| Cara
professoressa Scabini,
desidero ringraziarLa per la Sua partecipazione al nostro incolmabile
dolore e, attraverso di Lei, ringraziare i famigliari tutti delle vittime
del disastro di Stava.
Come Lei avrà sentito, anche nella sua ultima lezione (a febbraio,
consumato dal male) Federico ha parlato agli studenti di loro, ricordando
in particolare il più colpito tra noi.
Spero di farLe cosa gradita inviandoLe il testo della lettera che gli
studenti di quest’anno hanno scritto e letto in chiesa. È
vero che niente può compensare le perdite subite, ma almeno per
chi legge gli scritti di Federico non sarete dimenticati.
Grazie a tutti dell’affetto e della riconoscenza che avete per lui,
in tempi in cui la riconoscenza è più che mai un concetto
sconosciuto.
Renata Stella
Lettera di ringraziamento degli allievi dell’Università
Cattolica di Milano al prof. Federico Stella letta durante il rito funebre
da Tibisay Morgandi, studentessa del terzo anno di Giurisprudenza.
Caro Professor Stella,
ci eravamo preparati ad accoglierLa in Aula Magna con i fiori della festa
in mano e la gioia nel cuore, dopo aver sperato e pregato per la Sua salvezza.
E ci siamo ritrovati stamane nella Cappelletta del Sacro Cuore, in cui
tante volte, a fine lezione, esortava i Suoi ragazzi a sostare per un
minuto di raccoglimento e preghiera.
Ma voglio rivolgermi a lei come si parla ad una persona viva e cara, che
parte per un viaggio non breve. E, a nome degli innumerevoli allievi presenti
e non presenti, voglio ringraziarLa, Professor Stella, per la ricchezza
intellettuale e spirituale che ha versato a piene mani nel Suo trentennale
magistero di educatore, nella mente e nell’animo di tante
giovani generazioni. Talché, per noi allievi, la scienza del diritto
penale non si è mai separata, nel Suo insegnamento, dalla riflessione
sull’eterna presenza del male nel mondo e sulla comune umanità
che tutti accomuna, colpevoli e innocenti, vittime e carnefici, perduti
e salvati. Grazie Professore per averci insegnato che l’aspirazione
alla giustizia nasce nel cuore umano dall’ingiustizia patita in
noi stessi o nelle persone che ci sono care; che soltanto attraverso l’esperienza
del male ingiustamente patito cadono i muri tra ciò che è
normativo e ciò che è empirico, tra l’essere e il
dover essere, e si fanno strada la determinazione e il consiglio per raggiungere
il giusto equilibrio tra la giustizia umana del dolore e la nozione astratta
di giustizia; che solo così si fa strada lo stimolo per affermare
quei
diritti che rendono giusta una società di donne e uomini liberi.
Ma si tratta di un equilibrio sempre precario e di una ricerca senza fine,
che talvolta esaurisce nelle vittime perfino la volontà di chiedere
qualsiasi riparazione del male patito, quand’esso si abbatte improvviso,
immenso e incalcolabile.
Voglio ricordare uno dei momenti più alti e toccanti del Suo magistero
di educatore di giovani e difensore di vittime innocenti, che resta impresso
a fuoco nella nostra memoria di allievi.
È la lezione ultima di quest’anno 2006, in cui ricordava
ai Suoi ragazzi e ragazze il disastro di Stava del 1985, quando l’enorme
bacino di raccolta di materiali sterili, della miniera di Prestavel, costruito
a monte delle case abitate del paesino di Stava, crollò improvvisamente
in pochi minuti, seppellendo nel fango 268 vite umane, e 53 case furono
distrutte ed 8 ponti crollati.
Con voce ancora velata di commozione sentimmo il Suo racconto, Professore,
dell’amara sorte toccata a un uomo ancor giovane, sopravvissuto
alla tragedia nella quale aveva perso la moglie, i figli, i fratelli,
i genitori e la casa.
Quest’uomo che aveva perso tutto, le sue radici, il suo passato,
di fronte alle carte preparate per chiedere un risarcimento ai responsabili
del disastro, continuava a ripetere:
“… Io non voglio più niente, rifiuto il risarcimento
del danno, non voglio neppure che gli imputati siano puniti, perché
nulla potrà ripagarmi delle perdite subite. Sono rimasto solo al
mondo e quello che cerco è solo un po’ di solidarietà,
che, peraltro, vedo completamente assente.” Capimmo che perfino
le sofferenze patite nei casi di orrenda ingiustizia ben possono sublimarsi,
nell’animo delle vittime, in carità e perdono cristiano per
i responsabili. Ma la tragedia, quell’immensa tragedia non poteva
seppellire anche la verità.
E la verità del disastro di Stava fu scavata nel fango nero della
diga crollata e delle case distrutte.
E, nel processo penale che ne seguì, la verità emerse con
l’opera Sua, Professor Stella, intessuta di instancabile ricerca
scientifica e sapienza giuridica. La verità emerse intelligibile
a tutti, senza ombra di dubbio, e fece svanire il dubbio insistito e saccente
dei più, interessati a negare la verità, per oscurare la
colpa umana di quei lutti e di quelle rovine.
Grazie Professore, per questa lezione ultima, bella e struggente.
Grazie per averci insegnato che la protezione degli innocenti è
un principio di civiltà giuridica di assoluta ragione, che su di
essa si fondano il valore morale del diritto penale, la stabilità
e la forza di una democrazia di uomini liberi. E affinché non resti
una vuota declamazione, questo principio di assoluta giustizia deve trovare
salvaguardia e difesa mediante la regola probatoria e di giudizio dell’oltre
il ragionevole dubbio.
Questa bandiera la scienza penale prende in mano, e pone a fondamento
elementare e granitico dell’amministrazione della giustizia in una
società libera e democratica.
Questa bandiera rappresenta la difesa e lo scudo contro il pericolo maggiore
che in democrazia minaccia i giudici e, in generale, i pubblici funzionari.
È il pericolo della indifferenza burocratica, della irresponsabilità
anonima, che talvolta rende il giudice lontano dalle conseguenze delle
sue decisioni, immemore del peso dei dolori umani che il processo penale
trae seco fin dal suo cominciamento. Ed è così che la persona
accusata, ancorché viva, viene trasformata in un fascicolo, in
un incaratamento con molti fogli protocollati e, in mezzo a essi, un uomo
disseccato.
Questa consapevolezza noi custodiremo nella nostra memoria, e sarà
il filo rosso che legherà la nostra quotidiana fatica di giudici
o avvocati al lascito ideale del Suo insegnamento di umanità e
di diritto penale.
Grazie ancora Professore per averci insegnato a guardare con occhi meno
svagati la comunità di San Vittore, dalla quale un filo sottile,
un sottilissimo filo soltanto, ci separa.
Queste cose, e sono pochissime che ho potuto dire, sono state il pane
quotidiano alla nostra mente e al nostro animo, la trama e l’ordito
del nostro dialogo quotidiano in Cattolica.
Ed oggi, in questa maestosa Basilica, fasciata di commozione e di silenzio,
mi è caro e dolce ricordarLa, Dilettissimo Maestro, per rendere
testimonianza al Suo insegnamento che resta nei Suoi libri, nei Suoi articoli,
e nei nostri appunti presi a mano durante le lezioni in Aula Magna.
Resta nella bellezza e potenza delle Sue idee, che non passano di moda,
poiché i monumenti dell’intelletto non seguono le mode del
tempo e non invecchiano. Mi è dolce e caro, perchè ricordare
è un po’ rivivere.
Possa il Signore renderLe merito, Professor Stella, per l’appassionata
vocazione di educatore profusa a piene mani a tante generazioni di giovani
dell’Università Cattolica, per la forza magistrale ed instancabile
delle Sue difese di avvocato al servizio degli innocenti, per il calore
umano portato ai carcerati nella solitudine delle celle di San Vittore.
Possa il Signore renderLe merito per averci amato, Professor Stella, Maestro
nostro di umanità e di diritto penale.
Le vogliamo bene, Professore, e continueremo a volergliene.
E che Iddio La benedica. - Tibisay Morgandi
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