FARE

Attualità della Basilica

Il dibattito sulla scelta della diocesi di Madrid, di utilizzare (o meglio suggerire) per le chiese la pianta basilicale proposta da don Adolfo Lafuente (cfr. CHIESA OGGI architettura e comunicazione n. 45) cui risponde Gresleri (cfr. CHIESA OGGI architettura e comunicazione n. 47) suggerisce alcune riflessioni all’architetto Paolo Favole.

Antefatto storico
La basilica, come si sa, era un edificio romano, formato da un portico perimetrale e da una corte centrale (scoperta), adibito ad usi assembleari diversi (tribunale, borsa). I primi cristiani di fronte all’esigenza di realizzare edifici di culto non potevano certo assumere la tipologia dei templi, per non creare confusioni di fede e perché nel tempio romano non entrava il popolo ma solo gli officianti. Fu così scelto un edificio “collettivo” destinato ad altri usi, mettendo sul cortile centrale una copertura, prima forse delle tende e poi il più semplice dei tetti, quello a capriate, disponendo il nuovo edificio per il lungo e orientandolo a est. Non credo che questa sia stata la “scelta tipologica” di una comunità: è stata piuttosto una scelta funzionale. La basilica cristiana fu come quella romana, a tre navate fortemente differenziate funzionalmente. Quella centrale dedicata alle celebrazioni era come una strada coperta definita da due lati fatti come fronti di palazzi, composti da un portico a piano terra e da finestre al primo piano: una “strada” per il popolo in cammino. Quelle laterali erano usate per altri scopi: trovarsi, camminare, lasciare gli animali, ecc. Le conseguenze tipologiche, formali e strutturali di questa origine sono state molte: la facciata aggiunta rispetto alla basilica romana è rimasta un elemento estraneo, non integrato al corpo della chiesa, così come il campanile, che non faceva parte del modello ed è stato di volta in volta, di scuola in scuola, localizzato in modo diverso. Dal IV secolo in poi assistiamo ad una evoluzione del tipo, volta a recuperare tutto lo spazio della basilica all’uso religioso, a intimizzare l’interno riducendo la luce con finestre sempre più piccole e a trovare varianti simboliche (introducendo transetto, cripta, ecc.). In secondo luogo, nella storia della chiesa-edificio sono definite periodicamente delle tipologie prodotte da una scuola di cultura o da un architetto. Ogni tipologia si è diffusa uniformemente nel mondo cristiano in comunità anche molto diverse, solo per la forza del modello. Così è stato per la basilica diffusa in tutto il Mediterraneo e in Europa, così per le chiese ellittiche barocche, così anche per Ronchamps o per Aalto, ecc.: e si pensi alla tipologia delle chiese usate nel terzo mondo vestite di forme neogotiche. Non mi sembra si possa affermare che le comunità abbiano mai scelto la loro chiesa: mi sembra più facile rispondere che hanno scelto un modello già diffuso o hanno chiesto al loro architetto un modello. Oggi Se c’è una (scontata) caratteristica dell’oggi in architettura è la babele di linguaggi, alla ricerca ogni volta di un nuovo “tipo”, magari di nuove suggestioni. Libertà e talora confusione, con una conseguenza certa: tanta mancanza di regole ha purtroppo permesso a molti, di produrre edifici senza qualità. Lo standard tipologico di altre epoche aveva almeno il vantaggio di garantire un livello qualitativo medio. Forse solo uno storico tra un secolo riuscirà a sistematizzare la produzione nell’architettura religiosa di questi ultimi cinquant’anni. Per questo la scelta di Madrid mi sembra legittima: la chiesa proposta non è una vera e propria basilica, ma una sorta di “chiesa-granaio” di quelle usate spesso dai francescani. Purtroppo la si legge solo in pianta, mentre tutti siamo d’accordo sulla necessità di interpretare insieme le 3 dimensioni: e se ci fossero stati esempi era meglio ancora per capire. Da un punto di vista culturale bisognerebbe sapere se questa scelta sia stata fatta per mettere ordine e semplicità, nella babele di linguaggi, o per altri motivi: può essere che un modello semplice sia utile per un periodo di riflessione. Da un punto di vista metodologico se la scelta viene dal mondo della cultura e dalla gerarchia e non da una comunità, mi sembra che sia coerente con quanto storicamente è sempre accaduto. Se ben capisco Gresleri difende la libertà progettuale: il che è in sé bene e ancora una volta è la proposta del progettista alla sua Comunità. Mi sembra però che in questo momento (e forse non solo a Madrid) possa essere necessaria una pausa di attenzione. Ogni volta che vedo le pubblicazioni sulle chiese contemporanee ne sono più convinto. Il modello spagnolo può essere condiviso o meno: ma credo che la scelta abbia il valore di un giudizio sulla produzione recente richiamando una tipologia storica anzi la più antica tipologia su cui si può lavorare con lo stesso spirito di minimalismo che viene suggerito e con la libertà progettuale di cui l’architetto è capace.
Dr. Arch. Paolo Favole

 

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