quasi 155 mila oggetti di cui si sa che sono stati trafugati da queste, oltre tremila sono valutati di interesse “notevole” o “importante”.
Di qui la necessità di stabilire un Sistema che sia a un tempo discreto e funzionale, “ritagliato” su misura per ciascuna singola chiesa.
“Per soddisfare la richiesta di sicurezza di una chiesa – scrive Cicale – come prima cosa è necessario svolgere una accurata analisi per stabilire quale sia l’entità o livello del rischio”. La valutazione è compiuta tramite ispezioni in loco, tramite un’analisi del livello di attività criminale nel circondario (ricavabile dai dati delle Forze dell’Ordine) e infine sulla base di eventuali precedenti…
Una volta individuato il livello di rischio, si studia un sistema di sicurezza adeguato, che consta di due componenti: attiva e passiva. Attivi sono i mezzi elettronici elettrici e telematici (di vigilanza, allarme, ecc.), passivi sono i vari ostacoli frapponibili (casseforti, recinzioni, grate, ecc.).
Fermo restando che ogni chiesa è un caso a parte, a mo’ d’esempio si possono considerare due casi ipotetici: una chiesa grande e una chiesa di piccole dimensioni.
Si ipotizza che in entrambe vi siano altari laterali con tele o sculture di pregio: queste zone – spiega Cicale – dovranno essere protette con rivelatori volumetrici certificati IMQ III livello (l’acronimo sta per “Istituto Marchio di Qualità” che certifica la qualità del prodotto in funzione del grado di sicurezza). Lo stesso per il luogo ove è custodita l’Eucaristia.
Rivelatori volumetrici di lunga portata e di identico livello IMQ dovranno essere collocati nelle navate laterali della chiesa grande e nella navata unica della chiesa piccola, così da “rilevare la presenza di intrusi quando la chiesa non è frequentata o chiusa. Nel locale sacrestia la scelta del tipo di rivelatore sarà fatta in base agli oggetti/arredi in essa contenuti. Se, ad esempio, vi sono contenuti oggetti/arredi/opere di valore, sarà opportuno installare rivelatori volumetrici di III livello IMQ. Se, invece, le cose contenute non sono di grande valore, potranno essere installati rivelatori volumetrici di I o II livello IMQ”.
Insomma, vi sono strumentazioni tecniche atte a scoraggiare i furti: e la tutela è il primo passo verso la valorizzazione
dei BB.CC.EE., che sono veicolo inestimabile per la trasmissione del messaggio evangelico, oltre che testimonianza sempre attuale della tradizione.

 

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