FARE

UN ALTARE CHE ESPRIME IL SACRIFICIO, L’ACCOGLIENZA, IL PERDONO

Chiesa di San Giovanni Bosco, a Sesto San Giovanni. L’altare, in marmo bianco di Carrara, risalta sullo sfondo più scuro del presbiterio.
Risalta in particolare per la sua forma a “Tau” che lo radica con forza al suolo, mentre allo stesso tempo, grazie ai bracci che si elevano, lo protende anche in quello che può essere un abbraccio. “È il segno della Croce – spiega Suor Michelangela Ballan, delle Pie Discepole del Divin Maestro, che l’ha disegnato – e rappresenta il Sacrificio.” Ma è anche scultura, e si arricchisce di una poetica più complessa: la croce è incisa, definita dai due rilievi che inquadrano il blocco quadrato ma recano anche un dilatarsi di onde che nascono dal centro e si diffondono come a permeare lo spazio tutto attorno.
L’esecuzione, che è stata realizzata da F.lli Remuzzi, ha reso con accuratezza tale il disegno, da farne un altare di enorme espressività, in cui gli effetti chiaroscurali delle superfici (si nota agli angoli bassi l’addensarsi di picchiettature) conferiscono una dinamicità inconsueta all’insieme, facendo sì che la croce si protenda verso chi la osserva, mentre allo stesso tempo si ritrae, come ad attirare gli sguardi. Potrebbe ravvisarsi in questa forma un incudine, o il ceppo di un albero. Ma tale è la morbidezza e il senso di coinvolgimento e di accoglienza che comunicano le scanalature, che la suggestione cerca subito altri significati. E resta l’immagine dell’aprire le braccia: per distenderle sulla croce nell’accettazione del sacrificio, ma anche, ed è in fondo lo stesso gesto, nell’accogliere e proteggere, e perdonare.

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