FARE

Antonino Terranova


Che cosa accomuna la Banlieue a ferro e fuoco per un mese nel 2005 e i ragazzi che saltano di terrazza in tetto in passerella nel video di Madonna ‘Jump’ (sono gli Yakasami forse, quelli del movie artistico mostrato a Palazzo Venezia che con destrezza ginnica ed artistica manifestano sinteticamente insieme la rabbia e la voglia di impossessamento della spazialità urbana periferica piena o vuota di spazi verdi sterrati e ispide scale e terrazze inutili e imprevedibili ostacoli fisici e simbolici?), l’esplosione serializzata delle Twin Towers del 2001 e i più alti skyscrapers e Twin towers estremorientali con i fuochi d’artificio del capodanno 2006? Che cosa unisce il gruppo gli ‘amici di don chisciotte’ che predispongono tende per i barboni di Parigi e gli artisti di cellule abitative ed abbigliamenti post-catastrofe molto trendy e di derivazione radical? Che cosa unisce il Corviale di Roma sotto cura omeopatica (molto public art e arte relazionale difficile ma stimolante) da anni e i grandi ragni neri diffusi ripetutamente negli stessi anni da Louise Bourgeois nei luoghi strategici dell’arte contemporanea, dal Guggenheim di Bilbao alla Tate Modern di Londra? Che cosa unisce queste architetture fenomeniche e le scritte di Jenny Holzer ‘Il peccato è strumento di controllo sociale’ oppure ‘La religione crea tanti problemi quanti ne risolve’ ed il lettering rosso-nero di Barbara Kruger ‘Compro dunque sono’, lo shopping usato come grande totalizzante paradigma metaforico da Rem Koolhaas ed i suoi assemblaggi (sporcati e non-finiti) di Le Corbusier e di Mies van der Rohe, l’astrazione rarefatta eterea asettica e disinfettata di Sejima e le schegge mistilinee
di Hadid, e poi Nouvel e Foster … e Gehry (il quale comincia a distinguersi con un cheap scape diverso ma analogo alla ancora scandalosa junk architecture)?

Apparentemente nulla, anzi apparentemente il contrasto tra due mondi irriducibili, fatti uno di troppa presenza e immagine e chiacchiera e l’altro di assenza e carenza e silenzio desolante. Eppure per capire ciò che è attualmente sul tavolo da gioco occorre superare quell’apparenza.
Guardare che cosa accomuna il ribollire di una broda primordiale in trasformazione.
Per non ricadere in ripetuti errori come il ricorrente ritorno indietro al comunitario, al popolare, al semplicisticamente antagonistico e magari rivoluzionario. Per evitare l’altra illusione, che vi sia una soluzione unica e magari definitiva come vorrebbe certa politica politicante mentre a qualche altra sembra conveniente un permanere delle cose così, microconflittualità endemiche comprese.
Per comprendere che tutto quel disordine è accomunato da una gigantesca trasformazione della città in città metropolitana secondo modalità complicate dalla del resto ovvia contrapposizione di differentissimi Modelli che soggiacciono anche quando non proclamati in quanto tali. Per comprendere che quella fenomenologia non può essere
compresa dalla Architettura moderna né post-moderna old fashion – dalla razionalizzazione dall’alto nel nome di un uomo nuovo migliore per centri sociali, dalla zonizzazione inevitabile ma estraniante, dalla vellicante, patetica imbellettatura degli arredi urbani nel deserto – ma richiede nel Moderno contemporaneo una ‘Architettura dopo l’Architettura’: capace di essere nel Moderno contemporaneo articolandosi su una gamma di prestazioni che va dall’Oggetto singolare dell’archistar fino alle estetiche diffuse dei Comportamenti o delle Installazioni antroposociali, senza illudersi in ritorni impossibili-ingiusti a qualche Umanesino nell’età del Post-human e del Writer indomabile, senza illudersi di ritrovare Impianti stabili e dominanti nei domini del non dominabile con gli strumenti tradizionali, di ritrovare Forme nel regno dell’Informe, che è giusto e bello in quanto tale, ovvero in quanto segno e sintomo di una metamorfosi ineludibile.
Metamorfosi che comprende la Mutazione Antropologica dell’Umano medesimo anzitutto, quella identificata poeticamente da Pier Paolo Pasolini – vero e proprio contrassegno mitologico della Periferia com’era negli anni Cinquanta e non è più – e però usata per un ritorno all’indietro piuttosto che per un arrischiarsi in avanti (quando già le prime analisi parlavano di operaio massa di proletarizzazione del tecnico di una middle class da noi mai riconosciuta e sempre eventuale ed instabile verso il basso). Dunque quella Periferia non esiste più, e la stessa idea di Periurbano sembra instabile ad esempio in una Roma che continua ad essere centralizzata dal Grande Raccordo Anulare e
però proprio su quel girone infernale assiste ad un progrediente fenomeno di enclavizzazioni a scatole cinesi e di infrastrutturazioni tangenziali o trasversali sfuggenti per vari versi ancora non abbastanza a quella stupida insostenibile unica centralità che ha al centro il vuoto di un centrostorico e di un parco centrale archeologico.
Dove si situano con mezzo secolo di ritardo rispetto al modello Gruen i Centri Commerciali ancora guardati con sospetto dalla piccola distribuzione e dalla piccola architettura ed i nuovi Pacchetti Urbani mostruosamente integrati di Porta di Roma o di Parco Leonardo che nella città anarchica non dominata da un pubblico ormai svaporato si dispongono tecnologicamente adeguati al popolo dei Simpson, dei Tattoo, dei Gel, dei Perizoma che predilige si direbbe gli stand degli Intimissimi, degli Elettronici, dei Multimediali, delle Sneackers, ma insieme quelli della Estetica culinaria, del Benessere mistico mitico, del Bricolage Antiquario come risarcimento tempoliberistico all’indietro ma con senso identicamente consumista estremo.
Dove le nuove sedi degli uffici del cosiddetto terziario avanzato si ridislocano inspiegabilmente con palazze simil-high-tech con vetri fumé o specchianti e recinzioni altrettanto respingenti dove sembra imperare un godimento, cioè un piacere perverso della Sicurezza che però non basta come non basta per l’analogo veicolare mostruoso il SUV che parla di western, di apartheid, di safari, di violenza, di tutti contro tutti, dove comunque conviene essere più forti e comunque
apparirlo minacciosamente.
Dove a pelle dileopardo di situano quartierini bellini di villini con balaustre e cornici di stucco bianco e fioriere e mattoncini su tessuti urbani tradizionali però ogni volta recinti da plaghe di territori di nessuno che certo non contribuiscono meno al deserto che all’urbano.
A meno che l’Urbano non sia proprio da ridefinire, a partire dalla nuova insostenibile Periferia non più pasoliniana. A meno che allora l’Architettura in questa broda primordiale non abbia il compito di incoraggiare la Metamorfosi delle cose e degli umani Mutoidi, e dunque ridefinire a partire dal presente e non dal passato le categorie della sostenibilità sociale ed ambientale. Accettare positivamente il carattere urtante degli Oggetti Singolari nei Paesaggi Metropolitani, la loro
radicale apparentemente ingiusta, Dis-continuità, anche se il nostro scopo finale fosse il ritrovamento di una Continuità della – chiedo scusa – Anima della Non-Città?

Herzog & de Meuron
Progetto di ampliamento della Tate Modern, Londra
Fonte:World Architecture News

La Banlieue non è tutta uguale, ed è giusto distinguere quelle parti che detengono fonti di reddito e lavoro e interscambio, come l’aeroporto o la fiera di Roma, da quelle desolatamente monoculturali senza altro che desolazione. Se ne deduce che il passaggio reale a metropoli dovrebbe implicare policentricità radicali, magari anarchiche: paradossalmente brulichiamo nevrotici dentro un centro storico edificato per le carrozze e la coppia nobili-plebe, mentre non densifichiamo i pacchetti urbani della non più periferia che diciamo di volere policentrica, ed ogni building si recinta in ogni recintata enclave.
La Banlieue non è tutta uguale, molti quartieri moderni e postmoderni presumono di essere accattivanti e perfino socializzanti, nella replica grottesca di morfologie simil-storiche come la simil-pelle, eppure identicamente non riescono a pacificare una loro presunta contestualità. La Banlieue non è multiculturale soltanto perché abitata dalle successive generazioni di immigrati magari colorati, questi ci interessano perché sono rappresentativi delle solitudini, marginalizzazioni, proletarizzazioni delle piccolissime borghesie magari operaie e moltitudini segmentate che non ce la fanno. E non ce la fanno a cambiare.
Dalle Banlieues alle Twin towers tutto ci racconta che il disagiomale- dolore-conflitto-squilibrio irrisolto è Dentro di noi (il lato oscuro non estirpabile di un paradiso in terra pervaso di artificiose bellezze e felicità e lussuosità e distrazioni e intrattenimenti ed eventi effervescenti) e della nostra non più città senza più mura poiché i nuovi Barbari siamo Noi e gli Altri e il nostro Altro, e che è Inestirpabile con le categorie abituali, tanto che abita anche il nostro Immaginario Distruttivo della Tecnica, terrorizzante per le categorie del Moderno Razionale e Costruttivista, le categorie della Utopia che sposta altrove nel tempo-spazio paradisi in terra puntualmente totalitari e panottici e fallimentari.
Non ce la fanno nemmeno le dislocazioni classiche del sogno americano tra downtown, inferni di cristallo e suburb american beautiful, con terzo membro la dislocazione dell’altra america nei village successivi dell’underground che ci hanno sempre affascinato (il bello di poter essere negro ebreo frocio … del movie greenwich village – ma solo nei Village, magari a Testaccio?).
I banlieusard non vedono non credono non vogliono più essere accolti o integrati come ordinary people bassa forza predestinata a rimanere tale, vogliono consumare lo stesso consumo, vogliono godere lo stesso lusso … smisuratamente … scarpe da ginnastica e berretti rovesciati sulla nuca scolpita. La nuova ala del museo ebraico di
Berlino, la Fondazione Cartier di Parigi, the Whale a Rotterdam, le Opere ci parlano di cose come lo Smisurato, il Destrutturato Disarticolato, l’Eterogeneo Conglomerato Assemblato, il Frammento, lo Smaterializzato Asettico Rarefatto, lo Sfigurato … la Vertigine di un disagio che vuole trovare le Immagini di nuovi agi. Che cosa hanno in comune le opere fuori-Grammatica o fuori-Sintassi, gli Oggetti Singolari, i Mostri Metropolitani, i Paesaggi Spaesati Enclave ed Isole di
Cemento … ma anche il minimalismo senza respiro possibile, disinfettato e disumano di Sejima, i frattali spugnosi di Steven Holl, le Scatole e i Sassi di Koolhaas, le pensiline a statica illusoria e le luminescenze indeterminate di Herzog & de Meuron … il fantascientifico fantastico Fantasy di Calatrava abitabile da guerrieri estremorientali (… tutte cose cui non accedono italiani che non siano qualche volta magari minori Archistar)? Il Sublime è ora, è qui, di ritorno. Lo Stato
di Eccezione è in rivolta nei confronti della normalità normativa d’ordine uniformante che viene da soprane nobiltà irreperibili. La Sregolatezza diventa Non-trasmissibilità deliberata e direi Poetica, irripetibile Individualità dell’Oggetto Singolare, nemmeno del suo autore che non può ripeterlo-ripetersi se non con degradi non evolutivi.
‘Arte dopo la Filosofia’ è un titolo di Kosuth molto più estensibile che non al solo suo concettualismo molto cerebrale … ‘pensare per figure’ cambia radicalmente il motivo essenziale del fare arte … arte mitica e insieme critica … arte interrogativa che mette in tensione gli statuti presunti ordinari della realtà, in quanto tale arte politica. Anche il ‘pensare
per parole’ o concetti può insieme criticare e mitizzare, e la differenza risiede di nuovo nella sua propria godibilità linguistica … il piacere del testo di Barthes, le sue Mitologies de-mitizzano-re-mitizzano ma in grazia della bellezza anche inventiva della scrittura … infatti, dedicando poche righe alla DS/deesse – il cui gioco di parole-figure peraltro
appartiene già agli autori della vettura aerodinamica assemblata sensuosa inedita … arte nella produzione e nel suo design in senso lato? – o cinquanta pagine alla Tour Eiffel, inventa egli stesso in forma di scrittura Mondi che non ci sono prima, forse anche ‘popoli che ancora non ci sono’ e che la lettura dei suoi saggi produce. Politica? Se la si intende non come gestione amministrativa della realtà presente ma come prospettazione di ulteriorità radicali di domande circa
mondi possibili che non si realizzeranno forse mai e però si incarneranno in evoluzioni antropologich
e dell’immaginario umano sempre un po’ più postumano sempre un po’ più in avanti sempre di nuovo all’altezza.
Allora si comprende l’esigenza di Estremo, anche di benchè schizzata mistica dell’estremismo (del resto … ‘non si può continuare così’ …) come ce la presentano Mueck e Mori e i fratelli Chapman e il troppo allegro con Cicciolina Koons, diversissimo ma altrettanto disumanamente mutoide. Tutto il resto potrà essere comunque bellissimo nel mondo del benessere bempensante (un mondo piccolo, di stati di eccezione con il male dentro e piuttosto friabili …) dove si potrà essere benestanti e morire di benessere nell’estetizzazione estenuata sempre più declinante scandalizzante di minimalismo snob e decostruzionismo chic – valendo la stessa cosa per noi marxisti rococò, finché non sbagliamo svincolo nel Falò delle vanità, cadendo nel Periurbano.

Ma non conterà niente più che un dispositivo elettrodomestico, soltanto il cinismo creativo potrà far sopravvivere l’architettura critica attraverso la sua bellezza perturbante o il suo potenziale di immaginario mitico rutilante differenze.
Affrontare il trauma. Interiorizzare la metropoli planetaria e il suo radicale informe. Incarnare, incorporare il mostro. Comprendere il Desiderio di mostro. Sollecitare con l’arte relazionale partecipazioni non sociologicamente rituali. Inventare un popolo che non c’è.

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Archeoclub d’Italia
movimento di opinione pubblica
al servizio dei beni culturali e ambientali

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