Tratto da:
XX° Anniversario della
tragedia di Stava

GIOVANNI BIANCHI
Presidente Nazionale delle ACLI nel 1985
Commissione Esteri della Camera dei Deputati
Di Baio Editore

(Fazzuoli): "Bianchi, che si fa? Ci accontentiamo delle leggi sperando che ci siano controlli più efficaci? Bisogna fare delle opere più profonde, bisogna cambiare qualche cosa nella mentalità?".

Lo dicevo poco fa, con l'amico Scabini: approfondimento, competenze…dottor Boda, che tristezza; e se guardate bene, perfino quello stupendo arazzo, che rappresenta un Sant'Ambrogio palesemente artritico e male in arnese, sembra quasi a composizione di luogo per questa riflessione.
Io allora c'ero, come presidente regionale delle ACLI, e ricordo, per esempio, di essermi dato tanto da fare per riuscire a fare andare in quel luogo di vacanza l'allora presidente dei laureati cattolici della Lombardia, l'ingegnere Motta e sua sorella; e anche alle udienze, soprattutto alle principali; ricordo perfettamente, quella mattina a Trento: c'erano anche il prof. Villa ed il prof. Federico Stella, che svolse un intervento eccezionale, competente, fatto con una passione enorme (io arrivavo da Roma, quella mattina, e il prof. Stella era così sudato che dovetti prestargli una camicia, tanto era fradicio!); da una parte la competenza, e dall'altra il coinvolgimento rispetto a queste cose. Non si tratta soltanto di un fatto passionale, di calore, perché credo ci sia anzitutto (poi entrerò nell'aspetto del rapporto, per quanto mi è riuscito d'affrontarlo, in Commissione Esteri) politica, scienza, tecniche, salvaguardia ambientale. La prima cosa che volevo rimarcare è un problema che abbiamo a livello personale e anche come ACLI: il dovere della memoria. Noi commettiamo spessissimo l'errore di pensare che momenti che sono stati significativi per noi lo siano anche per
le generazioni successive. Non è affatto così. È come se le bobine venissero cancellate. Lo dico sempre: il mio computer – io passo per un "dossettiano" – ogni volta che batto "Dossetti", scrive "Rossetti", quando, poi, batto “Fazzuoli”, mi scrive “mazzuoli”! Non è malvagità delle tecnologie, è il senso…
C'è questo dovere della memoria, nel passaggio tra generazioni, anche perché il "mai più" – che riguarda il futuro (noi non stiamo solo lavorando sulla memoria, anche la competenza è messa al servizio del fatto che alcune condizioni non si debbano più riprodurre) – è nel rapporto tra il passato ed il futuro e quindi il primo dovere è anche politico, da questo punto di vista. Insisto, pensateci: questo è il Paese che potrebbe fare un album dei comitati dei parenti delle vittime.
Sono stufo di partecipare a riunioni dove continuo a vedere allungarsi l'album! L'8 ottobre, le vittime della tragedia dell'aereo a Linate. Subito dopo le vacanze (o immediatamente prima, non ricordo bene) a Montecitorio, in Vicolo Valdina, il comitato dei parenti delle vittime "Moby Prince", quel traghetto di cui si disse che l'equipaggio stava vedendo la partita.
Bufale inesistenti!
Osservo poi, che a Stava non siamo molto lontani da Ustica. Quante volte, anche lì, ho partecipato a rievocazioni; abbiamo un elenco incredibile che non è solo il "viale delle rimembranze", è un problema di democrazia, è un problema politico: come la memoria possa essere organizzata, perché queste tragedie non si ripetano più.
Ne cito ancora una (più di me vi lavora il mio gemello sestese, il senatore Antonio Pizzinato): le vittime dell'amianto. Un tumore che veniva incubato fino a vent'anni. Mio padre ha lavorato agli altiforni ed è morto a sessantuno anni. Anche le mogli, che lavavano le tute d'amianto, ingerivano i germi del cancro. Siamo pieni di questi fatti, ed io credo
che una riflessione anche qui vada fatta, e non soltanto in termini di "ricordanza", ma politici.
Ripeto: è tempo d'organizzare meglio la memoria, proprio perché catastrofi di questo tipo non si ripetano. Veniamo ora alle responsabilità. Io ricordo ancora (poi andrò a rileggermi qualche testo, non avendolo fatto prima) l'arringa del prof. Federico Stella. Delineò un'imputazione chiarissima: “white collar”, il delitto dei colletti bianchi; c’era tutta una
giurisprudenza, che si fondava su quella statunitense degli anni '30; anche là, infatti, si erano verificati casi, all’interno di un capitalismo selvaggio, nei quali si erano piazzati gli invasi dove capitava, e dove non ci voleva il genio idraulico di Leonardo per capire che non dovevano essere messi là. Si ricavava un’eloquente rappresentazione del grande capitalismo di quel Paese.
Il "delitto dei colletti bianchi" è proprio questo: un profitto che in nome di sé stesso non riconosce assolutamente garanzie. In quel caso bastava la vista, non ci voleva nemmeno la grandissima competenza, che qui é stata mostrata, del prof. Villa. Questo è un elemento – mi riferisco alla mia esperienza - che ritrovate diffuso a livello di globalizzazione. Io sono il relatore della legge per la remissione del debito verso l’Italia dei Paesi indebitati in
maniera bilaterale o multilaterale; legge (del luglio 2000) molto bella, copiata da altri parlamenti, solo pochi articoli . Che cosa è venuto fuori? Io ho fatto una serie d'audizioni (la Camera ha questa possibilità); in Commissione tu chiami degli esperti; siccome la cosa era fatta sull'onda del Giubileo, chiamai il Cardinale Nicora e così via.
Una delle cose incredibili era questa: avendo chiamato membri di primo livello della Banca Mondiale, del Fondo Monetario Internazionale, del Club di Parigi, c'eravamo resi conto che in certi luoghi dove si era intervenuti, in particolare sui paesi del "Terzo Mondo", con capitali così concessi, si era provocata desertificazione. Si erano quindi dovute spostare 150-200.000 persone a causa di quell'intervento tecnologicamente avanzato, fatto in nome del profitto e del progresso. Vi lascio immaginare: l'Africa è piena di sfollati. Mi vengono i brividi solo a pensarci!
Ai dirigenti di queste organizzazioni valeva l’obbligo di non guardare solo la legittimità del contratto, ma anche la ricaduta sociale. Ci può essere una cosa più banale di questa?
A questo punto si manifestano tutti i problemi che passano sotto il nome di “impatto ambientale”.
Il Protocollo di Kyoto, al quale Bush si è opposto, è già grandemente insufficiente rispetto alla situazione e ancora non è stato firmato.
Da questo punto di vista, siamo davvero di fronte ad una tragica forbice rispetto alle esigenze che le popolazioni hanno, che si giovano anche di competenze molto avanzate, ma che spesso nascono dalla quotidianità. Insisto: non ci vuole la genialità di Leonardo, da questo punto di vista; purtroppo, però, oltre la scelta di profitto, non si vede altro.
Ho letto molto; è sterminata la letteratura, grazie a Dio. C’è una cosa che stupisce: le migliori critiche a questo sistema sono fatte da coloro che l'hanno gestito; ossia, se volete una critica puntuale della Banca Mondiale dovete leggere il premio Nobel, se volete una critica puntuale del Fondo monetario dovete leggere lo scienziato che ha preso qualche anno fa la laurea honoris causa. Il dramma è che queste critiche “puntuali” le fanno qualche anno dopo essere andati in pensione. Se ci fosse una conversione anticipata, da questo punto di vista, probabilmente sarebbe meglio; non è che manchino i ripensamenti, solo che li raccontano dopo. Questo è davvero un corpo senz'anima; penso che l’osservazione migliore sia stata fatta dal vecchio scienziato ultranovantenne: “Sapete che cos'è il bello di
questo rapporto tra tecnologie e capitale nella globalizzazione? Che ogni tanto i soldi si separano dai cretini!". Pare che succeda troppo raramente, ed io credo che ci sia un bisogno dell’intervento della politica. Chiudo su un punto: a che cosa servono cose tipo quella che stiamo facendo oggi? Servono, servono!
Le istituzioni fanno leggi se c'è un'opinione pubblica sensibile rispetto a queste cose, che preme, che organizza eventi. Io l'ho visto anche per quella famosa legge della remissione dei debiti. C'era in giro una grande disaffezione dopo la Somalia (in Somalia non c'è più uno Stato; passa tutto di lì, dai computer alle auto; è il porto franco dell'Africa). È bastato che Jovanotti andasse a Sanremo, per far emergere dal “rap” un orientamento favorevole dell'opinione pubblica che, in quell’occasione, abbiamo saputo cogliere e mettere nelle vesti di una politica, altrimenti stanca ed ancorata malamente.
Credo che ravvivare il ricordo e mantenere alta la pressione sia molto importante. Il "mai più" richiede la vigilanza e le competenze, ma è essenziale anche la pressione dell'opinione pubblica, perché – insisto – spesso le leggi non mancano. Stavo pensando a quanto l’ing. Boda osservava rispetto agli Ispettorati del lavoro, che ci sono, e dei quali abbiamo aumentato anche gli organici. Ci sono queste cose, ma se non c'è questa spinta costante…
è un fatto di democrazia. Diceva il grande Luigi Sturzo che la democrazia non è un guadagno fatto una volta per tutte; occorre che, ogni tanto, la gente si mobiliti. Sono tante le sigle dei parenti in comitato delle vittime; ormai si può fare un album, da questo punto di vista, nel Paese. È bene che tutto questo ci sia, e che abbia una sua capacità d'organizzazione, perché, anche in presenza di competenze e apparati normativi adeguati, senza questa “corrente calda” la democrazia non funziona.