| Ing.
Roberto Farnetari
Possiamo immaginare un mondo senza energia e privo di tutte le cose che
ogni giorno utilizziamo? Niente benzina, riscaldamento, energia elettrica.
I mezzi di trasporto, le caldaie e gli elettrodomestici diverrebbero ingombranti
scatole metalliche, solo curiosità, oggetti di antiquariato per
pochi nostalgici.
I mezzi di comunicazione (telefono, televisione, computer, internet) cesserebbero
di funzionare e le industrie non potrebbero più produrre.
Del resto nessuno potrebbe più acquistare prodotti o azioni societarie
poiché i circuiti finanziari, la borsa, le banche andrebbero in
tilt;
Milioni di conti correnti scomparirebbero mentre l'inflazione diverrebbe
altissima e incontrollabile, rendendo comunque senza alcun valore le attuali
valute. Si tenderebbe insomma a ritornare ad un medio evo basato su una
economia di sussistenza con un’aggravante però, non dimentichiamolo:
nel medio evo la terra era abitata da un decimo della popolazione attuale.
E’ questo uno scenario forse estremo ma non del tutto
impossibile. Ognuno di noi è così abituato a vivere in simbiosi
con oggetti azionabili con un semplice gesto della mano che spesso dimentichiamo
cosa renda tutto questo possibile e diamo per scontata l'energia che è
necessaria.
L'Unione Europea ha un consumo di circa 1.800 milioni di tonnellate equivalenti
di petrolio (MTEP) per una spesa
annua che si aggira attorno ai 500 miliardi di Euro (approssimativamente
1.000 euro a testa). Se mantenessimo i ritmi di consumo attuale (cosa
che non è solo dato, è che a livello mondiale le economie
di molti paesi "emergenti" stanno aumentando enormemente i loro
consumi) le riserve di petrolio, gas e carbone ad oggi note durerebbero
per pochi decenni, al massimo un paio di secoli (ipotizzando un miglioramento
delle tecniche e delle tecnologie estrattive e utilizzando gas e carbone
in sostituzione del petrolio ove possibile).
Ma i problemi e le tensioni sociali, politiche ed economiche si stanno
presentando ben prima della fine delle scorte
di idrocarburi (lo possiamo vedere ogni giorno) poiché il prezzo,
come sappiamo, è creato dall'incontro tra l'offerta
(che già ora è vicina al picco di massima produzione dei
giacimenti di idrocarburi) e la domanda (sempre crescente;
basti pensare che negli ultimi 15 anni abbiamo globalmente consumato più
idrocarburi che negli ultimi cento anni). E ciò senza contare che
il costo da pagare in termini ambientali sarà sempre più
alto. Non dimentichiamo che nel novembre 2004 un braccio della Corrente
del Golfo si è fermato per una decina di giorni, all'improvviso
e senza spiegazioni.
Cosa fare?
Non esiste una soluzione univoca. Può aiutarci però tenere
sempre a mente che gli idrocarburi e tutte le fonti energetiche in generale
non sono risorse o ricchezze bensì tecnologie, che hanno un valore
in quanto inserite in un sistema di ingranaggi studiato apposta per funzionare
con loro.
Per fare un esempio basta pensare ai cellulari: se non esistesse la rete
di telefonia in grado di trasmettere le nostre
conversazioni sarebbero oggetti inutili.
Sotto questa ottica gli idrocarburi non sono più risorse indispensabili,
ma solo un mezzo di trasporto transitorio
dell'evoluzione umana. Sicuramente questa visione presuppone che si trovino
alternative per la produzione dell'energia che ci serve per vivere come
e meglio di ora e, fino a che queste non saranno trovate e rese applicabili,
è
nostro dovere usare in modo sempre più intelligente le attuali
tecnologie in modo da poter passare in modo indolore
a nuove forme di energia.Nell'industria e nella produzione di energia
in questi anni molte azioni sono state mirate alla riduzione dei consumi
ed al miglioramento dell'efficienza dei processi energetici attraverso
anche la cogenerazione e gli impianti combinati (basti pensare che dai
primi modelli di macchina a vapore ad oggi il rendimento è aumentato
di più di 100 volte). Sempre sul fronte produttivo molti paesi
hanno puntato a una differenziazione del mix produttivo nazionale con
fonti energetiche alternative agli idrocarburi. Una di queste alternative
è il controverso nucleare: soluzione oggi vista come più
accettabile visti anche gli odierni standard di sicurezza ma comunque
relegata alla produzione centralizzata di energia, in siti localizzati.
Sicuramente i ragionamenti sul nucleare sono stati aiutati dalle evoluzioni
incerte dei comportamenti e degli umori di alcuni fornitori di petrolio
e gas. Certo però le scorte più accessibili, in termini
di fissione nucleare dell'Uranio 235, ammontano poi a solo poco più
di mezzo secolo e rimane comunque il problema delle scorie radioattive
(una centrale da 1000 MW produce ogni anno circa l'equivalete di scorie
altamente radioattive di sei bagagliai di una berlina).
Proposte magari più apprezzate dall'opinione pubblica riguardano
le cosiddette "fonti rinnovabili" (geotermico, idroelettrico,
eolico, solare termico, fotovoltaico, biomasse, etc.). Alcune di esse
sono però già state sfruttate quasi
ovunque fosse possibile (geotermico e idroelettrico), altre hanno sicuramente
il pregio di poter crescere ancora,
magari distribuite sul territorio e negli edifici che ne abbisognano ma,
nonostante ciò, presentano dei limiti che
oggettivamente non possono che impedirne un utilizzo in completa sostituzione
a fonti energetiche più tradizionali.
Primo limite tra tutti è la incostanza e la discontinuità
della produzione di energia. Per capirci: il fotovoltaico, il
solare termico o l'eolico non possono produrre energia elettrica o termica
se non ci sono le adeguate condizioni
meteorologiche o di insolazione. Negli istanti in cui, quindi, si necessita
comunque di quella energia che tali
impianti non possono fornire bisogna poter accedere ad altre fonti che
possano soddisfarci efficacemente e istantaneamente (da qui l'importanza
della interconnessione con le reti elettriche tra fonti di energia differenziate
e distribuite).
Se questo equilibrio tra le fonti produttive non è mantenuto si
creano instabilità sulla rete di produzione e, nel caso dell'energia
elettrica, relativi black out.
I black out sono eventi ultimi dello stato di una rete, i più evidenti
e "teatrali" di cui anche recentemente abbiamo
avuto esperienza. Se fortunatamente non sono così frequenti come
potrebbero essere lo dobbiamo al sistema di
impianti, controlli e di interconnessioni che operano ogni secondo sulla
rete elettrica Europea. Per scongiurare il
black out in Italia disponiamo anche di una categoria particolare di utenze
cosiddette interrompibili che, come dice
il nome, si prestano ad essere disalimentate per ridurre il carico della
rete nazionale ogni qualvolta se ne presenti la
necessità.
Energia nel settore edilizio
Costruire e abitare un edificio si traduce in risorse e materiali utilizzati
e interazioni con l’ambiente in cui è inserito.
Per esempio in termini di emissioni di CO2 (che non sono collegate solo
alle industrie od ai processi di produzione di
energia mediante l'utilizzo di idrocarburi). Così come un auto
può emettere dai 100 ai 300 gr di CO2 al km o la fabbricazione
di una bottiglia di vetro può creare 500 gr di CO2, (la produzione
di un vestito arriva addirittura a generare 10 kg di CO2), anche una qualsiasi
opera edile provoca emissioni di CO2. Già nella fase della sua
realizzazione 1 Kg di cemento produce circa 1 Kg di CO2.
In Europa circa il 40 % delle necessità energetiche sono imputabili
agli edifici. Le quote relative all'industria ed ai
trasporti ammontano rispettivamente "solo" a circa il 60% del
totale. In Italia, dove c'è un fabbisogno nazionale
di circa 190 MTEP, questo vuol dire un fabbisogno per la sola edilizia
di circa 80 MTEP anno (e tale valore cresce ogni anno a un ritmo doppio
rispetto al resto dei fabbisogni energetici nazionali). Può sembrare
strano ma il riscaldamento, i consumi di energia elettrica, il condizionamento
hanno un ruolo di primo piano. In effetti, se ci pensiamo, ognuno di noi
passa all'interno degli edifici quasi il 90 % delle ore del giorno.
Ecco quindi perchè intervenire nel settore dell'edilizia (terreno
vergine per il risparmio energetico). Fondamentale è
l'impiego delle migliori e più efficaci tecnologie assieme ad una
oculata progettazione, sempre in funzione della tipologia di edificio
a cui ci si rivolge, sia in caso di costruzione che di ristrutturazione.
Infine dobbiamo però renderci
conto che la tecnologia e la progettazione non servono a molto se ognuno
di noi, come utilizzatore finale, non si
responsabilizza e fa la sua parte attuando una corretta gestione del sistema
edificio, giorno per giorno.
Dove e come intervenire
Ogni soluzione costruttiva e di gestione dei consumi si correla strettamente
alla tipologia abitativa dell'edificio.
Gli edifici possono essere individuali o collettivi, a schiera o su più
piani. Anche l'anno di costruzione è importante
poiché più l'edificio è "datato" più
costoso e difficile può essere intervenire. La maggior parte degli
edifici in Europa
è stata costruita prima degli anni '70, quando l'energia aveva
costi molto bassi e quindi difficilmente si pensava
ad una progettazione attenta agli aspetti energetici. Con queste premesse
oggi, con costi dell'energia decine di
volte superiori, ci troviamo di fronte ad una situazione difficile, con
edifici caratterizzati da impianti vecchi, bassi
livelli di isolamento, con alti consumi energetici specifici (200 - 300
kWh/m2 l’anno).
Per vincere la guerra degli sprechi e del risparmio energetico ci vuole
quindi un buon piano d'azione. Si può cominciare
individuando i principali elementi su cui provare a intervenire, comuni
a nuove costruzioni e a edifici già esistenti
magari da ristrutturare:
- il livello di isolamento dell'involucro edificio (tetto, pareti, serramenti);
- il tipo di impianti di servizio all'edificio (riscaldamento, raffrescamento,
acqua calda, illuminazione ed elettrodomestici);
- la ventilazione ed il ricambio d'aria controllati.
Intervenendo su questi aspetti si possono creare i presupposti per una
gestione dell'edificio virtuosa, in grado di
ridurre i consumi mantenendo inalterato il grado di comfort degli impianti
da parte di tutti noi.
Il miglior modo di ridurre i consumi energetici degli impianti è
di avvantaggiarsi utilizzando l'energia e le protezioni
al freddo ed al caldo disponibili naturalmente.
L'esempio più semplice è quello della presenza sulla facciata
sud degli edifici (esposta all'irraggiamento solare
circa cinque volte di più che la zona nord dell'edificio) di superfici
vetrate in grado di far penetrare all'interno i raggi
solari invernali schermando invece, con adeguati dispositivi protettivi,
il calore del sole estivo. Con una buona progettazione, l'inserimento
od il mantenimento di protezioni alla facciata nord, di alberi a foglie
caduche sul fonte sud
ed un orientamento ottimale, si può arrivare già in questo
modo a risparmiare più del 25 % dei consumi per il riscaldamento
e per il raffrescamento.
Il bilancio energetico di un edificio quindi ha una stretta relazione
col contesto in cui è inserito. Per questo è importante
valutare anche la capacità riflettente di luce e calore e l'inerzia
termica delle superfici e delle masse presenti attorno all'edificio. Per
fare un esempio chiarificatore: l'asfalto ha un grado di riflessione molto
basso della luce e del calore incidenti (attorno al 7 - 10 %) e un assorbimento
e un'emissività molto elevati (90 - 93 %). Ecco
perché in generale nelle zone cittadine la temperatura ambientale
è in media più alta che nelle zone rurali.
E' chiaro che poco si potrà fare nei casi in cui la situazione
contingente non permetta azioni su larga scala, è però
importante porsi nell'ordine di idee di applicare la filosofia dello sfruttamento
intelligente del territorio in cui è inserito
l'edificio ogni qualvolta possibile.
Il livello di isolamento
Il passaggio del calore attraverso l'involucro dell'edificio è
sempre somma di tre contributi, quello convettivo (il calore
è ceduto attraverso l'aria), quello conduttivo (la trasmissione
termica avviene tramite "percorsi" a bassa resistenza termica
presenti nella struttura che fungono da scorciatoie per le dispersioni
di calore) e per irraggiamento.
In generale un buon isolamento si può ottenere solo se riusciamo
a ridurre ogni scambio termico non voluto tra
l'interno e l'esterno dell'edificio utilizzando quindi materiali in grado
di ridurre la trasmissione di calore come somma di questi tre contributi.
L'esperienza ci insegna che l'irraggiamento è la causa principale
della trasmissione di calore da ed all'involucro edificio. Si parla, in
inverno, di quote di trasmissione per irraggiamento fino al 80 % mentre
d'estate si può arrivare a oltre il 90 %. Una soluzione possibile
per determinare un aumento della resistenza termica al passaggio del calore
è la progettazione e l'installazione di una tecnologia di isolamento
a sandwich, che preveda magari tra gli strati di isolante di massa l'inserimento
di un isolante riflettente (per esempio posto nel mezzo di un'intercapedine
d'aria di una parete o di una copertura tipo cappotto).
Ogni tipologia di isolamento applicabile dovrà essere funzionale
all'edificio da costruire o ristrutturare. Inoltre il suo
dimensionamento dovrà tenere conto di aspetti contingenti quali:
- le reali temperature di lavoro
- la presenza d'acqua nell'ambiente.
- il naturale invecchiamento a cui sono sottoposti tutti i materiali.
Quello che comunque è sempre importante cercare di raggiungere
è una buona inerzia termica dell'edificio poiché
se gli spessori degli isolamenti e la massa delle pareti sono ben dimensionati
si viene a creare nell'edificio un fenomeno di stabilizzazione della temperatura.
Immagazzinare il calore per poi "cederlo" lentamente nelle ore
più fredde è un po' quello che accade per le località
sulle coste in cui l'acqua del mare e dei laghi, fungendo da volano termico,
rende il clima più mite rispetto alle zone
lontane da specchi d'acqua. Agendo sull'involucro in termini di isolamento
si ottiene inoltre un miglioramento del comfort abitativo (la correzione
dei ponti termici, per esempio, elimina fenomeni responsabili anche di
danni alla salute quali condensa, muffe e batteri) e una maggiore stabilità
e durata del rivestimento nel tempo poichè scompaiono fenomeni
negativi come crepe e lesioni dovute appunto per lo più agli sbalzi
termici (le principali ragioni del degrado delle facciate).
Conclusioni
Recentemente l'Unione Europea ha aggiornato la sua posizione nella politica
energetica ponendosi come obiettivi
entro il 2020:
- il miglioramento dell'efficienza energetica del 20 %,
- un incremento del 20% nell'uso delle fonti di energia rinnovabile,
- l'uso di carburanti biologici per il 10 % dei consumi,
- un incremento del 50% dei fondi destinati alla ricerca,
- il completamento del mercato interno dell'energia con relativa liberalizzazione
per gas ed elettricità.
Viene inoltre consigliata ai singoli Stati membri una diversificazione
delle fonti d'energia, "raccomandando" l'uso
dell'energia nucleare come alternativa energetica da non incrementare
ma da mantenere. Riguardo le politiche
energetiche nazionali e i risultati ad oggi raggiunti l'Italia viene fortemente
criticata poiché "molto lontana dal raggiungere gli obiettivi
fissati sia a livello nazionale sia a livello europeo. Ci sono grandi
elementi di incertezza
dovuti ai recenti cambi politici ed alle ambiguità dell'attuale
disegno politico.
Ci sono restrizioni amministrative, come un sistema complesso per le procedure
di autorizzazione a livello locale,
ed esistono barriere finanziarie che rendono molto elevati i costi di
connessione delle reti".
Per quanto riguarda il resto del mondo, infine, la Commissione Europea
lancia un appello a tutti i paesi industrializzati o in via di sviluppo:
trovare un accordo per una riduzione delle emissioni clima-alteranti del
30 % entro il 2020 (precisando che in caso di accordo internazionale all'UE
potrebbe bastare il 20 % dichiarato come impegno unilaterale).
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