| (“Too
many people think money is more important than life”.
Da questa frase, consegnata in una intervista dal Dott. Carlo Ancona,
giudice istruttore al processo di Stava, vorrei partire per proporre alcune
riflessioni.
La tragedia del 19 luglio 1985, con il suo pesante fardello di 268 vittime,
è l’emblema di fatti che, quand’anche meno evidenti,
accadono ancora quotidianamente nelle nostre realtà: tali fatti
traggono troppo spesso, e forse in maniera crescente, origine nella ricerca
del massimo profitto col minimo investimento. Poco importa che a pagare
per tutto questo siano persone innocenti, che hanno la sfortuna di vivere
nel posto sbagliato nel momento sbagliato! E non mi riferisco solo ai
terribili disastri di Stava, del Vajont, o di Seveso o di Bhopal, ma anche
alle vicende meno eclatanti, ma altrettanto gravi e tragiche, dei lutti
causati dai petrolchimici di Marghera e di Brindisi o, ancora, di troppe
realtà produttive dove, talvolta con tacite connivenze, spesso
agitando lo spettro del ricatto occupazionale, società
ed imprenditori sacrificano deliberatamente la sicurezza, l’ambiente
ed il rispetto delle regole in nome di qualche punto percentuale in più
nel bilancio aziendale.
Cosa rappresentavano, infatti, quei bacini, quelle “discariche di
miniera”, se non una scorciatoia per garantire minori costi (di
smaltimento, di realizzazione, …) e maggiori profitti?
Se non la materializzazione dell’idea che quel modello di sviluppo,
che tanto aveva dato, anche in termini economici, per molti anni, era
vincente e non poteva che proseguire senza interruzione per gli anni a
venire, o almeno fino alla scoperta di un business più redditizio?
Certo, oggi abbiamo conoscenze più approfondite su come evitare
simili disastri, su come rendere più sicuri quegli impianti, su
come prevenire i rischi ad essi connessi, ed anche su come intervenire
al meglio quando gli incidenti, nonostante tutto, si verificano!
Ma il monito che ancora oggi ci manda questa tragedia, come le tante tragedie
“minori” che ogni giorno avvengono, attiene a questioni di
ordine più generale ed a temi più profondi: il rapporto
tra l’uomo e la sua Terra, il rapporto dell’uomo con i suoi
simili, la posizione che, nella scala dei valori delle nostre società,
hanno il rispetto della vita ed il
successo economico.
Si parla sempre più spesso, da qualche anno a questa parte, di
sviluppo sostenibile, del percorso delle Agende 21 Locali, della certificazione
ambientale delle aziende; ma, purtroppo, si parla anche, e sempre più,
dei diritti, e non solo sindacali, violati, della precarizzazione dei
rapporti di lavoro, della globalizzazione dell’economia, che viene
interpretata in modo crescente come un’occasione per reperire sul
mercato mano d’opera a basso costo.
Poco importa che ciò avvenga in Paesi con un reddito medio pro
capite al di sotto della soglia di povertà, dove la gente, pur
di lavorare, è disposta a tutto: a rinunciare ad un salario decoroso,
a rinunciare ai propri diritti, alla propria sicurezza, alla propria salute,
al proprio ambiente…e dunque alle proprie radici ed alla propria
dignità!
Stava 20 anni dopo ha saputo ricostruirsi: ha assecondato la vocazione
del proprio territorio, e sta divenendo sempre più una terra che
vuole coniugare il turismo, l’agricoltura ed il suo bellissimo ambiente
naturale. Questo però, comporta fare delle scelte!
Scegliere di rinunciare ad ospitare insediamenti pericolosi ed inquinanti,
per favorire attività compatibili con le caratteristiche del proprio
territorio.
Ma non basta! La nostra società deve pretendere che, anche laddove
tali insediamenti debbano essere realizzati, vengano costruiti con il
massimo di sicurezza e di rispetto dell’ambiente possibile, arrivando
a rinunciare ad acquistare prodotti realizzati in fabbriche che non rispettino
quegli standard cautelativi che esigeremmo se fossero realizzati a casa
nostra! Non basta limitarsi a difendere il proprio territorio, se poi
si scarica su altre genti e su altre aree la responsabilità di
gestire i risvolti negativi dello sviluppo e dei processi produttivi!
Lo sviluppo sostenibile non può andare a braccetto con la sindrome
NIMBY!
E questo, ritengo, ci chiede oggi la tragedia di Stava:
- valutare con attenzione le vocazioni del proprio territorio e, solo
partendo da queste, tracciare un percorso di sviluppo che abbia come riferimento
non unicamente il benessere economico, ma anche la salute e la sicurezza
della popolazione e che, soprattutto, miri a consegnare alle generazioni
future un territorio che sia il più intatto possibile;
- agire perché su scala globale si trasferiscano nei Paesi più
deboli non tanto le contraddizioni delle società industrializzate,
ma, assieme alle commesse, anche i diritti e le regole acquisiti attraverso
anni di lotte delle generazioni che ci hanno preceduto. È con grande
interesse che negli ultimi anni la Provincia di Mantova ha seguito le
attività di quanti si sono dati l’obiettivo di far conoscere,
per ricordare, la tragedia di Stava; undici furono i concittadini mantovani
che persero la vita in quella occasione e perché questi non siano
morti invano occorre mettere in campo tutte le iniziative possibili perché
simili tragedie non possano più accadere.
L’anno scorso abbiamo organizzato un incontro con le scuole, molto
partecipato, ritenendo fosse di grande importanza rendere coscienti i
giovani, futura classe dirigente, di questa tragedia, dell’atteggiamento
umano colposo, della superficialità e della leggerezza di chi si
occupò della costruzione dei bacini di decantazione e, soprattutto,
del mancato rispetto del territorio; cercheremo di organizzarne altri
nei prossimi mesi. Per finire, un augurio di buon lavoro all’Associazione
ambientalista ACLI-Anni Verdi, che si sta impegnando a promuovere iniziative
di studio e di ricerca per la difesa dell’ambiente e per un uso
più corretto del territorio, alla quale va tutto il nostro plauso.
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