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Omelia del Card. Dionigi Tettamanzi pronunciata durante la Santa Messa
nel XX anniversario della catastrofe della Val di Stava - 19 luglio 2005
Carissimi,
volentieri ho accolto l’invito che mi avete rivolto a presiedere
questa celebrazione eucaristica nel ricordo delle duecentosessantotto
persone morte nell’immane catastrofe che, vent’anni fa come
oggi, quasi in questo stesso orario, ha colpito questa bellissima valle.
Vi ringrazio di vero cuore per questo invito, al quale non ho potuto sottrarmi,
perché qui facciamo rinnovata memoria di una tragedia che ha ferito
mortalmente questa comunità e, con essa, l’intera nazione
italiana e che insieme ha coinvolto, in modo del tutto particolare, la
terra lombarda e milanese: delle vittime che l’improvvisa e devastante
valanga di fango ha provocato ben novantaquattro provenivano dalla Diocesi
di Milano e quarantadue erano della Città di Milano. Per questo,
la mia presenza oggi come Arcivescovo di Milano non ha solo il significato
personale di una condivisione del dolore di quanti sono stati inesorabilmente
separati dagli affetti più cari, ma vuole in particolare raccogliere
e testimoniare la partecipazione e il dolore dell’intera Chiesa
ambrosiana e della comunità milanese.
Sono, dunque, grato al Signore e a voi di poter essere qui insieme con
il vostro Arcivescovo monsignor Luigi Bressan, che saluto fraternamente,
con gli altri sacerdoti concelebranti, con le Autorità locali e
con i rappresentanti di tante realtà che a vario titolo hanno condiviso
questa tragedia: a tutti vada il mio più cordiale saluto per questa
intensa
e commossa celebrazione caratterizzata dal ricordo e dalla memoria.
“Fare memoria”: un bisogno e un dovere
Ci siamo radunati, infatti, ancora una volta come già negli anni
scorsi, per “ricordare”.
Fatto a vent’anni di distanza, il nostro ricordo potrebbe apparire
più fievole e, in qualche modo, un po’ sbiadito, tanto sembra
ormai lontano, travolti come siamo dal ritmo sempre più vorticoso
della nostra esistenza.
Eppure non è così. Non lo è in modo quanto mai singolare
per i familiari delle vittime. Per loro, prima che un dovere, “fare
memoria” è un insopprimibile bisogno del cuore, perché
i tragici fatti di vent’anni fa hanno aperto una ferita che non
riesce a rimarginarsi del tutto.
È vero: dopo la tragedia c’è stata la ricostruzione,
che ha visto l’impegno, la generosità e la responsabilità
di molti; ma niente può ridare alla comunità di Tesero e
ancor più ai familiari gli affetti bruscamente e irrimediabilmente
strappati e le tante, troppe vite stroncate in un attimo improvviso e
tragico che ha mutato in dolore e in lutto un momento di gioia e di serenità.
Se per i familiari è un bisogno, per tutti noi il “fare memoria”
è un dovere. Proprio perché gli anni passano e ci allontanano
sempre più dall’emozione e dal dramma di quei giorni, è
necessario “ricordare” perché ciò che è
avvenuto non vada perso. E il ricordo che siamo chiamati a coltivare e
a tramandare alle generazioni future è ben più significativo
e impegnativo di quello testimoniato dai monumenti e dalle lapidi disseminati
in questa valle: è un “fare memoria” che aiuta a meditare,
che invita a riflettere sugli avvenimenti di quel tragico luglio di vent’anni
fa, che chiede a tutti – ai singoli e alle diverse espressioni della
società e delle istituzioni – di farci “parte attiva”
perché quanto allora è capitato per l’incuria umana
non abbia più a ripetersi. Il vero ricordo consiste nel ritornare,
con
la mente e con il cuore, a quei giorni di buio e insieme di solidarietà
per ritrovare la strada che permette di tramutare in vita la morte e di
camminare in una speranza che sa splendere di luce sempre, anche nelle
tenebre delle difficoltà, della paura e della disperazione.
Uniti nella preghiera
Soprattutto, però, la nostra è una “memoria”
che si fa preghiera, anzi che acquista valore e pienezza di significato
dal “memoriale” per eccellenza, che è l’Eucaristia
e che dall’Eucaristia stessa riceve la sua linfa vitale e il suo
dinamismo inarrestabile.
È dunque, la nostra, una “memoria” che si fa preghiera
di suffragio per tutti coloro che qui sono morti durante o a seguito dei
tragici eventi di vent’anni fa. Per loro invochiamo dal Signore
il dono della vita eterna, la gioia e la pace della comunione intramontabile
con lui.
In realtà, anche noi, come già gli antichi israeliti di
cui ci parlava il brano della prima lettura del secondo libro dei Maccabei
(12, 43-45) siamo qui convenuti per «offrire il sacrificio espiatorio
per i morti», un sacrificio che non è fatto semplicemente
con l’immolazione di animali, ma che consiste nel dono libero e
volontario di Gesù, il quale immola se
stesso nel sacrificio della croce, sorgente viva e inesauribile di redenzione
e di salvezza per tutti. Nell’innalzare al Padre la nostra invocazione
e nell’offrire per i nostri morti il sacrificio della Messa, memoriale
della Pasqua del Signore, ci anima e ci sostiene la speranza, anzi la
certezza, della risurrezione. Sarebbe, infatti, «superfluo e vano
pregare per i morti» se non nutrissimo anche noi, come già
Giuda il Maccabeo, la «ferma fiducia» che i morti risusciteranno.
E così, la nostra preghiera di suffragio si trasforma in una vera
e propria professione di fede: noi oggi facciamo memoria orante dei nostri
defunti, perché crediamo nella risurrezione dei morti e nella vita
eterna.
Dal suffragio per i defunti, la nostra preghiera si allarga e vuole raggiungere
anche coloro che – a causa di incredibili leggerezze, di obiettive
inadempienze, di macroscopici errori di localizzazione e di costruzione
– si sono resi responsabili di quei gravi avvenimenti, alla cui
radice non è difficile individuare una noncuranza per la sicurezza
umana, un uso disordinato delle enormi risorse che il Creatore ha messo
a disposizione degli uomini, una scorretta concezione e realizzazione
dello sviluppo. E così la preghiera che insieme oggi innalziamo
al Signore si fa implorazione della sua misericordia e del dono della
conversione per chi ha sbagliato. E, con la misericordia e la conversione,
chiediamo al Signore di illuminare la mente di quanti, in particolare,
hanno responsabilità economiche, sociali e istituzionali, perché
camminino più speditamente verso un uso intelligente e saggio dei
beni della terra, nel rispetto non solo delle leggi fisiche e di quelle
civili, ma anche di quelle morali, che non si possono impunemente trasgredire.
Infine, in questa nostra preghiera vogliamo comprendere anche tutte le
tragedie che continuano a lacerare il mondo.
Pensiamo non solo alle gravi calamità naturali che seminano morte
e distruzione, ma anche e soprattutto alle tante, troppe forme di ingiustizia,
agli innumerevoli focolai di divisione, di contrapposizione, di odio,
di violenza e di guerra che ancora perdurano nel mondo, ai sempre più
ricorrenti atti disumani e barbarici di un terrorismo vile e diffuso che
non risparmia nessuno, colpisce persone innocenti, insanguina la terra,
semina morte, produce insicurezza e rischia di provocare reazioni sconsiderate
e pure inaccettabili.
Imitando l’esempio e raccogliendo l’indicazione del papa Benedetto
XVI a pochi giorni dagli «atroci attentati terroristici di Londra»,
«preghiamo per le persone uccise» in quelle circostanze come
in ogni altro atto di violenza , «per quelle ferite e per i loro
cari. Ma preghiamo anche per gli attentatori: il Signore tocchi i loro
cuori». E preghiamo perché
«quanti fomentano sentimenti di odio» e «quanti compiono
azioni terroristiche tanto ripugnanti », sappiano ascoltare il monito
fermo e accorato che il Papa ha loro rivolto: «Dio ama la vita,
che ha creato, non la morte. Fermatevi, in nome di Dio!» (Dopo la
recita dell’Angelus, 10 luglio 2005).
Nella tragedia una “dura prova” per la fede
Ma è proprio in questo clima di preghiera che avvertiamo, con tutta
la sua drammaticità, come la catastrofe che stiamo ricordando e
come ogni altra tragedia che colpisca persone ignare e innocenti mettano
a dura prova la nostra fede in Dio e nel suo amore.
In realtà – come ha detto il compianto papa Giovanni Paolo
II nella sua indimenticabile visita compiuta qui a tre anni dalla tragedia
–, «il problema del male in genere, e delle calamità
in particolare, resta un mistero fitto, addirittura assurdo per l’intelletto
umano». E aggiungeva: «L’unico appoggio cui l’uomo
può aggrapparsi è il pensiero che Dio non è mai indifferente
al dolore dei suoi figli, ma vi si è coinvolto drammaticamente
nel suo Unigenito, Gesù Cristo, che fu “soggetto alle nostre
infermità, poiché fu messo alla prova in tutto come noi”
(Ebrei 4, 5)» (Discorso a Stava, 17 luglio 1988). Sì, qui
a Stava, in quel devastante mezzogiorno di vent’anni fa, è
apparso quanto mai evidente – come diceva Sua Eccellenza monsignor
Gottardi due giorni dopo la catastrofe – che «la morte è
mistero; ma quando essa colpisce improvvisamente e indiscriminatamente
anziani e bimbi, uomini e donne, distruggendo intere famiglie, separando
i congiunti, dissociando duramente e crudamente gli amici, quel mistero
diviene umanamente più che mai inspiegabile. Si sarebbe tentati
di dire: assurdo» (Omelia, 21 luglio 1985).
Ed è proprio di fronte a questo mistero umanamente assurdo che
c’è spazio solo per l’interrogativo lancinante e insopprimibile,
che sembra rimanere senza risposta: “Perché?”. È
lo stesso angoscioso interrogativo che Gesù ha rivolto al Padre
dall’alto della croce: «Dio mio, Dio mio, perché mi
hai abbandonato?» (Matteo 27, 46). Ma, pur essendo gridato nel momento
dell’angoscia più profonda, quello di Gesù è
un interrogativo – annotava ancora monsignor Gottardi – che
il Figlio di Dio rivolge al Padre «senza arroganza o disperazione,
ma in umile richiesta di soccorso; per averne luce e consolazione»
(ivi).
E così, l’interrogativo che sgorga come un grido incontrollabile
dal nostro cuore ripensando ancora una volta alla tragedia che stiamo
ricordando lascia lo spazio al silenzio e all’adorazione: sono,
questi, gli unici atteggiamenti possibili a chi, pur provato, continua
ad aver fede; anzi sono, questi, gli unici atteggiamenti in qualche modo
già presenti e compresi nell’interrogativo e nel grido che
rivolgiamo a Dio. Infatti, chiedendo a Dio il “perché”
di tutto questo mistero di morte, noi già ci disponiamo ad accogliere
e a riconoscere il mistero di un Dio che può sembrare addirittura
distratto o assente, ma al qualche abbiamo ancora la forza di rivolgerci,
sì quasi per chiedergli spiegazioni, ma in realtà perché
lo riconosciamo come nostro interlocutore, anzi come l’unico che
può dirci qualche cosa che possa orientare la nostra vita e consolare
il nostro cuore.
Nella Pasqua di Cristo la morte diventa fonte di
vita
E la parola che il Padre ha da dirci è il mistero del suo Figlio
Gesù che, venuto a condividere ogni nostra esperienza di dolore,
anche la più buia e la più assurda, nella sua Pasqua –
che qui noi ora stiamo rivivendo con la celebrazione eucaristica –
ha saputo trarre la vita dalla morte. L’esperienza della Pasqua
ci dice, in realtà, che la morte di Gesù è sì
il più tragico e assurdo evento della storia, ma è, nello
stesso tempo, l’inizio di una nuova storia.
Proprio qui, nella Pasqua di Gesù, ossia nella sua morte redentrice
e nella sua risurrezione, la fragilità e il limite di ogni vicenda
umana, anche della più incomprensibile, vengono in qualche modo
riscattati e superati e acquistano, oltre ogni attesa e ogni passeggera
illusione, valore come di un parto, segnano l’inizio di una nuova
nascita.
Così è stato anche nell’esperienza seguita alla tragedia
che ha sconvolto questo luogo e le persone che lo abitavano o vi soggiornavano
vent’anni fa. Alla morte seminata da una valanga di fango che ha
sepolto cose e persone e, con esse, la vita, le attese e le speranze di
molti, è subentrata, forse anche in misura maggiore di quella che
ci si poteva attendere, una “vita” fatta di solidarietà,
di vicinanza, di generosità, di impegno, di ricostruzione.
Così è testimoniato anche dalla scritta incisa sul monumento
in bronzo donato dalle popolazioni del Vajont «ai superstiti della
Valle di Stava affratellati nell’identica sciagura». Vi leggiamo
infatti: «La solidarietà dell’uomo fa tornare più
forte la vita là ove più grande fu distruzione e sofferenza».
E che così sia avvenuto, l’ha affermato proprio qui anche
il papa
Giovanni Paolo II il 17 luglio 1988: «Possiamo e dobbiamo constatare
con gratitudine – così egli diceva – anche la presenza
della paternità di Dio nelle ore della prova, quando Egli ha dato
forza, ha suscitato energie, ha aperto strade, che solo una potenza infinita
e piena di amore può e sa assicurare. Questo hanno testimoniato
quanti sono qui accorsi in quei giorni a donare energie, tempo e cuore.
Questo voi avete dimostrato di capire e di vivere; questo anche oggi vi
proponete per l’avvenire quale risultato positivo di quell’ora
tragica della vostra storia». Ricordare oggi tutto questo significa
accogliere la sfida che viene lanciata anche a noi, alla nostra libertà
e alla nostra responsabilità, in questo preciso momento. È
la sfida di far nascere la vita dalla morte. È la sfida di trasformare
la memoria di un momento di morte in un impegno rinnovato per la costruzione
di una vita nuova e rinnovatrice, una vita cioè nel segno dell’amore,
della condivisione, della solidarietà, della giustizia, del rispetto
di ogni uomo e donna, del riconoscimento, della tutela e della promozione
della vita di tutti e di ciascuno. Ed è una sfida che possiamo
accogliere ed affrontare con fiducia e con coraggio perché l’Eucaristia
che stiamo celebrando ci fa partecipi dell’esperienza stessa di
Gesù che, dalla sua morte sulla croce, ha fatto sgorgare una nuova
vita. È proprio l’Eucaristia che ci rende capaci di non lasciarci
imprigionare e fermare da nessuna tragedia ma di continuare a camminare,
saldi e irremovibili, nella via della carità e della solidarietà,
che sole sanno dare senso pieno alla vita di ogni persona e dell’intera
società.
Perché fiorisca la vita, continuare a seminare gesti concreti
di solidarietà
Diventa, allora, quanto mai attuale e concreto il messaggio che ci viene
dalla seconda lettura (Romani 12, 9-16) e dal Vangelo di questa Messa
(Luca 10, 25-37). È, nell’uno come nell’altro caso,
un messaggio che suona come invito pressante alla carità. Siate
«solleciti per le necessità dei fratelli, premurosi nell’ospitalità»:
a questo, in particolare, ci sprona san Paolo, con la sua esortazione
a una carità che «non abbia finzioni».
Di questa sollecitudine per le necessità dei fratelli sono stati
testimoni eloquenti i quasi diecimila soccorritori che operarono qui,
in Val di Stava, nelle tre settimane successive alla tragedia che oggi
ricordiamo. Anche di questo noi oggi vogliamo fare grata memoria. E così
la nostra Eucaristia si fa corale preghiera di ringraziamento per la generosità
e l’abnegazione con cui vigili del fuoco, militari di leva, appartenenti
alle Forze dell’Ordine, volontari delle Organizzazioni di soccorso
e della Protezione Civile, unità cinofile, rocciatori e sommozzatori
e molti altri ancora si sono prodigati in quei giorni e hanno lasciato
un segno di autentica solidarietà. Pensando a tutte queste persone,
che hanno riprodotto nella loro esperienza qualche tratto del buon samaritano,
sentiamo risuonare ancora una volta l’appello di Gesù, con
cui si conclude il Vangelo oggi proclamato: «Va’ e anche tu
fa’ lo stesso». È l’appello a rivivere oggi,
di fronte a ogni uomo incappato nei briganti, spogliato dei suoi beni
e della sua dignità e lasciato mezzo morto sul ciglio della strada,
la stessa carità testimoniata dal Samaritano.
Egli – leggiamo nel Vangelo –, passando accanto a quell’uomo,
«lo vide e n’ebbe compassione ». La carità che
siamo chiamati a vivere è, allora, l’atteggiamento di chi,
invece di “passare oltre”, non disdegna di “passare
accanto” all’uomo che incontra e di “farsi suo prossimo”,
ma anzi “lo vede”, ossia posa il suo sguardo attento e disponibile
su di lui, e “ne ha compassione”, diventando compartecipe
di ciò che quello stesso uomo sta vivendo, con l’atteggiamento
di chi piange con coloro che sono nel pianto.
È, ancora, una carità che si fa così solidale da
assumere i tratti della concretezza più attenta e più semplice,
pur di fare tutto ciò che può essere utile all’uomo
che è nel bisogno.
Proprio come fece il Samaritano che «gli si fece vicino, gli fasciò
le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento,
lo portò a una locanda e si prese cura di lui» e che, non
potendo fare personalmente tutto ciò che era necessario, rimettendoci
di tasca propria, lo affidò a chi aveva più possibilità
di intervenire e di aiutarlo. Così, infatti, precisa Gesù
nella parabola: «Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede
all’albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai
in più, te lo rifonderò al mio ritorno».
Di questa carità solidale e concreta, che sa anche suscitare le
collaborazioni necessarie, ha quanto mai bisogno il nostro mondo.
Di questa stessa carità e solidarietà noi tutti possiamo
e dobbiamo essere gli artefici convinti, appassionati, competenti e generosi.
Anche a livello associato. Ma, soprattutto e innanzitutto, a livello personale.
L’appello di Gesù, infatti, è sì rivolto a
«un dottore della legge». Ma questo dottore della legge, di
cui non ci è detto il nome, è in qualche modo la figura
di ciascuno di noi. Per ciascuno personalmente è, allora, la parola
impegnativa e invitante di Gesù: «Va’ e anche tu fa’
lo stesso».
Mentre facciamo memoria orante di quanti sono morti nella tragedia di
vent’anni fa e mentre esprimiamo la nostra gratitudine a coloro
che, dopo quella tragedia, hanno operato con vero spirito di solidarietà,
eleviamo allora la nostra preghiera per tutti e per ciascuno di noi, perché
amando i fratelli con sincerità di cuore sappiamo sempre far nascere
la vita anche dalla morte. Così che anche là dove ci sono
sofferenza, tragedia e disperazione possa continuare a fiorire la speranza.
+ Dionigi card. Tettamanzi
Arcivescovo di Milano
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