PENSARE

(In)Seguendo i luoghi dell’Architettura

Quando Rosario Assunto negli anni ’70 del ’900 scriveva dell’impossibilità di considerare lo spazio della città come pura estensione (come un territorio in cui agire attraverso tagli, divisioni, separazioni per il possesso collettivo) perché più che spazio, è meta-spazio, per la sua capacità di contenere il tempo, maturava nella modernità, una maggiore consapevolezza sulla contrapposizione tra spazio e luogo, ovvero tra possesso ed appartenenza e, contemporaneamente, crescevano le distanze verso le interpretazioni della geografia classica che attribuivano al luogo il significato sterile di uno spazio di scale e di elementi urbani dove sito, regione, territorio erano terminologie facilmente interscambiabili.
Già nei primi anni ’60, tuttavia, si assiste ad un lento avanzare di ‘mondi paralleli’ definiti da Melvin Webber ‘urbani senza luogo’: un insieme di spazi – capaci di misurare diversamente le distanze e il tempo urbano – posizionati su una rete di trasporti e di comunicazioni, in cui alla comunità di vicinato si sostituisce quella senza prossimità.
Questi oggetti singolari, divenuti in breve tempo elementi con cui rifondare i principi dell’abitare contemporaneo, entrano prepotentemente nella cultura della città. Negli anni ’90 Marc Augé, scrivendo su questi territori, attribuisce loro tutto ciò che non è possibile riconoscere nel luogo: essi rappresentano materiali di una ‘città-altra’ da guardare e misurare in unità temporali e nei quali la memoria, l’identità, le relazioni e la storia non hanno avuto la possibilità di incidere nel profondo; sono quei luoghi in cui il cittadino ‘… sperimenta simultaneamente il presente perpetuo e l’incontro con sé.1…

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ARCHITETTURA E CITTA’ 6
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