DIBAIO

Astrazione o Spiritualità?

«Senza figura l’uomo non può essere afferrato né trasportato» (Hans Urs von Balthasar)

Di fronte alle più variegate espressioni artistiche dell’odierno panorama culturale, le reazioni sono quasi sempre contrastanti. E’ naturale che in questa temperies sia coinvolta anche la liturgia, soprattutto considerata come occasione e ambito per dare vita al linguaggio della bellezza che sempre ha avuto la sua magna pars nel contesto culturale.
In un titolo posto recentemente in un quotidiano: Astratto in chiesa: ma chi lo capisce? si invitava a riflettere in modo provocatorio a partire da alcuni interrogativi qui ulteriormente rielaborati ed ampliati:
  • Il ruolo potenzialmente teologale dell’arte riesce a manifestare il mistero che essa racchiude, colta nelle sue variegate espressioni destinate al culto?
  • Funzionalità non è espressione di sola creatività, ma molto di più: è cogliere nel linguaggio dell’arte uno dei modi del mistero dell’incarnazione.
  • Da qui la responsabilità della Chiesa che in ogni tempo e cultura deve imparare a “commissionare” e a formulare attese per l’arte destinata al culto.
  • Di conseguenza emerge la dialettica con artisti capaci di lavorare su sacro ma con conoscenza di causa, formati cioè all’espressione del divino.
  • Ma quali sono gli artisti che accettano di entrare in questa prospettiva con l’aiuto di istituzioni capaci di offrire una formazione?
  • Il discorso si sposta sulla formazione nei seminari: una formazione in cui il percorso filosofico e teologico ha bisogno di intrecciarsi anche con quello artistico.
  • In un contesto culturale molto diversificato qual è quello odierno, come si pone il rapporto tra fede e raffigurazione espressiva del Dio della rivelazione?
  • Commuovere, far ricordare, istruire…: le tradizionali funzioni dell’arte religiosa mantengono ancora oggi la loro validità? Ma come attualizzarle?
  • Nel linguaggio culturale odierno c’è spazio per l’arte di avanguardia di difficile comprensione non solo per il credente?

La dialettica degli interrogativi e delle affermazioni evidenzia urgenze sempre in atto, e richiede risposte previe alla messa in opera di un progetto che una volta realizzato rimane per sempre.

Viene allora da domandarsi: e se in questo nostro tempo cominciassimo a riprendere i temi teologici che sottostanno al cap.VII della Sacrosanctum Concilium sull’arte e la suppellettile “sacra”? Di cammino se ne è fatto molto in questi decenni. Forse una rilettura di quei principi puntualizzati ulteriormente a livello teologico e tradotti in linee di spiritualità per chi pone mano ad espressioni artistiche, non sarebbe senza frutti per il presente e per il futuro sia dell’edificio sacro e sia, in particolare, per l’espressione orante dell’assemblea liturgica. Intanto, è quanto mai incoraggiante quanto prescritto nel n. 181 della Ratio fundamentalis institutionis sacerdotalis (Congregazione del Clero, 2016) circa la sensibilizzazione dei seminaristi “ai temi dell’arte sacra”.

È in gioco la responsabilità del percorso formativo seminaristico, già sopra ricordato. Se non si prepara la committenza alla consapevolezza di ciò che si deve chiedere all’artista, è quasi naturale che si accolga qualunque espressione “artistica” venga proposta! Da qui scaturisce una delle dialettiche che non possono essere evitate nell’incontro tra filosofia, teologia e cultura per intercettare, all’interno di questa, il canone artistico che deve segnare, come un diapason, la vibrazione spirituale di un’assemblea chiamata a celebrare in uno spazio in cui tutto parla di culto “in Spirito e verità” sull’onda dei segni iconizzati dal complesso culturale. 

L’esperienza del Lezionari della Chiesa italiana ha offerto un’opportunità di confronto con numerosissime espressioni del mistero annunciato dalla Parola di Dio e raffigurato da numerosi artisti. Il confronto con le tante forme ha aperto dibattiti, provocato ripulse vivaci, sollecitato interessi… al di là delle soluzioni grafiche per nulla usufruibili dai fedeli. È stata tuttavia un’occasione di incontro e di dialogo tra arte e cultura all’insegna di una traduzione del messaggio evangelico nei canoni artistici della sensibilità odierna. Resta aperta la pagina delle “pareti bianche” che oggi sembrano caratterizzare uno stile che lascia perplessi. Quelle pareti senza immagini cosa comunicano? Quali emozioni suscitano? Altri interrogativi possono emergere… Di fatto l’assemblea ha bisogno di immagini; la vita di preghiera è sorretta da richiami, da sollecitazioni che rinviano sia al messaggio biblico che all’esperienza di santità sempre presente nella Chiesa. La storia dell’arte cristiana ha qualcosa di importante da ricordare anche all’oggi dell’edificio destinato al culto. L’educazione attraverso le immagini oggi più che mai fa parte della retorica della comunicazione. E nella liturgia come si attua? Senza dubbio, abituarsi a non capire l’arte moderna (o d’avanguardia) è ingenerare stanchezza e allontanamento da questo linguaggio, con il risultato di aggiungere un’ulteriore difficoltà al linguaggio liturgico che di per sé non è immediato, in quanto domanda formazione biblica profonda e conoscenza del mistero liturgico.

Resta però la sfida da parte dell’artista nell’intercettare le attese di chi si pone in atteggiamento orante, e che ha bisogno di “linguaggi” per far esperienza del soprannaturale, per essere “afferrato” e “trasportato” come accennato nell’esergo (von Balthasar). È in questo ambito che si rende un servizio a quel “grande codice” che è la Bibbia, che va accostata dal versante del culto, cioè da quella pluralità di linguaggi in cui la Parola torna continuamente a farsi “carne” nel tempo e nella cultura. Solo così l’arte odierna può rivolgere la propria sfida alla liturgia, con il risultato che astrazione e spiritualità non saranno da contrapporre, ma da coniugare in sintesi armonica, a servizio e quale riflesso del Mistero.   

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