ARCHITETTURA FARE PENSARE

Architettura cultuale, un prodotto pregato e socializzato

Diretto da: Carlo Chenis
Periodico allegato a Chiesa Oggi architettura e comunicazione

Architettura cultuale
un prodotto pregato e socializzato

Concorrenze socializzate

Ci si è mai interrogati sulle cause che hanno cagionato la bellezza delle architetture sacre innalzate nel passato allorquando la civitas christiana viveva stagioni di buon profilo spirituale e culturale? Al contrario, ci si è mai posto il quesito sul perché della "bruttezza" di tante architetture cultuali contemporanee? A tali domande si può dare la medesima risposta storicizzandole inquisendo passato, presente, futuro.
Nel passato concorrevano unitariamente alla causa edificatoria committenza, architetti, artisti, artigiani, maestranze; un tempo si condivideva il senso di appartenenza al luogo tra notabili e popolo, clero e laici; nel passato non si inventava "ex nihilo" uno spazio cultuale volendo essere a tutti i costi originali, bensì si consolidavano, raffinavano e variavano esperienze pregresse, così da avvalersi dei risultati già ottenuti onde sormontarli e variarli con discrezione; nel passato costruttori e fruitori di cose sacre erano accomunati dalla medesima fede pur con diversi percorsi. Un tempo, dunque, l’impresa di costruire un sacro edificio nasceva da un regime stratificato di "concorrenze", così che ogni momento era discusso, progettato, sperimentato, attuato a "furor di popolo". Nel presente non è così. Il novecento ha inopinatamente teorizzato prima la morte dell’arte e della religione in nome della filosofia; in seguito anche la filosofia si è spenta nel nichilismo. Tale assunto è esondato dai cenacoli accademici, ispirando le ideologie irreligiose e anticlericali del secolo appena trascorso, così da indurre anche i "fabbricatori di manufatti" a percorsi alieni dal sacro cristiano e, talvolta, alieni dal senso comune. Lo iato che si è consumato tra Chiesa e arte è assai complesso, così che tale ferita non è ancora del tutto cicatrizzata, nonostante soluzioni degne di considerazione. Pure complesse sono le problematiche in ordine ai linguaggi espressivi, dal momento che la contrapposizione tra concreto e astratto ha escluso la complessità dell’arte cultuale nella sua fondazione teologica e nel suo sistema sensibile, dimenticando che in tale arte tanto il concreto quanto l’astratto possono convivere nel dare conto alla religione dell’incarnazione. In misura di questa opzione, il figurativo riscontra il regime interpersonale che si attua in modo eminente tra l’uomo e Dio, oltre che tra l’umanità ancora pellegrinate e quella trapassata. Il non figurativo, invece, assume ridondanze simboliche, così come la bellezza indica l’ineffabilità divina, onde metaforizzare l’inesprimibile. In futuro si dovranno allora recuperare i parametri del buon tempo antico, opportunamente reiventati in riferimento all’imago sociale, al palinsesto culturale, alle esigenze liturgiche. Concorrenza, interpersonalità, complessità sono le categorie per socializzare e spiritualizzare l’architettura cultuale per la quale si esige un ritorno alla forma e alla tradizione. Le lezioni precedenti vanno studiate e quindi superate in uno sforzo comune creativo e spirituale.

Diagnostica articolata

L’indagine sul divenire storico introduce nella traditio Ecclesiae. Da questa si evince la varietà di espressioni architettoniche, la difformità di concezioni cultuali, la diversità di approccio istituzionale, la molteplicità di rapporti interpersonali. La dialettica di forze concorrenti e opposte è l’elemento di maggiore significato che ha dato grandezza all’architettura cultuale. In proposito è sufficiente ricordare, sul fronte ecclesiastico, i dissidi tra scuole teologiche, ordini religiosi, confraternite, vescovi, e, su quello artistico, le rivalse tra artisti, botteghe, fabbriche. Se tali fermenti hanno stimolato nel passato l’edificazione di insigni monumenti dello spirito, della cultura e della carità, è ipotizzabile che anche nel presente il premuroso confronto pluriculturale, multietnico e interreligioso stimoli una nuova stagione dell’architettura cultuale. Questa può così risultare dalla ruminatio di tutte le forze in campo. Per progettare chiese confacenti al culto occorre ricostruire un regime esecutivo capace di sintonizzarsi con le componenti sociali e religiose, al fine di tradurre il vissuto in arte, onde decantare i drammi esistenziali e dirigere gli animi a Dio. Dal momento poi che l’attuale cultura soffre l’incompatibilità tra le parti che costituiscono il sistema sociale e religioso, occorre riaggregare in "laboratorio" i vari osservatori ed operatori che devono interessarsi del culto, al fine di originare una sapienza comune del luogo cultuale ed un’espressione condivisibile della sua architettura. Per procedere s’impone il convincimento teorico-pratico che l’oggetto in questione è complesso, per cui non può essere configurato se si procede da un unico angolo di visuale. Ne consegue che al regime interpersonale occorre accostare la collaborazione interdisciplinare. Da una parte, dunque, si riafferma l’importanza della comunità, dall’altra, si evidenzia la necessità di un’équipe. In tal modo, la progettazione si confronta con il vissuto ecclesiale e si perita di molteplici competenze, così da coordinare cultura e culto, ovvero la dimensione immanente della missione ecclesiale e quella trascendente della spiritualità cristiana.

Complessità organica

Interrelazione e interdisciplinarità danno vita ad un’architettura incarnata nelle molteplici congiunture culturali e rituali. Per attivare tale processo vanno, anzitutto, individuati gli elementi che specificano l’habitat cultuale: spazio, iconografia, suono, luce, arredo, suppellettili, vesti, ritualità. Si tratta di impostare il sistema celebrativo nella sua complessità organica, per cui occorrono scelte tipologiche in riferimento alla situazione ambientale e al palinsesto sociale. Lo spazio va architettato secondo un progetto congruo alla liturgia e alla ritualità. Ne deriva che le differenti parti devono costituire un organismo unitario e diveniente. L’iconografia coinvolge l’intero sistema che va dall’architettura di intenso valore simbolico alle raffigurazioni di pregnante forza narrativa. Il suono apre una serie di questioni acustiche al fine di permettere canto, musica e parlato con effetti inclini al raccoglimento spirituale e pregni di aura sacrale. Arredo e suppellettili si coordinano con la configurazione spaziale, con il programma iconografico, con le esigenze liturgiche, per cui occorre "personalizzare" tali manufatti, onde uscire da produzioni seriali massificanti. Anche le vesti si rapportano al complesso cultuale, così che tessuti e ornamentazioni richiedono richiami stilistici in ordine ai "significanti" e coerenza liturgica in ordine ai "significati". La ritualità poi obbliga ad una conoscenza esauriente della liturgia in tutti i suoi elementi costitutivi, onde elaborare spazi e arredi atti a permettere la celebrazione dei riti sacramentali, l’attiva partecipazione dei fedeli, il decoro dei movimenti celebrativi, oltre che l’allestimento di effimeri per meglio connotare tempi e modi liturgici. Tale molteplicità di aspetti dimostra la necessità di un concorso interdisciplinare sul piano teologico e liturgico, tecnico e artistico, psicologico e sociale, pastorale e gestionale. Solo in tal modo è possibile dispensare sul territorio "chiese belle" tanto con nuove costruzioni quanto con congrue ristrutturazioni. Questo al fine di uscire, per parte degli esecutori, da linguaggi incongrui alla liturgia e incomprensibili alla gente, per parte dei fruitori da gusti massificati e spiritualmente aridi.

Rev. Prof. Carlo Chenis, SDB

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