| (Fazzuoli):
"Bianchi, che si fa? Ci accontentiamo delle leggi sperando che ci
siano controlli più efficaci? Bisogna fare delle opere più
profonde, bisogna cambiare qualche cosa nella mentalità?".
Lo dicevo poco fa, con l'amico Scabini: approfondimento, competenze…dottor
Boda, che tristezza; e se guardate bene, perfino quello stupendo arazzo,
che rappresenta un Sant'Ambrogio palesemente artritico e male in arnese,
sembra quasi a composizione di luogo per questa riflessione.
Io allora c'ero, come presidente regionale delle ACLI, e ricordo, per
esempio, di essermi dato tanto da fare per riuscire a fare andare in quel
luogo di vacanza l'allora presidente dei laureati cattolici della Lombardia,
l'ingegnere Motta e sua sorella; e anche alle udienze, soprattutto alle
principali; ricordo perfettamente, quella mattina a Trento: c'erano anche
il prof. Villa ed il prof. Federico Stella, che svolse un intervento eccezionale,
competente, fatto con una passione enorme (io arrivavo da Roma, quella
mattina, e il prof. Stella era così sudato che dovetti prestargli
una camicia, tanto era fradicio!); da una parte la competenza, e dall'altra
il coinvolgimento rispetto a queste cose. Non si tratta soltanto di un
fatto passionale, di calore, perché credo ci sia anzitutto (poi
entrerò nell'aspetto del rapporto, per quanto mi è riuscito
d'affrontarlo, in Commissione Esteri) politica, scienza, tecniche, salvaguardia
ambientale. La prima cosa che volevo rimarcare è un problema che
abbiamo a livello personale e anche come ACLI: il dovere della memoria.
Noi commettiamo spessissimo l'errore di pensare che momenti che sono stati
significativi per noi lo siano anche per
le generazioni successive. Non è affatto così. È
come se le bobine venissero cancellate. Lo dico sempre: il mio computer
– io passo per un "dossettiano" – ogni volta che
batto "Dossetti", scrive "Rossetti", quando, poi,
batto “Fazzuoli”, mi scrive “mazzuoli”! Non è
malvagità delle tecnologie, è il senso…
C'è questo dovere della memoria, nel passaggio tra generazioni,
anche perché il "mai più" – che riguarda
il futuro (noi non stiamo solo lavorando sulla memoria, anche la competenza
è messa al servizio del fatto che alcune condizioni non si debbano
più riprodurre) – è nel rapporto tra il passato ed
il futuro e quindi il primo dovere è anche politico, da questo
punto di vista. Insisto, pensateci: questo è il Paese che potrebbe
fare un album dei comitati dei parenti delle vittime.
Sono stufo di partecipare a riunioni dove continuo a vedere allungarsi
l'album! L'8 ottobre, le vittime della tragedia dell'aereo a Linate. Subito
dopo le vacanze (o immediatamente prima, non ricordo bene) a Montecitorio,
in Vicolo Valdina, il comitato dei parenti delle vittime "Moby Prince",
quel traghetto di cui si disse che l'equipaggio stava vedendo la partita.
Bufale inesistenti!
Osservo poi, che a Stava non siamo molto lontani da Ustica. Quante volte,
anche lì, ho partecipato a rievocazioni; abbiamo un elenco incredibile
che non è solo il "viale delle rimembranze", è
un problema di democrazia, è un problema politico: come la memoria
possa essere organizzata, perché queste tragedie non si ripetano
più.
Ne cito ancora una (più di me vi lavora il mio gemello sestese,
il senatore Antonio Pizzinato): le vittime dell'amianto. Un tumore che
veniva incubato fino a vent'anni. Mio padre ha lavorato agli altiforni
ed è morto a sessantuno anni. Anche le mogli, che lavavano le tute
d'amianto, ingerivano i germi del cancro. Siamo pieni di questi fatti,
ed io credo
che una riflessione anche qui vada fatta, e non soltanto in termini di
"ricordanza", ma politici.
Ripeto: è tempo d'organizzare meglio la memoria, proprio perché
catastrofi di questo tipo non si ripetano. Veniamo ora alle responsabilità.
Io ricordo ancora (poi andrò a rileggermi qualche testo, non avendolo
fatto prima) l'arringa del prof. Federico Stella. Delineò un'imputazione
chiarissima: “white collar”, il delitto dei colletti bianchi;
c’era tutta una
giurisprudenza, che si fondava su quella statunitense degli anni '30;
anche là, infatti, si erano verificati casi, all’interno
di un capitalismo selvaggio, nei quali si erano piazzati gli invasi dove
capitava, e dove non ci voleva il genio idraulico di Leonardo per capire
che non dovevano essere messi là. Si ricavava un’eloquente
rappresentazione del grande capitalismo di quel Paese.
Il "delitto dei colletti bianchi" è proprio questo: un
profitto che in nome di sé stesso non riconosce assolutamente garanzie.
In quel caso bastava la vista, non ci voleva nemmeno la grandissima competenza,
che qui é stata mostrata, del prof. Villa. Questo è un elemento
– mi riferisco alla mia esperienza - che ritrovate diffuso a livello
di globalizzazione. Io sono il relatore della legge per la remissione
del debito verso l’Italia dei Paesi indebitati in
maniera bilaterale o multilaterale; legge (del luglio 2000) molto bella,
copiata da altri parlamenti, solo pochi articoli . Che cosa è venuto
fuori? Io ho fatto una serie d'audizioni (la Camera ha questa possibilità);
in Commissione tu chiami degli esperti; siccome la cosa era fatta sull'onda
del Giubileo, chiamai il Cardinale Nicora e così via.
Una delle cose incredibili era questa: avendo chiamato membri di primo
livello della Banca Mondiale, del Fondo Monetario Internazionale, del
Club di Parigi, c'eravamo resi conto che in certi luoghi dove si era intervenuti,
in particolare sui paesi del "Terzo Mondo", con capitali così
concessi, si era provocata desertificazione. Si erano quindi dovute spostare
150-200.000 persone a causa di quell'intervento tecnologicamente avanzato,
fatto in nome del profitto e del progresso. Vi lascio immaginare: l'Africa
è piena di sfollati. Mi vengono i brividi solo a pensarci!
Ai dirigenti di queste organizzazioni valeva l’obbligo di non guardare
solo la legittimità del contratto, ma anche la ricaduta sociale.
Ci può essere una cosa più banale di questa?
A questo punto si manifestano tutti i problemi che passano sotto il nome
di “impatto ambientale”.
Il Protocollo di Kyoto, al quale Bush si è opposto, è già
grandemente insufficiente rispetto alla situazione e ancora non è
stato firmato.
Da questo punto di vista, siamo davvero di fronte ad una tragica forbice
rispetto alle esigenze che le popolazioni hanno, che si giovano anche
di competenze molto avanzate, ma che spesso nascono dalla quotidianità.
Insisto: non ci vuole la genialità di Leonardo, da questo punto
di vista; purtroppo, però, oltre la scelta di profitto, non si
vede altro.
Ho letto molto; è sterminata la letteratura, grazie a Dio. C’è
una cosa che stupisce: le migliori critiche a questo sistema sono fatte
da coloro che l'hanno gestito; ossia, se volete una critica puntuale della
Banca Mondiale dovete leggere il premio Nobel, se volete una critica puntuale
del Fondo monetario dovete leggere lo scienziato che ha preso qualche
anno fa la laurea honoris causa. Il dramma è che queste critiche
“puntuali” le fanno qualche anno dopo essere andati in pensione.
Se ci fosse una conversione anticipata, da questo punto di vista, probabilmente
sarebbe meglio; non è che manchino i ripensamenti, solo che li
raccontano dopo. Questo è davvero un corpo senz'anima; penso che
l’osservazione migliore sia stata fatta dal vecchio scienziato ultranovantenne:
“Sapete che cos'è il bello di
questo rapporto tra tecnologie e capitale nella globalizzazione? Che ogni
tanto i soldi si separano dai cretini!". Pare che succeda troppo
raramente, ed io credo che ci sia un bisogno dell’intervento della
politica. Chiudo su un punto: a che cosa servono cose tipo quella che
stiamo facendo oggi? Servono, servono!
Le istituzioni fanno leggi se c'è un'opinione pubblica sensibile
rispetto a queste cose, che preme, che organizza eventi. Io l'ho visto
anche per quella famosa legge della remissione dei debiti. C'era in giro
una grande disaffezione dopo la Somalia (in Somalia non c'è più
uno Stato; passa tutto di lì, dai computer alle auto; è
il porto franco dell'Africa). È bastato che Jovanotti andasse a
Sanremo, per far emergere dal “rap” un orientamento favorevole
dell'opinione pubblica che, in quell’occasione, abbiamo saputo cogliere
e mettere nelle vesti di una politica, altrimenti stanca ed ancorata malamente.
Credo che ravvivare il ricordo e mantenere alta la pressione sia molto
importante. Il "mai più" richiede la vigilanza e le competenze,
ma è essenziale anche la pressione dell'opinione pubblica, perché
– insisto – spesso le leggi non mancano. Stavo pensando a
quanto l’ing. Boda osservava rispetto agli Ispettorati del lavoro,
che ci sono, e dei quali abbiamo aumentato anche gli organici. Ci sono
queste cose, ma se non c'è questa spinta costante…
è un fatto di democrazia. Diceva il grande Luigi Sturzo che la
democrazia non è un guadagno fatto una volta per tutte; occorre
che, ogni tanto, la gente si mobiliti. Sono tante le sigle dei parenti
in comitato delle vittime; ormai si può fare un album, da questo
punto di vista, nel Paese. È bene che tutto questo ci sia, e che
abbia una sua capacità d'organizzazione, perché, anche in
presenza di competenze e apparati normativi adeguati, senza questa “corrente
calda” la democrazia non funziona.
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