PENSARE

Antonio SantantoniLa capacità espressiva del luogo


Il prof. don Antonio Santantoni, liturgista, docente presso l’Università Lateranense e presso l’Istituto teologico di Assisi, ci parla della relazione tra architettura e liturgia nello spazio dell’ambone.

Quali rapporti liturgicoarchitettonici intercorrono tra ambone e altare battistero?
Parto dall’idea che la liturgia, come dice l’etimo stesso della parola, è un ergon, cioè un’azione, non un logos o discorso. Quindi ha sempre bisogno di uno spazio. Né si tratta di un’azione singola o sempre identica a se stessa, bensì di molte azioni, che hanno bisogno di luoghi molteplici e diversi per forma, per significato, per fini e per tempi.
Tali luoghi sono il teatro dell’azione liturgica. la liturgia ha bisogno di far rivevere iconologicamente l’opera salvifica di Cristo.
L’evento che deve rivivere nella liturgia è infatti il Cristo-profeta nel momento della sua investitura; il Cristo-parola di Dio che annuncia la salvezza e il Cristo vittima e sacerdote, che offre il sacrificio della propria vita.
Questi sono tre momenti storicamente e simbolicamente diversi. Il primo (Cristo-profeta nel momento della sua investitura) fa riferimento al battesimo di Gesù; nel Giordano. Il secondo (Parola del Profeta che annuncia) rimanda all’attività di colui che parla con autorità divina e a questo proposito balza alla mente, con evidenza tutta particolare il discorso della montagna (Mt cc. 5-7).
Il terzo, il più; complesso (Cristo vittima e sacerdote del sacrificio della Nuova Alleanza), fa riferimento a più; luoghi e momenti insieme: cenacolo, Golgota e Santuario celeste (nel quale Cristo è entrato una volta per sempre con la sua resurrezione e ascensione al cielo cfr. Ebr 9, Il 12).
A questi tre momenti fanno rifermento nello spazio liturgico tre luoghi: il battistero, dove viene rivissuto e celebrato il battesimo di Gesù; perché altri possano partecipare alla grazia di quell’evento; l’ambone, luogo dove Cristo, attraverso il suo corpo mistico e attraverso i ministri competenti continua ad annunciare la parola della salvezza; e l’altare, luogo dove il Cristo offre il suo sacrificio, associando a sé, nell’Offerta, la Chiesa, suo Corpo Mistico.
Si può stabilire una connessione profonda tra questi tre punti nodali della liturgia. I rapporti sono segnati dalla funzione liturgica e dalla comprensione teologica delle realtà cui intendono servire e dare espressione.
Se l’ambone si coniuga in modo regolare con l’altare, così che questo da solo ne supporta la presenza, più; complesso e discontinuo è il rapporto tra fonte e ambone e tra fonte ambone e altare. Esistono esempi preclari di battisteri con e senza ambone, e di battisteri con e senza altare e ambone. In ogni caso l’ambone si presenta come strutturale all’altare e al fonte battesimale. Non è un caso: ciò significa che il cosidetto primato dell’evangelizzazione è un primato logico e pedagogico: la parola precede il sacramento, ma tende intrinsecamente ad esso. Ciò significa che il sacramento supera e in qualche modo ‘giudica’ la parola. Il sacramento è il coronamento e la pienezza dell’annuncio.
Il problema si pone fortemente ai nostri giorni, quando il fonte battesimale è spinto verso il presbiterio e si tende a celebrare insieme col battesimo anche l’eucaristia. Viene allora a riproporsi lo schema tripolare del battistero di Pisa: fonte, altare e ambone. In questo caso l’ambone ritrova la sua naturale collocazione nell’ambito della struttura sacramentale: esso è icona di quella Parola che alimenta e rivela il senso del mistero del fonte battesimale e della mensa eucaristica.

Si può quindi parlare di equipollenza dei legami ambone-battistero e ambone-altare?
In un certo senso sì, e questa è una novità. Non nel senso che il ritrovare insieme fonte, ambone e altare sia un fatto del tutto inedito; ciò lo si è avuto già in passato. Ma quando questo avveniva, avveniva nel battistero, non nell’area del presbiterio. Era il fonte che esercitava la sua attrazione sull’altare e l’ambone, non era l’altare ad attirare il fonte. Ora è l’Eucaristia che esercita la sua attrazione sul fonte attirandolo nel suo ambito. Perciò è chiaro che per il progettista (architetti e liturgisti) si apre uno straordinario campo d’invenzione. Si tratta di riuscire a fondere questi tre elementi senza confonderli, mantenendoli distinti come esige la morfologia e la tipologia dei diversi simboli, nel rispetto d’una storia e d’un patrimonio che non è solo d’arte, ma anche e soprattutto di fede.

Ambone del Duomo di Salerno, il leggio. Gli artigli dell’aquila afferrano vigorosamente per i capelli un uomo vestito di una tunica e con la bocca aperta, che tiene con le mani un serpente che sale dalle caviglie: il battesimo cristiano trascina verso l’alto l’uomo vecchio.

C’è stata un’evidente perdita di forza di questo segno. Nelle chiese nuove conosciamo leggii, non amboni. Come mai questa perdita?
Probabilmente perché normalmente ciò che dà origine al simbolo è la funzione. Mi serve un posto ove proclamare la parola, e allora lo costruisco, lo colloco. La liturgia normalmente si esercita sulle funzioni, sulle insegne, per ricavare dall’uso stesso una simbologia da proporre come catechesi.
L’ambone è all’inizio una necessità funzionale sulla quale si esercita la meditazione dei Padri. Ed ecco che nasce la ricchissima tipologia primitiva. Troviamo i primi amboni nelle basiliche del IV secolo, e nel V secolo troviamo nei Padri le prime spiegazioni sullo stesso: quando Crispino Valenziano rivendica all’ambone, quale tipologia primitiva, l’allusione al sepolcro vuoto e l’annuncio della risurrezione da parte dell’angelo (il diacono che canta l’Exultet pasquale), compie un’operazione estremamente corretta dal punto di vista filologico, ma io farei volentieri due considerazioni a questo proposito.
Primo: non sempre il simbolismo più; antico è alla base della funzione stessa. Questa precede di norma ogni interpretazione simbolica, la quale piuttosto sorge per giustificare la funzione esistente.
Secondo: è possibile e comprensibile, e perfino legittimo che, a un certo punto della storia, il simbolismo primitivo (nel senso di ‘più; antico’), diventi secondario o cada addirittura in totale dimenticanza, specie in presenza di mutamenti culturali o di comportamenti rituali che rendano superflua la funzione stessa.
Nel caso dell’ambone ciò avviene per la concomitanza di diverse cause: – la lingua latina è una barriera che rende ormai superflua la finzione della proclamazione solenne d’una Parola che nessuno più; capisce: – il diacono, ministro per eccellenza dell’ambone, non esiste più; come ministero autonomo: esistono solo preti (i diaconi sono solo ‘di passaggio’, aspiranti preti in attesa d’ordinazione) i quali possono tutt’al più; ‘usurpare’ la funzione diaconale nella celebrazione.
In queste condizioni l’ambone diventa superfluo. Un buon leggio sarà più; che sufficiente per proclamare la parola al clero riunito attorno all’altare. Finché anche il leggio, che almeno è un arredo bello e importante, non diventerà superfluo, e basterà un leggio d’altare, piccolo e mobile, spostabile senza sforzo da nord a sud, perché rimanga materialmente presente l’ormai sterile (e comunque sempre opinabile) simbolismo antico legato ai due punti cardinali e alla separazione dei sessi nelle diverse ali della navata. Venendo meno le ragioni che avevano dato origine alla funzione dell’ambone, era inevitabile la fine della sua stessa presenza nelle chiese.
Oggi sta avverandosi forse un processo inverso: si parla dell’opportunità di reintrodurre l’ambone nella liturgia. Ma degli antichi ne sono rimasti pochi, e quelli che sono rimasti sono molto impegnativi. Forse oggi l’ambone fa anche un po’ paura, perché un vero ambone costa molto. Allora ci si accontenta di un leggio: stiamo tornando verso l’ambone, ma non ci siamo ancora. L’ambone sarà ricuperato quando questo cammino sarà veramente compiuto, quando quel processo di deculturazione che lo ha fatto scomparire dalle chiese sarà stato sostituito da un processo di riacculturazione. Allora si sentirà il bisogno nella nostra chiesa di un simbolo che anche quando essa è deserta, parli all’uomo del Cristo-profeta, come l’altare parla, anche al di fuori della celebrazione, di
Cristo sacerdote che offre la propria vita in olocausto per la salvezza del mondo. Come il battistero consente di rivivere, in ogni momento, il mistero della nostra rigenerazione in Cristo, così l’ambone parlerà di CristoParola rivelata e rivelante, del Profeta che non lascia mai il mondo senza il supporto della sua luce.
Entrando in chiesa e trovandoci di fronte a queste realtà simboliche, siano chiamati a risalire dall’icona alla realtà stessa del mistero.
Il pulpito non ha nulla a che fare con l’ambone. Non nasce per la lettura del Vangelo e neppure per l’omelia, bensì per la predicazione. Sono i grandi oratori del ‘600 e ‘700 che vanno a predicare sul pulpito; sono i quaresimalisti che salgono e predicano. Ma la predica liturgica, l’omelia, non si svolge dal pulpito normalmente, bensì sempre e soltanto dall’ambone o dalla sede. L’unica funzione del pulpito (è questa la ragione della sua collocazione verso la metà dell’aula) è quella di consentire al predicatore di essere ben sentito da tutta l’assemblea.

C’è forse anche qualcosa che sia mancato nel dibattito teologico e liturgico postconciliare che sia ravvisabile come una concausa dell’assenza di amboni nelle chiese nuove?
Probabilmente ciò che manca è da parte dei preti (dei committenti), l’idea dell’importanza dell’ambone. Il celebrante, demotivato culturalmente si accontenta della funzione, cosiderando il simbolismo una specie di sovrappiù;, un lusso intellettuale del quale si può fare a meno, anche a causa del suo costo. Dall’altra parte mi pare che gli architetti non si siano forse resi conto a sufficienza dell’importanza dell’ambone, anche a livello delle possibilità di invenzione formale che presenta.
Non capisco perché gli architetti non puntino i piedi per realizzare qualche degno esemplare di ambone. E questo un terreno ancora vergine che dovrebbe stimolarti fortemente.
L’ambone è tipologicamente e simbolicamente uno e unico, ma può prevedere diversi punti di lettura, con diversi leggii o logge. Questa molteplicità di punti di lettura va inserita nell’unità del "giardino", riesumando i due leggii (il tradizionale nordsud, per esempio), ma si potrebbe prevedere anche un’unità più; complessa e articolata, risultante dalla coordinazione di diversi corpi staccati e dislocati in punti diversi della chiesa, magari proiettati in mezzo all’assemblea, in modo da non porsi ‘di fronte’ ad essa (quasi altro, o fuori di essa): un’unità che risulti non tanto dal numero, ma dalla coordinazione dei punti di lettura e dalla morfologia degli stessi. Ritengo che quest’aspetto potrebbe risultare estremamente stimolante per l’architetto. Riuscendo in quest’intento, la nuova soluzione potrebbe consentire all’assemblea di non sentirsi solo destinataria del messaggio, ma parte viva e attiva di quel popolo profetico che, mentre ascolta, è chiamato ad annunciare al mondo la lieta novella della salvezza, e mentre annuncia si sente esso stesso provocato all’ascolto, perché ha coscienza d’essere il primo destinatario della Parola che gli è rivolta affinché la faccia sua e la trasmetta fedelmente ai fratelli. Noi oggi diciamo volentieri che l’assemblea è il vero soggetto celebrante, ma nella realtà avviene che la parte che le viene riservata nella celebrazione si riduce a ben poca cosa.
Apprezzo molto l’aspetto filologico dei simboli liturgici, però non mi sentirei troppo condizionato dallo stesso. In realtà tutta la storia dei simboli della liturgia attesta una continua, anche se lenta evoluzione da un significato all’altro, da uno stadio all’altro. Così l’altare può essere mensa e ara, montagna e semplice tavolo da supporto per il tabernacolo. Non tutti i passaggi sono necessariamente un guadagno. Non di rado si sono avute involuzioni e cadute di significato anche pesanti. L’allegorismo ne è l’aspetto deteriore più; evidente e, a certi livelli, perfino patologico.
Tuttavia, pur nella piena coscienza di certi rischi, non si può chiedere alle varie presenze simboliche dello spazio rituale di rinunciare a tradurre, nella loro struttura e nella loro disposizione, le nuove consapevolezze in materia di ecclesiologia, di liturgia e di sacramentana che sono alla base delle loro trasformazioni morfologiche. E quale campo più; stimolante e seducente per un architetto che voglia cimentarsi nell’impresa di disegnare e di costruire la chiesa dei tempi nuovi, casa e icona della Chiesa del Vatincano II?
Purtroppo anche qui vale la legge degli spazi franchi: ogni spazio libero
attende un occupante. Se gli architetti non si interessano all’ambone, questo sarà terra di conquista esclusiva dei costruttori di quegli orribili prodotti che passano sotto il nome pretenzioso di artigianato sacro e che infestano già le nostre chiese: amboni che pretendono d’essere rispettosi della tradizione solo perché affastellano un concentrato di simbologie ormai desuete, e d’essere al passo coi tempi solo perché si presentano con orologio e microfono incorporati.

Questo nuovo "luogo" sarebbe
comunque parte del presbietrio, anche se proiettato in avanti…

Non amo il termine presbiterio. Esso sa d’un’eccelsiologia fondata assai più; su una divisione di casta che sulla distinzione dei ministeri. In realtà nel presbiterio trovano posto e si muovono anche persone che presbiteri o chierici non sono e che tuttavia svolgono un ministero liturgico preciso e determinante. E la ragione per cui io preferisco parlare di santuario, anche se non mi nascondo le ambiguità cui oggi il termine potrebbe dare adito.
Comunque se si vuol mantenere l’antico lessico, ebbene, sì l’ambone anche così proiettato in avanti o articolato in più; punti di lettura sarebbe sempre parte di quell’area ‘sacra’ nella quale si svolge l’azione liturgica. Solo che in questo caso l"area sacra", sarebbe molto meno circoscritta, molto più; avanzata verso l’assemblea, fino ad includerla tutta, almeno idealmente.
Per esempio, nel caso di una grande chiesa, io disegnerei volentieri una specie di percorso, o disegnato o tracciato per mezzo di ampie transennature appena accennate che, da una parte consentano lo svolgimento della solenne processione del vangelo e del cero pasquale, e dall’altra lascino intendere chiaramente che questi diversi due o tre punti di lettura fanno parte della medesima realtà simbolica, appunto l’ambone.
Dall’uso di questi diversi leggii dell’ambone dovranno essere esclusi tutti gli altri: il commentatore, la guida, i canton, l’ebdomadario avranno a disposizione un altro leggio, assai più; modesto, strettamente funzionale alla necessità d’appoggiare un foglio o il libro dei canti.

Così la lettura assume decisamente più; importanza dell’omelia…
L’omelia è parola umana e deve mantenere (o ritrovare) il suo ruolo di mediazione tra la parola proclamata e la realtà del giorno d’oggi. Il presbitero o il vescovo che espone l’omelia, non potrà mai dire "è parola di Dio", e difatti non lo dice. Quella è la sua parola e basta.

 

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