ARCHITETTURA FARE PENSARE

Arch.Maria Cornacchia

Architetto Giacomo Beverati – Le tentazioni dell’espressionismo organico

Uno spregiudicato uso dei morfemi architettonici consegnati alla storia contrassegna l’esercitazione di Beverati. Il profumo di proto-espressionismo di marca tedesca, quello dei Poelzig, degli Haring nella fattoria Garkau e – vera e propria citazione – del Mendelsohn nel cappellificio Friedrich Steinberg, Hermann & Co., realizzato fra il 1921 ed il 1923; in particolare va notato quel cambio di pendenza del tetto in cls. dell’edificio per la tintoria qui riproposto
a guisa di auditorium, anche se affardellato da due pance nuove.
C’è la finestra termale letta attraverso l’esperienza di Kahn e c’è l’esperienza di Kahn riletta da certo postmodernismo italiano, ma senza quella attitudine «patetica» – nel senso di generatrice di pathos – che derivava dall’evanescenza del disegno. È evincibile piuttosto una ferma volontà di fare, che leggo chiaramente nel deciso tratto di pastello colorato, il quale non allude,ma determina. E ancora un vago sentore di generico storicismo, in un’atmosfera di chiara nostalgia per gli spazi nervati, costolati e in un assemblaggio che non esito a definire «espressionismo organico» di ritorno, dopo tanto razionalismo di maniera, «colorato» di bianco.
«Con ciò non si sostiene che sia possibile e meno che meno auspicabile il ritorno ad una ‘chiesa-tipo’ figlia di una precisa (e dove usata in passato generalmente faziosa) genealogia storica, ma che l’oggetto architettonico ‘chiesa’, non si da e non può sussistere eteronomamente – e quindi anche nella sua forma materiale e nel suo aspetto estetico – al di fuori
degli orizzonti di senso e dei riferimenti formali sedimentati e in qualche modo assunti a simboli stessi della fede ecclesiale» (dalla Relazione di progetto dell’Autore). Ce ne sarebbe a sufficienza per definire il lavoro di Beverati un pastiche eclettico senza pari, un neopompierismo stile «sua eccellenza archi e colonne».

Vista Interna
Prospettiva

Ma non è così. Siamo piuttosto di fronte ad un tentativo riuscito di progettazione «a la japonnaise» in cui il materiale di repertorio è trattato alla stregua di un «object trouvé», dove tutto significa alla luce della contemporaneità, intesa hic et nunc in uno spazio-tempo, ove tutto si risignifica alla luce del nuovo obiettivo progettuale: un complesso parrocchiale alla periferia di Roma.
Un complesso – quello presentato da Beverati – di grande organicità composto da due volumi principali legati da due elementi di raccordo rettilinei: un porticato fronte strada, leggermente disassato e quindi delirante rispetto il tracciato viario, e l’edificio delle opere parrocchiali sullo sfondo a costituire la quinta scenica. A farla da padrona invece, in primo
piano, è il grande volume dell’auditorium, forse troppo grande, e la chiesa, sulla destra. Si apprezzi soprattutto il bell’incastro di superfici curve che ne determinano l’aspetto generale e il sistema ammanierato delle proporzioni.
Un progetto che «prende le mosse dalle immagini che fissano i contorni della memoria collettiva del popolo cristiano […]: la scansione longitudinale data dall’articolazione in navate; la trama aggiuntiva della scansione trasversale in campate; la presenza conseguente di un asse privilegiato; il suo orientamento verso il fuoco dell’altare; la chiusura dello spazio così orientato con una membratura avvolgente e al contempo allusiva delle memorie simboliche e formali dei catini absidali. Questi quattro elementi che potremmo definire ‘ritmici’ determinano la natura e i caratteri dello spazio interno ed esterno» (ibidem). Esterno dove è quasi negato il rapporto con la natura, lasciando ai campi sportivi l’insostenibile
compito di fare da avamposto alla campagna romana. Lo spazio dell’aula liturgica è tutto giocato sul conflitto fra una sagoma apparentemente senza regole compositive ed una sequenza di tre pilastri «fuori scala» che giganteggiando scandiscono lo spazio dalla porta all’altare, e che verso l’alto si sfogliano in nervature a supporto della copertura in travi di legno lamellare.Grandi captatori di luce in guisa di vele (ammesso che tale termine si possa ancora usare) creano un clima tra il gotico ed il noir, da «polpettone» fine ottocento, da fumetto di fantascienza, ma senza sconfinare mai nel grottesco. L’impianto liturgico è gestito in modo assiale anche se il popolo è circostante, con grande bema sul quale trovano posto l’altare e la sede tra loro in asse, con l’ambone proteso sulla sinistra e il fonte allineato sulla destra. I poli liturgici, che in pianta appaiono ben misurati, sia nelle posizioni assolute nel contesto della geometria dell’aula, sia nei reciproci rapporti spazio volumetrici, in sezione sembrano invece troppo poco «luoghi» per poter competere con l’altezza eccessiva dei pilastri, senza riuscire a commisurarvisi. Il sagrato è scandito dalla sequenza degli arconi del porticato. Quasi un acquedotto, che pone rimedio dalla parte del costruito – con un elemento tipico dell’agro – all’indifferenza dei rapporti con il contesto. Il campanile svetta. Il mattone riunisce e «mortifica» quanto basta.

Arch. Stefano Mavilio

 

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